Aprile 2019

L'editoriale di Stefania Santoprete

Greta, Anita e le altre

A Milano erano in 100mila, 50mila a Napoli, 30mila a Roma, 20mila a Torino... e così in 2mila città al mondo! 100 nazioni coinvolte, comprese  India, Cina, la Russia e paesi dell'America Latina.

Un miracolo reso possibile da una ragazzina di appena 16 anni, trecce bionde e grandi occhi in grado di cambiare il mondo. O di farlo ribellare. Parliamo di Greta Thunberg, la ragazzina fondatrice del movimento Strike4Climate che ha saputo tener testa ai leader mondiali e convinto gli studenti europei a scioperare in favore del clima nei giorni di venerdì, soprannominati i #FridaysforFuture.

E per la prima volta anziché entrare in un bar, rimanere a letto o andare a fare un giro in città, i ragazzi di ogni età, colore, scuola, nazionalità, hanno preso parte alla manifestazione sfilando. Io non so come abbiate reagito voi, ma a me tutto questo ha dato i brividi, emozionandomi. Perché per una volta lottavano per un ideale positivo, comune a tutti, tornando ad inondare quelle piazze come in passato accadde con ben altri risultati. Loro, proprio loro... quelli della Generazione Y e Z, di solito fermi davanti ad uno schermo, cresciuti a pane ed Internet, quelli che di solito chattano anziché parlare con qualcuno: improvvisamente hanno avvertito l’urgenza di esserci!

Davanti ad un evento di questo tipo, davvero ci importa sapere chi c’è dietro Greta? Greta è colei che ha parlato con le loro stesse parole, che ha guardato il mondo dalla loro stessa altezza, che ha saputo scuoterli perché faceva parte di questa generazione e non era dietro una cattedra o sopra un palco, era lì accucciata ad un angolo per le prime tre settimane tutti i giorni saltando la scuola, all'esterno del Parlamento svedese. Poi, subito dopo lo svolgimento delle elezioni, tutti i venerdì, affinché vengano adottate misure adeguate contro il cambiamento climatico che minaccia il pianeta. Particolarità sfuggita forse a chi ha malignato sulla scelta della giornata di sciopero, interpretandolo come volontà di optare per il weekend lungo!

Greta è solo un’icona: ma dall’agosto del 2018 decine di migliaia di ragazzi hanno preso parte a scioperi scolatici in molte nazioni del mondo, per chiedere ai governi azioni concrete. “I giovani di oggi sono, in qualche modo, unici, sono infatti i primi ad essere nati e cresciuti in pieno antropocene, con l’incombente minaccia dei cambiamenti climatici. Questi ragazzi hanno capito che il Pianeta che erediteranno sarà invivibile, poiché le generazioni precedenti non hanno avuto la volontà politica e il coraggio di affrontare la minaccia climatica”.
Quindi davvero ci interessa gridare al ‘gomblotto’? Chiunque sia dietro a Greta sta provocando comunque una presa di coscienza per la quale sarebbero serviti ancora anni: questo movimento è qualcosa che ci danneggia? O piuttosto sarebbe bene sfruttare questo momento di apertura dinanzi a queste tematiche per portarle sui banchi di scuola o nei luoghi che frequentano?

Da Greta eroina dei nostri giorni passo ad Anita: quanto può aver dato fastidio l’inaugurazione del suo busto ad alcuni specializzati nell’arte di remar contro? Quale danno può aver comportato ricordare pagine del nostro vissuto, rimaste purtroppo ‘inutilizzate’ ai fini anche di una benefica notorietà, alla nostra Città? Quale problema economico, visto che nasce spontaneamente da una sottoscrizione civica? Anche in questo caso non riesco a vederne il lato negativo, ma anzi mi beo di una figura femminile inserita a pieno titolo nella storia reatina e non.
Non un’eroina combattente come volle ritrarla Mussolini nel monumento che fece erigere nel 1932, in cui viene rappresentata come una madre con il bambino al collo, pronta a scagliarsi all’attacco. Anita non è questa figura retorica, ma estremamente moderna: partecipò attivamente alla vita del marito, condividendone le conseguenze. Compiere a quel tempo le sue stesse scelte era assai complicato e rischiava di pregiudicare per sempre il giudizio che gli altri avevano e di cui non tenne mai conto: affrancarsi dalla vita familiare che l’avrebbe voluta moglie ossequiosa, consegnare i suoi figli alla suocera e partire preferendo seguire l’uomo che amava anziché restare ad aspettarlo, concorda con il carattere e il temperamento di una donna dei nostri giorni.
Sono così due le figure di cui dobbiamo andar fieri presenti a Rieti e che marciano in questa esperienza storica su un binario parallelo. Anita e Margaret Fuller. Anche lei nella Repubblica Romana, anche lei personaggio assai affine all’epoca moderna: impegnata nell’assistenza ai malati pur essendo corrispondente per un giornale degli Stati Uniti, nei suoi articoli avrà sicuramente parlato di Anita. Documenti affondati nel naufragio in cui perse la vita, dopo un’esistenza assai avventurosa. Durante una visita a San Pietro incontra il marchese Giovanni Angelo Ossoli, nobile di poche risorse, più giovane di lei di quasi dieci anni, con il quale allaccia una relazione e che poi sposerà. Rimasta incinta, comprende subito che l’infuocato clima romano non è l’ideale per portare avanti la gravidanza e decide così di sistemarsi prima a L’Aquila, quindi a Rieti, dove proprio nella casa di via della Verdura, il 5 settembre 1848 dà alla luce il figlio Angelo Eugenio Filippo Ossoli, detto Angelino. A soli 40 anni, il 19 luglio 1850 Margaret muore tra i flutti insieme al marito e al figlioletto. Anche la sua “Storia della Repubblica romana”, ormai pronta per la pubblicazione, va perduta per sempre.

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