Maggio 2024

EVENTI E MANIFESTAZIONI

“NELLA MENTE DI DALÌ”. IL GENIO DEL SURREALISMO IN SCENA A RIETI TRA TEATRO, DANZA E MUSICA

danza, spettacolo, teatro

«Ho sempre visto cose che gli altri non vedevano, e quello che vedevano loro, io non lo vedevo». Risiede in questa frase l’unicità del maestro del surrealismo, demiurgo dell’assurdo, le cui visioni hanno profondamente segnato l’arte del Novecento. Provocatore per antonomasia, Dalì era ossessionato dal tempo, dal misticismo religioso, dalla consistenza del mondo reale e dalla paranoica rappresentazione di se stesso. Sono proprio questi i nuclei tematici al centro dello spettacolo Nella mente di Dalì, un progetto che trova la sua fonte d’ispirazione in una mostra dedicata all’artista, realizzata qualche anno fa nella suggestiva città dei sassi di Matera, e portata in scena venerdì 24 maggio presso i locali del Cichellero di Rieti dal gruppo Chiasmi-Lab (Claudia Cipitelli Gallotta, Antonella Fabellini, Roberta Luciani, Valeria Petrongari, Martina Santarelli), con la collaborazione dell’attrice Desirèe Proietti Lupi e della performer Silvia Miluzzi 

Nello spettacolo, le quattro tematiche portanti dell’intera produzione daliniana - tempo, religione, involucri, metamorfosi - sono rappresentate attraverso la selezione di una serie di opere, che guidano lo spettatore in un gioco continuo tra danza, gestualità e recitazione, in cui ciascun interprete dà forma e significato alle parole autobiografiche del genio catalano, interpretate dalla voce dell’attore Germano Gentile.

Nascono così quatto quadri coreografici, presentati secondo l’ordine con il quale Dalì stesso si definisce: tardo, anarchico, polimorfo, perverso. Il primo si focalizza sul concetto del tempo. Il ticchettio di un orologio accompagna l’entrata in scena dei personaggi, frutto della mente di Dalì. Ciascuno si muove nella propria realtà, che diviene più vera quando riesce - anche solo per un attimo - a smettere di essere schiava della sua funzione e assume un ritmo diverso, individuale, giocoso. Una visione più autentica, ma destinata a rientrare nella circonferenza delle lancette dei minuti, che inevitabilmente provocano un nuovo soffocamento.

Suoni di uno scenario post-nucleare introducono la seconda parte, incentrata sul tema della religione o, per dirla con le parole di Dalì, del misticismo, «vale a dire l’intuizione profonda di ciò che è la comunicazione diretta col tutto, la visione assoluta in grazia della verità, in grazia di Dio». Il giudizio del pittore spagnolo è netto: la decadenza della pittura moderna deriva dallo scetticismo e dalla mancanza di fede, conseguenze del materialismo meccanicistico. Nel 1951, in Manifesto mistico, spiega in cosa consista l’estasi mistica: un anelito esplosivo, disintegrato, supersonico, ondulatorio, corpuscolare, che in chiusura del quadro si materializza nella solitudine di un personaggio che interpreta la propria crocifissione, rimasto solo in scena.

Il terzo quadro coreografico si concentra sugli involucri: fisici, sociali, psicologici. «L’involucro nasconde, protegge, trasfigura, incita, tenta, smaterializza il contenuto, debilita l’oggettività del volume, lo rende virtuale e angoscioso», spiega Dalì. Questo concetto prende forma attraverso la vestizione e svestizione dei personaggi in scena, intrappolati all’interno di gabbie immaginarie, eppure visibili, alle prese con elementi che li tormentano e li rendono schiavi: un casco, un cappotto e degli stivali, privati della loro canonica funzione materiale. 

Tra il 1936 e il 1937, Dalì realizza una delle sue opere più rappresentative: Metamorfosi di Narciso. È proprio questo capolavoro a caratterizzare l’ultima parte dello spettacolo, che mette in scena il concetto della metamorfosi, impersonificato dalla figura di Narciso, che nella versione greca del mito consegna ad Aminia, il suo più tenace spasimante, un coltello affinché dia prova del suo amore, uccidendosi per lui. Narcisista ai massimi livelli è anche Dalì, che di se stesso dice: «Non sono mai stato capace di prevedere gli sviluppi isterici e violenti della mia condotta, e meno ancora il risultato finale delle mie azioni». In scena, i personaggi del quadro prendono vita e, muovendosi, raccontano la vicenda legata al mito di Narciso, per poi riconfigurarsi, ricostituendo la scena dell’opera pittorica di Dalì, ma in una posizione diversa rispetto a quella di origine, volta a rappresentare una nuova percezione della realtà, paranoica ed estraniante.

Il tempo che soffoca, il materialismo imperante, l’edonismo dell’uomo postmoderno: Nella mente di Dalì fotografa, e mette in scena, lo spettacolo della società contemporanea, complessa e sfaccettata, riflettendo sulla condizione dell’uomo moderno, in una continua tensione tra il tentativo di superamento dell’esistente e il doloroso ritorno alla realtà.

29_05_24

ph G. Wind

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