a cura di Massimo Palozzi

Aprile 2021

IL DOMENICALE

PERCHÉ RIETI HA ANCORA BISOGNO DI PADRINI?

politica

di Massimo Palozzi - La telenovela continua. Mercoledì il sindaco di Cittaducale, Leonardo Ranalli, ha annunciato che la chiusura della filiale civitese di Intesa Sanpaolo è stata posticipata al 31 dicembre. Un rinvio dall’importanza relativa, perché se da un lato evita l’immediata cessazione delle attività dell’unico sportello bancario nel terzo comune della provincia (dove peraltro ha sede larga parte del Nucleo Industriale, nel mezzo del cratere sismico e in piena pandemia), dall’altro si risolve in poco più di un contentino, utile solo a guadagnare tempo per cercare un nuovo istituto intenzionato ad aprire un’agenzia al posto di quella in liquidazione. Che qualcosa potesse ottenersi lo avevamo già previsto un paio di settimane fa, subito dopo le clamorose anticipazioni del piano-tagli fornite dai consiglieri Andrea Sebastiani, Giosuè Calabrese e Roberto Casanica. Del resto, queste faccende funzionano così: si annunciano misure draconiane ben sapendo che scateneranno le proteste dei comprensori interessati, per poi fare piccole aperture e un’irrisoria marcia indietro senza mutare la sostanza delle scelte. Lo slittamento di alcuni mesi della chiusura a Cittaducale rispecchia perfettamente questa filosofia. La stessa nella quale è inquadrata la notizia diffusa dal sindaco del capoluogo Antonio Cicchetti sulla “salvezza” della filiale di viale Maraini e il rinvio della soppressione delle altre due a Vazia e a Quattro Strade. Tutte, è bene ricordarlo, appartenenti alla disciolta Cassa di Risparmio di Rieti prima dell’incorporazione in Intesa Sanpaolo.

C’è però una differenza. Il compromesso raggiunto a Cittaducale ha seguito le canoniche vie istituzionali, con il primo cittadino impegnato personalmente con i dirigenti d’area della banca a sostegno delle ragioni del proprio territorio, forte di una solidarietà trasversale a livello politico, amministrativo e di consenso popolare. La soluzione per Rieti è invece passata per il tramite dell’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, pubblicamente ringraziato per la sua decisiva intercessione da Cicchetti, oltre che da Forza Italia e dai tre consiglieri d’opposizione che per primi avevano lanciato l’allarme.

Letta è uomo di potere e di relazioni. Con Rieti ha un rapporto antico e stretti legami familiari per via della moglie. Fin dalla costituzione nel 2009 è poi presidente della Fondazione Flavio Vespasiano che si occupa di promuovere, diffondere e sviluppare l’arte, la musica e la prosa, attraverso iniziative culturali legate al teatro, al museo e alla biblioteca. Soci fondatori sono il Comune di Rieti, la Camera di Commercio, la Fondazione Varrone e la stessa Intesa Sanpaolo. E se Letta ne è il presidente, Cicchetti, in qualità di sindaco, ne è il presidente onorario. In quel contesto potrebbe dunque essere maturata la richiesta di moral suasion nei riguardi dei vertici dell’istituto.

Dove e come sia avvenuto il contatto non è ovviamente rilevante. A risaltare sono piuttosto altri fattori. Il primo è la generosità dimostrata dall’ex eminenza grigia del Berlusconi politico, che senza alcun ritorno diretto né di prospettiva, ha raccolto l’appello spendendo la sua personale influenza per convincere le alte sfere del primo gruppo bancario italiano a rivedere le loro mire su Rieti.

Il secondo è il ruolo di Intesa Sanpaolo, da sempre attenta a presentarsi come l’erede della migliore tradizione Cariri, ma altrettanto disposta a un ridimensionamento che colpisce nel profondo la città e la provincia senza alcuna concertazione né dibattito preventivo con le istituzioni e i sindacati.

Il terzo elemento è l’altra faccia della medaglia, dove appare una Rieti emarginata e priva di autorevolezza, alla quale non viene riconosciuta una dignità nemmeno formale. Il bisogno di ricorrere ai buoni uffici di un “grande vecchio”, artefice e interprete di stagioni politiche non troppo recenti, dice proprio questo. Salva la buona volontà dei protagonisti e dato per scontato lo spirito fattivo delle parti in causa, possibile dover continuare ad agire alla ricerca di una raccomandazione, ancorché a favore di un’intera comunità? Nonostante l’evidente paradosso, il punto rimane impregiudicato. E non basta a spiegarlo la premessa sulla previsione di cedimenti marginali quando si architetta una ristrutturazione di tale portata. A una lettura più approfondita, sorprende che nel giro di qualche giorno Letta sia riuscito a far modificare un piano di riassetto strategico che avrà impegnato tempo, energie, competenze e studi ai massimi livelli, in considerazione della sua estensione, della sua penetrazione e delle conseguenze economico-finanziarie per la banca e per le realtà coinvolte. Se così è, lode doppia all’ex direttore del Tempo, ma tanti dubbi sulla tenuta di un progetto, pronto a sgretolarsi dopo una telefonata del potente di turno. A meno che (ed è questa l’ipotesi più inquietante) pure la piccola concessione fatta a Letta non rientri in un disegno di sedazione dell’opinione pubblica che, con l’aiuto del trascorrere del tempo, porti comunque a compimento il piano, a prescindere da qualche rinuncia di dettaglio.

