Settembre 2016

L'editoriale di Stefania Santoprete

L’urlo della Terra

Quanto è durato? Un tempo infinito, il tempo necessario a farti fissare nel buio della camera il soffitto, trattenendo il fiato e pregando Dio di non sentirlo cadere giù, sul tuo corpo. Due grandi mani stanno premendo sulle serrande, sembrano volere entrare ad ogni costo… tieni forte la mano a chi ti dorme accanto ed intanto come un mantra ripeti “Fallo smettere… fallo smettere…”
Troppo lungo, troppo forte, così potente da richiamare in superficie in un microsecondo uno scenario devastante, quello del 2009, quello de L’Aquila.
Ed allora mentre tenti di metterti finalmente in piedi di premere un interruttore e contemporaneamente afferrare un telefono, ti auguri che sia tutto sotto i tuoi piedi quel movimento, che abbiano tenuto le altre case così come la tua “perché se si trattasse di una scossa che non ci appartiene vorrebbe dire che un’altra Città è stata distrutta”.

Il resto è agire comune. Quel tam tam per sapere se si sta tutti bene, quel correre ad accendere il televisore mentre si tenta di vestirsi e di radunare le cose di prima necessità nel caso servissero, mentre la mente è come non seguisse il corpo, rimane ferma, imbambolata, concentrata solo sul captare un nuovo movimento anomalo. E quando ancora le informazioni non arrivano, sono i social a darci la dimensione del disastro: tutti TUTTI sembrano aver avvertito la scossa, come è possibile? Rimini, Bari, Napoli, Firenze… Finalmente arriva ed è lì in sovrimpressione sullo schermo, quella scritta che è un pugno diretto al centro dello stomaco: scrivono solo Rieti!

Rieti dove? Rieti quale? Il centro storico, cosa sarà accaduto? “Tutto bene, la gente è in strada ma tutto bene!” E i minuti passano lenti lenti prima dell’aggiornamento che stabilisce l’epicentro tra Accumoli ed Amatrice e quella magnitudo 6.0 sulla scala Richter a 4 km di profondità… Povera gente, come starà?

Venti minuti e ti frega di nuovo mentre corri alla macchina per andare a prendere i tuoi cari. La terra trema sotto i tuoi piedi e un vento strano ti passa accanto, com’è che dicono? ‘Dopo la prima aspetta la seconda!... ed anche la terza!’ Le 4,40 siamo finalmente sul Viale Maraini trafficato come fosse mezzogiorno, giungendo lì abbiamo visto decine e decine di auto piazzate nei vari parcheggi… “Quale sarà il nostro? Sarebbe bene saperlo, c’era un Piano di Protezione, dovevano diffonderlo alla cittadinanza spiegando le zone…” Non ricordo nulla, neanche le regole base. La paura congela le sinapsi… Ma cosa sta dicendo Pirozzi piangendo? “Il paese non c’è più!” ??? Sta scherzando vero? Ieri sera Amatrice era stracolma, c’era ‘Borghi in Sagra’ in uno spiazzo vicino l’ex campo sportivo, proprio a ridosso della caserma dei carabinieri. Dire che non c’è più è come dire che sotto le macerie ci sono centinaia di feriti! Speriamo esageri.

Lo smartphone diventa il compagno imprescindibile: sei qui ma sei contemporaneamente insieme a tutti; segui una informazione ma al tempo stesso sei al corrente di tutte le altre… E come diventa importante quella funzione ‘safety check’, che consente agli utenti di Facebook di far sapere che stanno bene!

Ma bene non stanno lì su… Un Paese di nonni e nipoti insieme, per le vacanze, in attesa della più importante delle edizioni della Sagra dell’Amatriciana che quest’anno avrebbe vantato la sua 50° edizione con la firma del Pastificio Strampelli di Rieti, una novità assoluta. Bambini che i genitori avevano lasciato all’aria buona ‘tanto torniamo sabato’, liberi di scendere in strada a giocare, di non temere le insidie di chi vive in città.

Ma non è solo Amatrice, c’è anche Accumoli, e quelle frazioni, troppe, che tutta Italia imparerà a conoscere Illica, Saletta, Cossito, Sommati…  E poi Arquata del Tronto, Pescara del Tronto… Luoghi che vedono decuplicare incredibilmente la propria popolazione nei mesi estivi: c’è chi torna ogni anno e non vede l’ora di riabbracciare i suoi amici, c’è chi è in vacanza e sceglie posti salubri, c’è chi ama la gastronomia e sa di poter contare su ottimi prodotti… Ogni persona qui come in altra parte del mondo aveva una Storia, la sua. Storie incredibili (la realtà spesso ci stupisce più della fantasia) di chi veniva da lontano e dopo anni di lavoro in Italia quella casa l’aveva finalmente comprata per poi vedersela sbriciolare sulla testa… Di chi era scampata al terremoto de L’Aquila per vedersi strappare via la figlioletta ora… Dell’intera famiglia in una casa antisismica schiacciata dal crollo del campanile…  Dell’anziano che era andato in bagno salvandosi dal crollo della sua camera… Del ragazzo sordo che percependo ogni  vibrazione spinge il fratello a lasciare l’abitazione in tempo… E poi le tragedie di interi nuclei riunitisi per le ferie, per la festa, in un abbraccio corale e stavolta definitivo o lo strappo repentino di alcuni tolti troppo presto dalle braccia dei propri cari, famiglie a brandelli senza punti di riferimento…

