Settembre 2017

SI SCAVA L'ANNO ZERO

Occhi puntati su 'Paduli'

archeologia

C’e da far tremare i polsi agli storici e ricercatori, a archeologi e appassionati. Il fantastico viaggio nel tempo iniziato il 5 settembre a Colli sul Velino dà il via ufficialmente alla ricerca più importante fin qui compiuta.. Si inizia a scavare l’anno Zero del popolamento del territorio e lo si fa in una zona di estremo confine con l’Umbria lungo uno dei bracci, detto di Cornello, del Lago di Piediluco. Fatto rilevante è che per la prima volta ci troviamo dinanzi ad una sorta di ‘unione tra Comuni’ che finalmente hanno compreso l’importanza di andare alla ricerca delle proprie radici condivise e, scandagliando il passato, dare una direzione al futuro.

“Mentre a Camporeatino si è scavato per capire l’origine dei Sabini, ed abbiamo trovato indizi dal punto di vista funerario dei Sabini ante litteram, ora esploriamo  un altro periodo ancora più antico della nostra Conca.- racconta Carlo Virili direttore dello scavo  per l’Università La Sapienza - In un ambiente semipalustre si è cominciato a strutturare il più antico e archeologicamente riconosciuto, (supportato da rinvenimenti) popolamento diffuso della Piana reatina.

Prima dell’età del bronzo, del 2000 a.C., gli insediamenti erano impossibili per la presenza del famoso Lago Velino. E’ questa la data in cui a seguito del prosciugamento rimangono degli specchi d’acqua molto più grandi dell’attuale Lungo, Ripasottile, Ventina e Piediluco: le terre emerse danno spazio al popolamento. “Semplifichiamo chiamandole palafitte, sono insediamenti sull’asciutto che si stagliano in un ambiente semiumido. La ragione delle nostre ricerche parte da un fatto epocale: per la prima volta in assoluto nella storia umana di questa zona si riconosce tutta una serie di villaggi che testimoniano l’inizio del radicamento nel territorio. Questa campagna tenterà di dare risposte ad una serie di interrogativi: come erano le strutture di questi primi abitanti? Com’era la loro cultura materiale? L’ambiente? La loro economia? Ma per far questo l’aspetto archeologico non basta quindi ‘rischia’ di diventare la più grande ricerca di carattere archeologico mai svoltasi in tutta la provincia di Rieti.”

La Sapienza, Università di Roma, resasi conto della vastità delle indagini, ha coinvolto un team di ricerca costituito da altri Enti specializzati. Da premettere che questi luoghi hanno una modalità eccezionale di conservazione: sono stati infatti coperti centinaia di anni dopo il loro utilizzo dal riformarsi, a partire dal 750 a.C., del famoso lago dei Romani, quello da noi tutti conosciuto (in seguito bonificato con la creazione della Cascata delle Marmore ecc.). L’acqua ricoprì le terre, gli abitati, formando una sorta di ‘tappo’ di sedimenti argillosi, limosi, sabbiosi costituendo uno scrigno della memoria. Impedendo il contatto con l’ossigeno si sono conservati tutti i resti organici, quelli che solitamente non riusciamo ad avere da uno scavo archeologico: tessuti, elementi lignei, e addirittura i resti dei loro pasti! Come parlassimo di una Pompei ante litteram. “Speriamo che i reatini prendano coscienza del potenziale esistente, elementi per i quali tanti professori universitari hanno con entusiasmo dato la propria disponibilità. - si augura Virili - Insieme a noi archeologi, ci sono esperti paleobotanici dell’università di Napoli che analizzeranno ad esempio i semini rinvenuti dandoci conto dei vegetali esistenti all’epoca (forse fave? Potremmo datare come antichissima questa produzione tipica del nostro territorio n.d.r.). Sulle ossa combuste degli animali che allevavano o della cacciagione che mangiavano interverrà l’Università di Bologna con i propri archeozoologi. Attraverso un accordo con il CNR di Roma, avremo a disposizione il sedimentologo: un particolare geologo che ci permetterà di ricostruire l’ambiente. Avendo trovato una rarissima palizzata lignea (!) abbiamo stretto un accordo con il CNR di Trento che, prelevando frammenti di legno mummificati, identificano il tipo di quercia e l’esatto periodo. Non contenti ancora abbiamo coinvolto il CNR di Nantes in Francia che invierà dei paleoclimatologi, dando un carattere di attualità sconvolgente a questa indagine: si pensa infatti che l’apparire e scomparire del lago dipenda dai cambiamenti climatici! Il riscaldamento del pianeta o il conseguente raffreddamento con piovosità si ritiene abbiano determinato o meno questa presenza nei secoli. Il cuore della ricerca è dare una modellistica del passato per capire meglio il presente.”

Cosa ha convinto i Comuni ad unirsi?

“Questo è un discorso che coinvolge direttamente il territorio, lo scavo potrebbe avvenire ovunque, ciò che facciamo può essere riproducibile in tanti altri piccoli Comuni che, come Colli sul Velino, potrebbero non avere risorse sufficienti. E’ nata un’unione ed ognuno ha contribuito con una piccola quota destinata al vitto o ai materiali o al cantiere o alla residenza, secondo un principio di reciprocità da attuare a rotazione anche per altri scavi. Virtuosamente i Sindaci hanno abbandonato ogni sorta di campanilismo con uno scarto culturale notevole.”

Sarà la Sapienza, Università di Roma a dirigere il progetto attraverso il prof. Alessandro Maria Jaja, intorno ci sono gli Enti scientifici con le loro specificità. Questo corpo scientifico si è convenzionato con i Comuni di Rieti, Terni, Colli sul Velino, Labro, Morro Reatino, Rivodutri, Poggio Bustone, Cantalice.

“Io credo in un concetto di archeologia rivolta al pubblico: i dati da noi ricercatori consegnati si devono tradurre in un accordo politico, in cui i Comuni su questa stessa piattaforma di convenzione, capofila Rieti, si mettano a sistema non più per la ricerca ma per la valorizzazione, aprendo un discorso didattico, divulgativo, sociale. Tutti questi materiali, eccezionali, altrimenti, saranno stipati nelle casse e finiranno nei magazzini romani.”

Stefania Santoprete

 

 

 

 

 

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