Febbraio 2018

RIETI MISTERIOSA

NELLE NOTTI DI LUNA PIENA A RIETI

Un lupo mannaro

storie

Qualcuno di voi ha risposto al nostro appello, raccontandoci le storie che circolavano anni ed anni fa in famiglia.
Sono ovviamente solo leggende popolari ma ci piace tenerle in vita celebrando la fantasia dei nostri nonni.

"Le città possono essere ridenti, tranquille, rumorose, affollate,  sicure … Quando, soprattutto nella stagione invernale venendo da Roma  ti avvicini a Rieti, percorrendo la via Salaria,  può capitarti di trovarti improvvisamente immerso in una fitta nebbia che, tuttavia, non riesce a celare completamente i colori forti e caldi del paesaggio che ti accompagna fino a lambire una delle porte della città, Porta Romana. Difficile per la nebbia, per quanto fitta sia, vincere  la presenza della catena  del Terminillo il quale riesce comunque a farsi spazio, magari solo per un  piccolo frammento di superficie. Quella atmosfera rarefatta, che copre la città ma che non riesce mai a nasconderla completamente, rende Rieti magica. Una città magica anche d’estate al mattino presto o al tramonto perché i suoi colori,  quelli del Velino che l’attraversa, il verde smeraldo dei monti, il cielo cobalto e quell’aria leggera, impalpabile,  la rende unica. Ma la magia di Rieti l’avverti soprattutto  camminando nel suo piccolo ma importante centro storico, in cui la bellezza dei sui palazzi  è diffusa, è sufficiente alzare lo sguardo per capire che la città ha un passato importante, nobile, misterioso,  oppure basta scendere nel sottosuolo delle residenze nobiliari che si affacciano sulla via Roma, dove un susseguirsi di ambienti, strade, scale nonché lo straordinario viadotto romano e poi i resti del tempio di Rea, per capire che Rieti è molto di più di quanto sembra ad un’osservazione distratta.

In città c’è un quartiere di origine medievale che si snoda a pochi metri dal fiume Velino, è un quartiere di archi, stradine, scalette, botteghe ormai da tempo abbandonate viene chiamato “i Pozzi” . Mi piaceva da ragazzina percorrerlo la mattina presto  insieme ad un’amica, eravamo sempre alla ricerca di un angolo non ancora esplorato della città, di una chiesa non ancora visitata, della facciata di un antico palazzo non ancora osservato. Rieti è così , per chi ama perdersi nei suoi vicoli, una scoperta continua. Un emozione continua.
Una mattina d’inverno decisi di avventurarmi da sola ai Pozzi perché la mia amica, per non ricordo quale motivo, non poteva venire, dissi a mia madre dove intendevo andare, lei mi pregò di non farlo perché quel quartiere, che io amavo tantissimo e mi attirava come una calamita, a lei  inquietava. Non desiderava che ci andassi da sola, anzi non voleva proprio che io ci andassi in assoluto perché conosceva una strana storia che le era stata raccontata quando era bambina, una storia che risaliva a molti anni prima. Per dissuadermi dalla mia passeggiata solitaria raccontò: 
ai suoi tempi, la campagna che demarca il quartiere tra la strada più “importante”  e il Velino  era utilizzata per la pastorizia; nei prati che conducono al fiume infatti i contadini tenevano dei piccoli greggi di pecore e caprette,  galline e conigli, insomma quello che serviva per sostenere una modesta economia familiare. C’erano varie famiglie che vivevano a ridosso del quartiere mantenendosi a stento con i prodotti della terra e con quello che riuscivano a trarre dal loro prezioso ma sparuto bestiame. La vita delle persone scorreva tranquilla,  accadeva,  in verità che ogni tanto si scatenasse qualche burrascoso litigio fra le donne che andavano a lavare i panni nel fiume  o tra qualche uomo che alzava un po’ troppo il gomito nelle cantine dove si vendeva e beveva un modesto vino che facilmente dava alla testa. La vita semplice di un quartiere popolare  come un altro, della Rieti dentro le mura, credo,  della fine ottocento. Il quartiere ha una caratteristica ancora evidente. Era vissuto infatti da povera gente ma, sullo stesso,  si affacciano anche dei  palazzi nobiliari di Via Garibaldi.  Alcune di quelle particolari dimore utilizzano come pareti esterne le medievali mura difensive della città e, in queste mura,  sono state aperte delle piccole finestre che affacciano sul piccolo borgo sottostante. Dai prestigiosi palazzi percorrere il tragitto dall’importante via Garibaldi  alla campagna dei Pozzi,  è un attimo.