Nel contesto appena delineato si inserisce la battuta tagliente di Ranalli: “non ci appelliamo ad alcun deus ex machina che cala sentenze che potrebbero poi lasciare l’amaro in bocca”. Un distinguo però s’impone. Se il sindaco di Cittaducale si è sentito infastidito da quella che viene considerata un’indebita intromissione dall’esterno, esagera con la suscettibilità perché soprattutto nella cattiva sorte ogni aiuto è il benvenuto, tanto più se disinteressato e senza secondi fini (almeno apparenti e che non siano quelli purtroppo scontati della strumentalizzazione politica da parte di chi tenta di appropriarsi degli effetti della mediazione lettiana). Coglie invece nel segno se intende criticare la logica distorta di certe operazioni, retaggio di un passato da consegnare agli archivi della storia.

Serve insomma un cambio di mentalità e un surplus di capacità nel rappresentare i distretti di competenza. Da tempo si discute della debolezza della politica, che sembra aver perso il suo primato nella conduzione degli affari tanto nazionali quanto locali. La recente nascita del governo Draghi è stata salutata da diversi commentatori proprio come una sorta di commissariamento operato da pur eccellenti esponenti della cosiddetta società civile in funzione di supplenza contro una classe politica inetta.

L’operazione Letta ripropone il medesimo schema. E sebbene l’ex sottosegretario sia stato e rimanga un eminente esponente politico, il suo intervento è stato richiesto non in nome di un limpido confronto tra pari (istituzioni da una parte e dirigenza bancaria dall’altra) ma all’insegna di un’inclinazione alla camarilla che ancora resiste nei retropensieri di molti e che ha buon gioco laddove i rappresentanti del popolo non dimostrano sufficiente credibilità.

A Rieti si ricorda con riconoscenza e rimpianto la figura di Franco Maria Malfatti. Di origini reatine (il padre era di Contigliano, la madre di Forano), parlamentare eletto per otto legislature nell’allora collegio umbro-sabino e più volte ministro, fu il primo presidente italiano della Commissione europea dal 2 luglio 1970 al 1º marzo 1972. Grazie a lui, quello spicchio di provincia tra Rieti e Cittaducale venne inglobato nella nascente Cassa per il Mezzogiorno, che a partire dagli anni Cinquanta garantì l’insediamento di parecchie fabbriche, alcune anche di grande prestigio. La cosa non è finita bene, ma è indubbio che le provvidenze pubbliche fecero in modo da attrarre aziende che diedero lavoro a generazioni di reatini, incidendo notevolmente sul profilo della città e delle aree circostanti. Non a caso il processo di industrializzazione determinò per Rieti il rapido abbandono del terzultimo posto della classifica delle province italiane per reddito pro-capite per raggiungere il trentacinquesimo.

Quello fu però un atto politico. Il peso di Malfatti si rivelò senza dubbio determinante per condizionare la definizione dei confini della Casmez, ma sempre all’interno di un progetto di ampio respiro per il riscatto delle aree più depresse della Penisola.

A luglio ricorreranno i cento anni dalla nascita e i dieci dalla morte di Remo Gaspari. Parlamentare di lungo corso, sedici volte ministro, Gaspari è ricordato da qualcuno come il “re delle raccomandazioni” ma da tutti come il politico che in pochi anni cambiò il volto del suo Abruzzo. Dove c’erano paludi sorse in breve un ricco polo manifatturiero (è il caso del Vastese) ma specialmente in tema di collegamenti e infrastrutture l’Abruzzo risultò beneficato dalle sue infaticabili iniziative. Persino con qualche esagerazione.

Fino al 1969 la regione non disponeva di autostrade. Per arrivarci da Roma l’unica possibilità era attraverso la via Tiburtina Valeria o la Salaria. Poi, nel giro di pochi anni la situazione evolse in maniera drastica e repentina. La rivalità correntizia con l’altro ministro abruzzese della Democrazia cristiana Lorenzo Natali (che era aquilano, mentre Gaspari veniva da Gissi, in provincia di Chieti) portò addirittura a progettare due autostrade parallele a distanza di pochi chilometri, fino al compromesso raggiunto con la realizzazione della A24 Roma-L’Aquila e la diramazione della A25 verso Pescara con svincolo direzionale in provincia di Rieti, a Torano di Borgorose.

L’autostrada liberò incredibili possibilità a vantaggio dei territori serviti e a scapito di quelli che dall’isolamento abruzzese in qualche maniera traevano utilità: il declino del Terminillo in favore delle località sciistiche di Campo Felice e dintorni nasce in gran parte proprio da lì. Erano comunque altri tempi e, per l’ennesima volta, il potere veniva esercitato all’interno del recinto istituzionale. Oggi è invece sconfortante constatare come Rieti abbia ancora bisogno di padrini per rivendicare perfino minimi riconoscimenti, peraltro più che legittimi.

11-04-21

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