Febbraio 2020

LIBRI

OSTERIA

Dalle bettole ai ristoranti del '900

storie

(di Stefania Santoprete) “Bidi ‘npo se padretu sta da la Riccetta quanno passi…”

“Bruttu gnefu, ddo è rejutu? A fatte ‘na carafetta no?” “Ma que stà a ddi? Non lo sa che solu non ce metterja mai lu pèe?” “Solu no, ma ‘ncompagnia scì!!!” “E quindi mò me olissi remproerà preche tengo troppi amici….!”

Con furbizia e scaltrezza ci si sottraeva all’inquisire metodico delle mogli, di ritorno dall’osteria,  luogo mal giudicato e che in realtà rappresentava spesso l’unico svago in una vita fatta di fatica e tribolazioni.  Certo poteva accadervi di tutto, di alzare il gomito oltremodo e di finire allo scontro non solo verbale, ma anche di trovare il coraggio di raccogliere attorno a sé un pubblico degno e complice nell’intonare una romanza e permettere a quella dote sconosciuta ai più di rivelarsi e farsi orgoglio.

Tipologia di luoghi ormai scomparsi, sostituti dai pub e club. Identificati dai nomi, o spesso dai soprannomi dei titolari. Quale archivio conserverà memoria di questi ‘nidi di umanità’ (come li avrebbe definiti Ajmone Milli)? Quale cartina identificherà i ritrovi in cui il nostro dialetto trovava sfogo, si intessevano relazioni,  diventando ‘compari’ o sviluppando alleanze lavorative, si affogavano o esaltavano dispiaceri, delusioni e rancori in una ‘fojetta’ o in una damigiana di vino? Nessuno aveva pensato di svolgere un lavoro di ricostruzione in questo campo così difficile, per questo dobbiamo essere particolarmente grati ad Antonio Cipolloni, a cui vanno i nostri sentiti auguri per i novant’anni appena festeggiati, per aver consegnato alla città - sia pure con i limiti che una ricerca in un periodo così ampio impone -  una parte significativa del proprio passato.  “Questa volta non sono potuto partire dai documenti - racconta, mentre il suo libro è in fase di stampa - ed è solo ‘la tigna’ (così noi reatini definiamo l’ostinazione n.d.r.) ad avermi portato ad incrociare dichiarazioni, ricordi, fino a giungere a poterne individuare 120, sebbene accanto alle osterie compaiano anche le trattorie e quegli esercizi nati dalla loro trasformazione ed entrati a far parte di una dinastia familiare che mi è piaciuto raccontare, quella dei Brucchietti, Marinetti, Amici... Le osterie sono state uno ‘strumento’ per poter tornare a parlare di dialetto, di personaggi, di luoghi che le nuove generazioni ignorano completamente. Cosa ne sanno loro di nonno Boccione de lu 'iculu scuru? Cosa ne sanno di una società basata sulla solidarietà innata che portava momenti privati ad essere vissuti collettivamente? Quando mamma faceva la pasta era festa per tutto il vicinato.  Se una ‘commare’ stava poco bene, con il passaparola si cercava di accorrere in aiuto. Oggi siamo in condomini in cui a prescindere dal saluto educato, non conosciamo più nessuno veramente.”

Trapela una sofferenza, quella della mancanza di interlocutori che sappiano comprendere esattamente di cosa si stia parlando, al tempo stesso pesa sulle spalle di Cipolloni la responsabilità di essere ormai rimasto come uno degli ultimi ‘depositari’ di una Memoria, importante da custodire e diffondere. “Infatti voglio scusarmi con l’Era Moderna se non riesco a comprendere alcune cose e se la mia visione appare a volte assai distante – procede in autotutela Antonio. Alcune polemiche sorte all’uscita del precedente libro hanno lasciato il segno, amareggiandolo. Da parte sua non c’è stata mai l’intenzione di escludere volontariamente qualcuno dai propri racconti e le ferite ancora sanguinano.

Non abbiamo ancora avuto modo di sfogliare questo nuovo libro, ma ci facciamo accompagnare dalle parole dell’autore in  un ipotetico viaggio che si snoda entrando dalla Salaria per Roma. Dopo la discesa di Torricella si incontra la prima Osteria, quella di Maria, ancora oggi esistente come trattoria, da lì si arriva a Porta Romana di fine ‘800, con la Porta incastonata all’epoca tra le abitazioni, attraverso i pozzi di Margaritelli e i mattoni di Fronzetti, nella Rieti circondata dalla Cavatella e da Fiume de’ Nobili, all’entrata della quale c’era un casale ‘lu postinu’, bisnonno dell’atleta Giuseppe Pitoni. Si risale su Sant’Elia per poi ridiscendere e attraversare i rioni dentro le mura, passando da ‘lu Bausu’, in una trattoria notissima all’epoca e poi da la Riccetta, Peppa, ‘lu Miciu’, da Sarafina, da Angelina l’Americana.

Le interviste ai parenti dei gestori dell’epoca riportano aneddoti, storie, dispetti, vicissìtudini del tempo che fu.

Ad esempio sotto il Palazzo Ciaramelletti, c’era un’osteria la cui licenza era intestata alla proprietà, l’obbligo era di vendere il vino dei possedimenti della famiglia: terminato quello, si poteva vendere l’altro. Proprio in era medioevale nacque l' usanza, per i viticoltori del tempo, di apporre una frasca ben carica di foglie sopra l' ingresso del locale in modo tale da indicare agli avventori che il nuovo vino era pronto da bere, erano molto diffuse ad esempio a Santa Rufina e a Casette. Ciò che differenziava le fraschette dalle normali osterie, era il fatto che questi posti fossero sprovvisti di cucina, e non veniva offerto nulla, eccezion fatta per il vino, il pane ed eventualmente uova sode. Si trattava quindi di punti di vendita e di degustazione diretta del vino prodotto in quell'annata. Attraverso la Piana Antonio Cipolloni arriva a Lisciano, torna a Santa Rufina, Villa Canina e rientra a Porta d’Arce.  

ph Antonio Cipolloni

“Mi rammarico di non essere riuscito a procurarmi una foto di Zeffera, mamma di Lottino, una delle poche donne presenti come clienti nelle osterie. Sfidava gli uomini, bestemmiava e fumava il sigaro, uno dei migliori giocatori di Tressette e Briscola. Era spesso mascherata ed accompagnata da ‘Fossittu’ un tipo piccolo con una grande voce, ‘tiratore’ della tombola di Sant’Antonio; con lo spiedo in mano visitavano le macellerie di via Roma in cerca di lardo. Rimase memorabile quella volta che Fossittu indossava abiti da lattante, trasportato con una carrozzina di quelle dalle grandi ruote: ciuccio in bocca, frignava e faceva capricci. Mbriachi come cococce, giunti all’altezza del negozio di Marzia in via Roma, Zeffera - spiedo in mano con salsicce - perse la pazienza e abbandonò la carrozzina dandole una spinta. La recuperarono all’altezza della Farmacia con Fossittu massacrato.” Antonio Cipolloni presenterà prossimamente questa nuovo lavoro alla città, in una modalità diversa dal solito.

 

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