Luglio 2016

PERSONE & PERSONAGGI

NOME IN CODICE SIEGFRIED, ADRIANO MONTI SVELA LA SUA DOPPIA VITA

Intervista esclusiva

storie

(di Stefania Santoprete) Gli anni passano e a volte risucchiano ricordi e memorie. La vita riprende a scorrere nella propria normalità lasciando qua e là qualche mormorio e qualche testimone. Le generazioni cambiano e si susseguono nel gioco delle stagioni: che quel medico così distinto, tanto noto a Rieti, fosse colui che in un giorno di primavera del 1974 venne portato via con l’accusa di aver preso parte al golpe Borghese, forse non lo si ricordava neanche più.

Poi, nel 2005, un articolo su La Repubblica riporta alcuni documenti decriptati dalla Cia e dalla Segreteria di Stato americana. Parlano del tentativo di sovvertimento politico del ’74 ma quel nome, Adriano Monti, compare anche tra gli agenti  segreti di uno dei servizi meno noti della storia recente d’Europa, l’Organizzazione Gehlen, nata nel secondo dopoguerra da una collaborazione tra ex SS e Cia, in funzione prevalentemente anticomunista (un’alleanza che suona come incredibile). Si riapre il fascicolo della Storia con le inevitabili, pesanti conseguenze. L’effetto è quello della deflagrazione di una bomba all’interno di una famiglia che scopre solo ora questa doppia vita. Non tutti i membri accettano la rivelazione tardiva di una verità celata comunque allo scopo di difenderli da ogni coinvolgimento, nel tentativo di non esporli al pericolo. Qualcuno riemerge dalla macerie e con qualche ferita si pone nuovamente al suo fianco, altri decidono di allontanarsi. “Non è stato facile per mia moglie scoprire che l’uomo che aveva deciso di sposare nel 1952 era qualcuno che conosceva solo in parte.”

 

Perché rivelarsi ora? Perché decidere di svelare il proprio nome in codice “Siegfried”, con tutto ciò che ne consegue? Perché sottrarsi all’oblio e consegnare alla storia questo incredibile memoriale condensato in 350 pagine di vicende nazionali ed internazionali? Per offrire verità, per ribadire certe scelte, per rivendicare il proprio ruolo? Lo chiediamo direttamente a lui, al dott. Monti

“Non rinnego il mio passato, ciò che ho fatto l’ho fatto volentieri anche perché, come si vedrà, sono diventato una pedina che ha lavorato a favore dell’Occidente. Fino alla caduta del muro di Berlino il più grande nemico era la Russia e il Kgb, poi sono stato delegato al Medio Oriente e i grandi nemici erano già fin da allora gli estremisti palestinesi, un pericolo oggi più che attuale. Arafat aveva già paura di questa gente sono loro ad averlo ammazzato di leucemia acutissima (gli esami sui resti ossei hanno rivelato pesanti tracce di polonio, una sostanza utilizzata dai sicari dei vari servizi segreti, in questo caso forse bulgari). E l’articolo apparso in Italia non mi lasciava scampo in quanto aveva già rivelato la mia identità.”

 

Non crede che certe rivelazioni fatte possano mettere la sua vita in pericolo oggi?

“Ho parlato solo perché la Rete si è ormai dissolta, ho celato i nomi delle persone ancora in vita citandoli con nomi di fantasia,  rivelando solo quelli di coloro che non ci sono più.”

 

Essere qualificato come un ex-SS o come una spia ha comunque grande impatto nei rapporti personali, non teme questo giudizio?

“Uno sporco nazista! Sono stato in un corpo combattente così chiamato che ha ricevuto la stima e gli onori dei vincitori. Purtroppo chi fa i titoli non è mai la stessa persona che scrive gli articoli sui quotidiani. Dal 30 giugno, giorno di uscita del libro, c’è stata una forte attenzione sull’argomento e spingendo sul sensazionalismo tutti tendono a ripetersi. La parola ‘Spia’ ha un certo significato, chi lavora per la propria famiglia, per il suo Paese, per l’Occidente come ho fatto io, è stato ed è un agente; spia è chi tradisce, io non tradivo il mio Paese e l’Occidente, rischiavo la vita per loro. Non accetto questa definizione.”