Tutto iniziò in  una notte di luna piena. Tra la strada principale del quartiere e la campagna sembrerebbe ci fosse una vasca utilizzata per abbeverare gli animali, rifornirsi d’acqua per l’uso domestico, lavare i panni quando il ghiaccio sconsigliava alle donne di avvicinarsi troppo al fiume che d’inverno era spesso scuro e tempestoso per le piogge copiose  che  da Cittareale  lo accompagna fino a  Rieti. L’ancestrale inquietudine del plenilunio, che sovente turbava le notti di quelle genti semplici  e pacifiche,  trovò una reale ragione di quel turbamento la notte in cui il sereno,  usuale riposo venne sconvolto da un ululare incessante e rabbioso di un lupo,  seguito dal trambusto di urla strazianti degli animali e dalle grida terrorizzate di alcuni uomini e donne. Il quartiere si animò, i più coraggiosi uscirono dagli usci inforcando qualunque oggetto offensivo che  fosse stato alla loro portata di mano. Si racconta che si riunirono tutti nel piccolo slargo,  ancora oggi  presente,  e tutti insieme per farsi coraggio,  si avviarono verso la vasca perché, da lì, arrivavano ancora degli ululati spaventosi. Ululati strani, un misto tra un lamento di dolore e il verso di una bestia impazzita dalla rabbia. Dalla campagna videro arrivare sei contadini che stringevano i loro animali straziati. Il sangue cadeva dalle gole di una pecora, da quella  di alcune galline,  ad un povero coniglio era stata recisa la testa. Le donne erano uscite di casa stringendo al petto i bambini più piccoli, una piccola folla terrorizzata  gridava: al lupo! C’è un lupo famelico! Qualcuno diceva di aver visto nel buio i suoi occhi fluorescenti brillare mentre fuggiva! Dicevano che correva in un modo strano e che aveva un manto altrettanto strano! Ma di notte, sebbene la luna illumini d’intorno, con la paura che non ti fa ragionare, le grida nelle orecchie,  non è facile distinguere e capire cosa  stia davvero accadendo! Bisognava scovarlo! Bisognava  ucciderlo!  Sarebbe tornato di nuovo! Ormai sapeva dove trovare le sue vittime! Da via Garibaldi a quelle grida erano scesi nel piccolo quartiere anche i “Signori” , armati di pugnali, di forchettoni,  quelli con cui si afferrava l’arrosto succulento servito nelle lunghe, abbondanti,  scandalose cene  quando si incontravano con i nobili e ricchi amici mentre tanta gente quasi moriva di fame.  Uno di loro  impugnava un’antica spada dalla lunga lama lucente con, incastonato nell’impugnatura,  lo stemma di famiglia, un altro brandiva una grande catena di ferro, di quelle che servono per serrare i cancelli. Avrebbero difeso quelle sparute, terrorizzate persone dal lupo! Il loro popolo andava protetto! Quegli uomini che li servivano  e riverivano,  che si toglievano il cappello quando sfilavano tra di loro, quelle donne povere e timorose che s’inchinavano, a occhi bassi,  al passaggio delle Dame dei palazzi andavano salvati dal lupo!  A morte il lupo! Ma quello che videro quando arrivarono tutti quasi simultaneamente alla fonte li lasciò sbigottiti, c’era sangue ovunque …. cercarono subito le impronte per capire quanto la bestia fosse grande …  a terra c’era tanto fango e ancora sangue ma c’era qualcosa di molto strano, qualcosa che non avrebbero mai voluto vedere, qualcosa che gli fece accapponare la pelle e sì perché malgrado l’ignoranza , la credulità, il terrore, non videro a terra  le tracce dell’impronte di un lupo ma incredibilmente quelle dei tacchi di scarpa. Ma non delle scarpe qualunque … quelle scarpe non comuni, eleganti,  di cuoio,  così diffuse tra gli uomini delle antiche famiglie …  e  peggio ancora, più avanti videro  delle impronte di piedi … proprio di piedi non di zampe!  Sembrava che qualcuno nella fuga avesse perso le scarpe e avesse continuato la corsa a piedi nudi … lungo gli archi bui che si susseguono nella strada fino ad arrivare a delle scale o forse a una breve salita, mia madre non ricordava cosa le avessero raccontato. Con le torce accese seguirono chinati, per vedere meglio alla luce del fuoco,  il tragitto che aveva seguito il “lupo”,  poi sempre più spaventati  videro che  le orme si interrompeva proprio davanti a uno dei portoni maestosi di uno dei nobili  palazzi.  
Tutti capirono senza dirselo che non avrebbero potuto varcare quel portone e che il lupo mannaro era tornato a casa sua.

Nelle notti di luna piena da quella sera tutti si barricavano in casa e pregavano che quella volta non toccasse ai loro animali o peggio ancora ad uno di loro.
Non sono suggestionabile e sono consapevole che si raccontano tante storie strane nelle notti d’inverno davanti al caminetto acceso ed è passato tanto di quel tempo …  e poi sono invenzioni dei vecchi per spaventare i bambini, inoltre non esistono i licantropi … meno che mai i lupi mannari!  I Pozzi restano uno dei quartieri più affascinati di Rieti dove vado spesso a passeggiare … ma mai nelle notti di luna piena. Non si sa mai …"

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