Dicembre 2018

STORIE

L’ANNO CHE VERRA’

Dalla Repubblica di Weimar alla “rivoluzione gentile” del Vescovo Pompili

cultura

(di Massimo Palozzi) Il sasso nello stagno l’ha gettato il Vescovo Domenico Pompili con il suo discorso alla Città pronunciato alla vigilia della Festa di Santa Barbara. Si tratta di un indirizzo ormai usuale, che ad ogni fine d’anno sintetizza le principali problematiche locali come viste dalla Diocesi. Ma stando agli svariati commenti che ne sono seguiti, quest’ultimo sembra aver sortito un effetto di stimolo più profondo rispetto al passato, forse per un’accresciuta disponibilità all’ascolto dei destinatari o forse per un’aumentata sensibilità che sui temi affrontati è nel frattempo maturata.

Il testo del prelato passa in rassegna in maniera agile e approfondita, senza cedimenti alla retorica e con un linguaggio asciutto e sostenuto da dati oggettivi, il vissuto recente della nostra collettività per prospettare una possibile crescita del Reatino attraverso tre dimensioni: l’acqua, con la gestione oculata e remunerativa delle risorse idriche nel rispetto dell’ambiente; la cultura e l’istruzione, con la sistemazione in centro della sede della  Sabina Universitas e l’attenzione per le scuole danneggiate dal terremoto; la valorizzazione della Valle Santa e dei luoghi del francescanesimo (per quest’ultimo aspetto vale la pena rilanciare la proposta di candidatura a patrimonio dell’umanità dell’Unesco, già avanzata  tempo addietro su queste pagine).

“Rivoluzione gentile”, l’ha definita auspicandola con un ossimoro solo all’apparenza irresolubile Mons. Pompili. Saremo capaci di compierla? Il dibattito è aperto e già denso di contributi.

In effetti era tempo che non si registrava una così forte mobilitazione pubblica di ingegni sul futuro di Rieti. Almeno dalla “stagione dei Patti”, anticipata dalla storica decisione delle segreterie nazionali di Cgil, Cisl e Uil di celebrare in città la Festa del Lavoro il primo maggio del 2012.

Nel 2014 le stesse organizzazioni sindacali redassero un elaborato patto per lo sviluppo del territorio aperto all’adesione di Regione, Comune e parti datoriali, articolato su dieci punti che svariavano dalla sanità all’accesso al credito, dalle infrastrutture al trasporto pubblico locale, dall’acqua all’informazione.

Tre anni dopo è stata la volta di un altro patto proposto dal presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti per la rinascita di Rieti e delle zone colpite dal sisma di agosto e ottobre 2016, con esiti però assai meno incisivi, almeno dal punto di vista della capacità di coinvolgimento.

Da allora nessun’altra iniziativa è stata in grado di sollecitare una dialettica realmente partecipata e diffusa nel tessuto sociale. Che chissà non riparta invece con l’anno nuovo, magari sulle ali di questo ritrovato fervore intellettuale che le suggestioni della storia rimandano, con le dovute proporzioni, alla Germania di un secolo fa.

Nel 2019 ricorre il centenario della nascita della Repubblica di Weimar. Sebbene ebbe vita breve e accidentata, il tentativo di instaurare un sistema repubblicano con i crismi della democrazia parlamentare liberale rimane una pietra miliare in un paese uscito dalla prima guerra mondiale distrutto e umiliato.

Per una rapida stagione (la Repubblica si estinse nel 1933 con l’avvento del nazismo) a Weimar si realizzò un’architettura istituzionale che poggiava su basi ideali di grande modernità, benché ancorate al pensiero classico di libertà e partecipazione.