 

Lei svela chiaramente il coinvolgimento del Vaticano in queste vicende, quali reazioni si attende considerando che attualmente lei risulta ancora titolare alla Congregazione di Santi?

“Non so come reagirà, ma il Vaticano è dentro queste vicende con le mani e con i piedi.”

E’ il novembre del 1944, Adriano è uno studente ginnasiale, figlio di un gerarca fascista. Dopo aver seguito un corso di radiotelegrafista, invaghitosi della propaganda nazista e indifferente alla retorica fascista, decide di prender parte a quella che “ sembrava una crociata per la salvezza del mondo”,  e a soli 15 anni, falsificando un documento, riesce ad arruolarsi negli organici delle Waffen SS.  Dopo pochi mesi è già un reduce ma quello che doveva essere un epilogo diventa l’inizio di un’avventura che farà gola (ne siamo certi) a moltissimi produttori cinematografici. Lo avvicinano chiarendo che in gioco c’è il futuro “Il futuro di gente come noi, dopotutto non possiamo tagliare il cordone ombelicale che ci lega al nostro mondo.”  Il suo primo ‘contatto’ è a Roma, città in cui si iscrive alla facoltà di Medicina. Si tratta di un frate austriaco, padre Theodor: ha incarico presso la Congregazione per le Chiese orientali in Vaticano. E’ il dicembre del 1948 inizia l’Operazione Odessa. Con la condiscendenza dell’Oss il servizio segreto americano, gli ex nazisti, con l’appoggio del Vaticano, raggiungono l’Argentina.

 

Quanti Papi ha conosciuto che in qualche modo si sono avvalsi della collaborazione della Rete?

“Papa Montini fu uno dei collaboratori della Rete fin da quando era segretario di Stato. Si recò in borghese, insieme ad un cardinale ordinato da poco e di cui non faccio il nome, in diversi luoghi, specialmente in Polonia impegnato a fondo nel tentativo di sondare le possibilità di intese locali. Diventato Papa, Wojtyla, impresse uno stimolo nuovo alla dissoluzione del comunismo sovietico e sicuramente conosceva alcuni uomini della Rete, forse anche la mia identità segreta.”

Monti continuerà a studiare, a lavorare, a vincere borse di studio: la sua professione sarà la copertura di cui ha bisogno, il lasciapassare per recarsi nelle varie parti del mondo. Prenderà parte all’operazione “Chiesa del silenzio” per far passare in Urss attraverso la Finlandia sacerdoti cattolici per catechizzare la popolazione locale in funzione anticomunista; sarà in missione in Egitto in concomitanza con la Guerra dei sei giorni; in Libano, al fianco del presidente Gemayel contro i palestinesi; al confine tra Swaziland e Mozambico negli anni caldi della guerra civile e, infine, nei Balcani nei momenti drammatici della disgregazione della Iugoslavia e dello scontro serbo-croato dei primi anni Novanta.

Nel 1996 si reca ad Alessandria d’Egitto per l’ultimo incarico in veste di professore presso il Medical Research Institute al fine di raccogliere informazioni sulla salute di Mubarak. “Mi accorsi così che le università del Cairo e di Alessandria pullulavano di cellule di Al-Fatah e dei Fratelli Musulmani. Non mi fu difficile compilare un dossier degli appartenenti a tali organizzazioni e trasmettere due nominativi di italiani che vi collaboravano attivamente.”

 

Una persona che come lei ha visto lo scacchiere del mondo da dentro come reagisce alle notizie diffuse dai media? Le appare tutto decriptato, le risulta semplice capire i meccanismi che hanno portato ad un determinato avvenimento?