Le vie di comunicazione, quella maledizione che accompagna da sempre il nostro territorio così complicato orograficamente parlando e così difficile da raggiungere, hanno da subito costituito un forte problema per gli interventi. Ma i volontari della prima ora, quelli che saranno successivamente invitati a retrocedere per non intralciare i professionisti, sono giunti immediatamente correndo dai paesi vicini, rendendosi subito conto dell’impatto che le scosse avevano avuto sul territorio. Rieti ha vissuto sulla propria pelle il dramma di quella nostra gente…  L’Aquila ha restituito con il cuore l’amore e gli aiuti ricevuti quando era la sua terra in ginocchio ed in molti hanno rivisto in quelle macerie Onna,  rivivendone lo strazio.

E’ stato come vivere per qualche giorno con il fiato sospeso, come la vita avesse subito un fermo immagine; finalmente interrotta ogni polemica, ogni critica gratuita in uno slancio di solidarietà ed affetto che non ha conosciuto barriere.

 

Le immagini ce l’hai conservate nella retina da giorni e dentro ti porti quel magone, un nodo alla gola che non va ne’ su ne’ giù, un senso di impotenza ed allo stesso tempo un senso si appartenenza. E’ tutto così familiare… quelle chiese, i campanili, le case in centro ed i giardini con gli scivoli… Tutti davanti ad un televisore, ovunque ci trovassimo, tutti con quello sguardo liquido che incrociava l’altro perplesso, col pensiero rivolto a chi fino a poche ore prima aveva in tasca le nostre stesse certezze. Cosa ci può essere di più terribile di un mostro invisibile che ti porta via tutto, in un sol colpo? Ti spezza le ginocchia e ti piega in due, lasciandoti impotente… Ci può essere qualcosa di ancora più logorante, lo stillicidio continuo di uno sciame sismico capace di riprender forza e mostrare ancora i denti.

Serve tutto: coperte, alimenti, vestiario, tende, farmaci; serve un sorriso, un abbraccio, un piatto caldo e una parola. E i nostri figli ci vedono affannarci in un modo nuovo per una causa giusta, ci vedono impegnati nel telefonare per chiedere notizie, nel fare un’offerta per partecipare ad una colletta, nel seguire attentamente le edizioni speciali dei telegiornali. Guardano quanto sta accadendo intorno con occhi nuovi: lì c’erano altri coetanei che studiavano, investivano in un futuro, avevano sogni e desideri. Lì, a pochi passi da noi, tutto è cristallizzato, sospeso in una bolla d’aria colma di silenzio. Una nuova consapevolezza penetra all’interno di ognuno, prende forma una parola che spesso è solo un paravento dietro il quale nasconderci: solidarietà.

Abbiamo passato qualcosa di importante in questi giorni duri ai nostri ragazzi, abbiamo dato loro il buon esempio, una lezione di vita indimenticabile. Si sono gettati a capofitto in prima linea, sono diventati loro stessi volontari, hanno organizzato gli aiuti, raccolto provviste, smistato gli arrivi, si sono sentiti parte di un dolore grande ed allo stesso tempo hanno scoperto la vera unità.

Nei giorni della disperazione, della tragedia, degli appelli e delle cifre abbiamo guardato con orgoglio questa nuova generazione ed abbiamo compreso che… sì, è vero, è il buon esempio ad educare nel verso giusto. Qualcosa rimarrà dentro loro di questa toccante esperienza.”

 

Questo era uno stralcio dell’editoriale del dopo terremoto del 2009 a L’Aquila. Non avremmo mai voluto credere guardando allora quelle immagini che un giorno saremmo diventati spettatori di noi stessi. In ‘ogni’ famiglia c’è stato qualcuno coinvolto in questa dolorosa vicenda che ha decine di implicazioni di ordine affettivo, organizzativo, sanitario, burocratico, giuridico, economico… Anche chi non è apparso in prima linea ha avuto ed ha ancora comunque un compito da svolgere dietro le quinte; problemi da risolvere, situazioni da districare, telefonate da fare, mail da inviare, gente da contattare. Ognuno, anche nella marginalità del proprio ruolo, ha tentato di essere una micro goccia nel mare della solidarietà.

Una nota a margine ma solo momentaneamente: gli ospedali. Il Grifoni di cui tanto si è parlato e tante polemiche ha generato portando il sindaco Pirozzi a minacciare la secessione contro i tagli alla sanità, non ha resistito trasformandosi da luogo di soccorso a luogo da soccorrere, solo il personale ha fronteggiato come poteva l’emergenza. Ora apparirà chiaro a tutti che, trovandosi in un’area sismica 1, di quella struttura e del suo potenziamento c’era assoluta necessità! Il de Lellis, oggetto spesso di attacchi da parte di noi utenti, ha rappresentato in questi giorni il nostro più grande orgoglio e a tutto il personale va il nostro Grazie così come a tutti coloro che si sono spesi non badando a orari e a stanchezza.

Di loro abbiamo deciso di parlarvi principalmente in questo numero, dei protagonisti di questi giorni di lutto e di sofferenza, veri Angeli scesi all’inferno tentando di portare una fiammella di luce.

 

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