Il milieu socio-culturale interno e internazionale era quanto di più sfidante si potesse immaginare: da una parte le rovine lasciate dalla Grande Guerra, dall’altra le spinte bolsceviche della giovane rivoluzione russa che infiammavano gli spiriti di molti e parallelamente inducevano in diffuse fasce della popolazione il terrore dell’avvento del comunismo. Proprio il 15 gennaio 1919 fu assassinata a Berlino Rosa Luxemburg, che negli ambiti dell’antagonismo e delle ali radicali di sinistra rappresenta ancora oggi un punto di riferimento politico e ideologico.

In un siffatto contesto all’apparenza tutt’altro che favorevole, mentre a Milano Benito Mussolini fondava i Fasci Italiani di Combattimento agli albori del cosiddetto “biennio rosso”, in Germania sbocciavano i fermenti anche di un’altra rivoluzione, questa volta non politica, ma destinata ugualmente a lasciare una traccia indelebile.

Dopo anni di tentativi, sempre nel 1919 e sempre a Weimar l’architetto Walter Gropius riuscì ad inaugurare l’Istituto Superiore di Istruzione Artistica Bauhaus. Erede delle avanguardie anteguerra legate al Funzionalismo, ebbe anch’esso un’esistenza breve e travagliata per motivi politici: chiuso nel 1925, riaprì a Dessau l’anno successivo; si trasferì quindi a Berlino nel 1932 e venne infine soppresso dalla Gestapo nel 1933.

A dispetto della fugacità della sua apparizione sulla scena culturale, il Bauhaus è considerato ancora ai nostri giorni un pilastro nella storia dell’architettura e del design. I principi fondanti sono sintetizzati nell’arcinota locuzione inglese “less is more”, (“meno è di più”, in una traduzione in italiano che non ne rende tuttavia appieno la portata semantica) coniata dall’architetto Ludwig Mies van der Rohe, che della scuola fu direttore.

Dalle sue aule passarono artisti di fama mondiale come Wassily Kandinsky e Paul Klee, tra i principali interpreti di un nuovo corso stilistico che, in adesione ai dettami della corrente modernista allora in voga, predicava un’interpetazione rivoluzionaria nel rapporto tra “utile” e “bello”.

Il Bauhaus teorizzò con successo la fusione di questi due concetti, che nei fatti si tradusse nell’integrazione tra arte e industria, superandone la tradizionale antinomia secondo una dottrina che avrebbe trovato larghissimo impiego non solo nel campo dell’architettura ma anche del design industriale, della moda e della tecnologia: le linee minimaliste di molti prodotti della Apple, incluso l’i-Phone, furono ad esempio ispirate a Steve Jobs proprio dall’influenza di quel pensiero.

Celebrare un secolo di Bahuas non può limitarsi tuttavia ad un esercizio circoscritto agli animatori della sua straordinaria avventura o agli storici dell’arte. Come movimento d’avanguardia, esso si inserì da protagonista nel più ampio dibattito culturale novecentesco che dalla Germania si diffuse al resto del mondo. Non è un caso che in quell’effervescente clima intellettuale, ancora nel 1919, venne fondata a Stoccarda la prima scuola Waldorf che propugnava l’innovativo approccio pedagogico postulato dal filosofo tedesco Rudolf Steiner come derivazione dall’antroposofia, una disciplina che ambiva allo studio scientifico e unitario della realtà fisica con la dimensione spirituale dell’uomo.

Anche questa esperienza finì travolta dal regime nazista che l’avvertiva come una seria limitazione alle proprie mire totalitarie, ma il seme gettato da Steiner germogliò soprattutto all’estero dopo la fine della seconda guerra mondiale. Persino in Italia si contano oggi diverse scuole Waldorf, nonostante l’ovvia prevalenza di quelle vocate al metodo Montessori.

Di fronte a tutto questo la “rivoluzione gentile” immaginata per Rieti dal Vescovo Pompili risulta allora meno utopistica. Anzi, sicuramente alla portata se solo, per dirla in termini gramsciani, l’ottimismo della volontà non cederà al pessimismo dell’intelligenza.

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