“Quello che sta accadendo in Europa con questi movimenti terroristi islamici che non rappresentano l’intero Islam ma sono purtroppo uno dei suoi bracci importanti, io l’ho visto nascere! Una fonte di preoccupazione che va ingigantendosi: sono molto più pericolosi dei nostri nemici comunisti di allora. E’ gravissimo accogliere persone senza documenti che possono trasformarsi in strumenti a disposizione di chiunque per pochi dollari. Quando allora ho visitato i campi in cui addestravano ragazzi di 10/12 anni a confezionare le bombe così da ottenere il massimo danno e a realizzare attentati, ho scoperto che conoscevano appena qualche parola di arabo ma neanche quello scritto! Solo qualche parola di inglese e a memoria versetti specifici del Corano contro gli infedeli. Se si immolano per Allah la loro famiglia sarà coperta economicamente per tre generazioni dall’organizzazione, e siccome sono famiglie povere e disgraziate… Io tornavo con un groppo in gola portandomi dietro l’immagine di questa carne da macello, senza alcuna avvenire, se non quello di essere sacrificati.”

 

E quando le sue informazioni potevano mettere in pericolo la vita di qualcuno come si sentiva?

“Certo qualcuna di queste può essere stata fatale a qualcuno, così come rischiava di esserlo per me quando sono dovuto scappare all’improvviso dal Libano. Evidentemente quello da cui dovevo attingere informazioni si è rivelato essere un agente doppio ed ho appena fatto in tempo a mettermi in salvo.”

 

C’è una scarsa capacità di difesa? Una mancanza di correlazione tra servizi segreti giustificata dalla sovranità di Stato?

“Per mia esperienza credo che i principali servizi dell’Occidente siano sempre in relazione con il Mossad che è il più forte in assoluto per conoscenza, spietato verso gli altri e se stesso. Nella Cia ho avuto dei corrispondenti, ho trovato molto spesso approssimazione e faciloneria. Troppi casi in occidente di agenti ‘doppi’ che se la sono cavata con poco.”

 

Ci saranno stati momenti in cui avvertiva il peso della solitudine in seguito a delle scelte che inevitabilmente hanno condizionato la sua vita privata e familiare

“La prigione prima e poi l’esilio consigliato dai miei avvocati per rifarmi una vita in Francia o altrove, hanno creato un grande disagio in famiglia, da lì sono iniziate le incomprensioni: abbiamo dovuto ricostruirci una vita ed affrontare delle difficoltà economiche che sono durate anni ed anni risentendo anche delle opinioni pubbliche. Quando sono stato arrestato solo due persone a Rieti manifestarono la propria vicinanza a mia moglie Rosalba: il prof. Antonio Lisi e Ferruccio D’Orazi, entrambi di fede politica opposta alla mia. Ci sono stati momenti in cui ho temuto veramente per la mia vita. Nel ’98 la Rete si è dissolta assorbita in parte dai servizi segreti tedeschi, un’altra è rimasta fedele per un certo tempo all’organizzazione creata da Otto Skorzeny per il Medio Oriente, ma anch’io mi ero stancato. Così ho detto no ai servizi italiani, ma questa è un’altra storia.”

Dalle parole del dott. Monti emerge che dopo la guerra i reduci delle SS furono ricercati dai vari Paesi perché professionalmente validi: li ritroviamo, trasversalmente, ovunque, in ogni parte del mondo a vario titolo impegnati. Nulla è come sembra in questa storia ai confini della realtà

“Quando ero in Israele ero sorvegliato dalla Polizia credendo fossi un collaboratore palestinese, si è trattato della migliore copertura potessi avere: soltanto i vertici del Mossad sapevano la verità. Ero ospitato in un convento di suore tedesche che offriva anche una certa garanzia di copertura, mi avevano messo a disposizione una macchina delle nazioni unite ed avevo come autista un palestinese cristiano.” 

Sembrerebbe un racconto nato dalla fervida fantasia di un bravo autore ed invece dentro c’è chi muove i fili del nostro vivere quotidiano: gente al di sopra di ogni sospetto, organizzazioni umanitarie e non, prelati, politici, industrie, banche e confederazioni.

Un libro che ci svelerà dei fatti ma non ci fornirà tutte le risposte anzi, se possibile, aumenterà la nostra confusione poiché nessuno sulla scacchiera si trova ad occupare il posto che ci aspetteremmo.

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