Aprile 2022

L'editoriale di Stefania Santoprete

La lezione infinita

Quando scegliemmo la copertina  del precedente numero lo facemmo pensando  all’imminente liberazione dalle norme stringenti anticovid, la  fine di un’epoca durata due anni rappresentata dall’inizio di un’emergenza pandemica che mai nessuno avrebbe potuto prevedere. ‘Quasi in volo’ intitolammo, consapevoli di una data simbolo che avrebbe trasformato il nostro vivere quotidiano, rappresentandolo con la leggerezza di quelle farfalle librate in volo come pensieri finalmente più lievi. Nessun riferimento a bombe, missili e caccia che avrebbero solcato di lì a poco cieli così vicini, riportando la guerra in Europa e con essa nuovi motivi di angoscia e preoccupazione. Qualcuno ha rimproverato noi tutti di avvertire questo conflitto in modo diverso da tutti gli altri che pure si sono succeduti in questi anni, forse perché l’abbiamo percepito immediatamente, abbiamo letto lo sgomento e il senso di impotenza uniti alla rabbia negli occhi pieni di lacrime delle donne che sostengono con il loro lavoro le nostre famiglie, quelle che ci vivono accanto. Le abbiamo abbracciate mentre tenevano tra le mani un lungo drappo giallo e blu, come simbolico nodo d’unione con quanti in Ucraina affrontavano le prime ore di un’invasione incomprensibile,  in quel sit-in che il 26 febbraio a Rieti, così come in tante altre città italiane, diceva ‘Basta Guerre Sempre’. Diverso assistere alle immagini che scorrono su uno schermo, altro sentir parlare con disperazione di quei figli e mariti che hanno rifiutato di raggiungerle rimanendo a combattere, di quella madre con difficoltà di deambulazione che non potrà cercare rifugio altrove, di quella amica che con la sua famiglia ha trovato riparo nei sotterranei, degli zii che hanno fatto arrivare il proprio saluto perché potrebbe essere l’ultima volta. Storie che ormai quotidianamente, con l’arrivo nella nostra provincia dei primi ucraini, ci vengono raccontate dopo il lungo viaggio per portarsi in salvo. E risulta quasi inafferrabile l’impotenza dinanzi ad un conflitto che provoca morti da entrambe le parti, una guerra che nessuno di chi combatte ha scelto, e il perdurare di contatti che WhatsApp riesce ancora a garantire, insieme all’unica fonte che le persone coinvolte riconoscono come attendibile, Telegram.  Perché sono due le facce del conflitto, una minaccia che corre tra plutonio e bit. Una cyberwar con l’azione di guerriglia di Anonymous, l’esercito di hacker, che corre parallela allo scavare delle trincee, e con la messa in moto della pericolosa macchina della disinformazione che si nutre facilmente del vasto mondo della Rete e dei social network non soltanto per diffondere fake news ma per influenzare opinioni e inclinazioni politiche.

La gente che fugge dall’oggi al domani, portando con sé lo stretto necessario, le case sotto assedio, i bombardamenti in quelle che fino a qualche ora prima erano città molto simili alle nostre, in cui scorreva una quotidianità non di disperazione o di miseria (come solitamente avviene per altre aree geografiche) ma di ‘normalità’,  ha acceso in tutti noi una riflessione su quali siano veramente i beni necessari ed indispensabili. Cosa metteremmo dentro la nostra valigia? Un solo trolley per radunare una vita, per affrontare un viaggio, il più delle volte camminando per chilometri fino ad un rifugio sicuro o ad un mezzo capace di trasportarti altrove. La stretta al cuore e allo stomaco che abbiamo provato si è trasformata in gesti di solidarietà riversatisi sin dai primi momenti sulla Mensa di Santa Chiara, realtà operosa e discreta sede dell’ordine secolare francescano, presa ‘d’assalto’ dopo aver accolto la richiesta di una loro conoscente ucraina di portare aiuto lì dove ce ne era enormemente bisogno. E’ iniziata così una lunga avventura che Format ha documentato passo passo attraverso la sua pagina ed il gruppo Facebook fatta di locali stracolmi della generosità dei reatini, di volontari come tante formichine in fila indiana, che per ore ed ore hanno completato il carico dei furgoni, a cui si aggiungevano spontaneamente gli studenti di passaggio,  appena terminato l’orario scolastico, con ancora addosso i propri zaini, o operai che avevano appena completato l’orario di lavoro, fatta dei sorrisi e delle lacrime degli stessi ucraini, di chi giungeva a porgere anche semplicemente un piccolo contributo per il viaggio.

Sorrisi e lacrime di commozione inevitabili quando tocchi con mano l’essenza dell’umanità, la generosità e la solidarietà, espressi in modi diversi e chiusi dentro scatoloni da cui sbuca un peluche, un pensiero vergato da manine ancora incerte, la bandiera della pace, un ciuccio, i pannoloni per anziani, le crocchette per gli animali domestici…   E’ stata necessario una buona parte d’incoscienza oltre ad una forte motivazione, da parte di Roberto e Gabriele Casanica  (imprenditori)  Roy (proprietario del Bucaneve), Ennio Barbante (amministratore della Mensa)  Lorenzo Orlandi (volontario) e del fotografo Riccardo Fabi, per coprire i 1900 chilometri di distanza in una lunga sequela di ore senza soste (38 circa solo per l’andata) per trasportare i primi 35 quintali di aiuti nella palestra di un’ex scuola di Cernivci da cui sono stati poi smistati nei vari centri di prima accoglienza. Un viaggio reso possibile dalla creazione di un corridoio privilegiato costituito dai vari francescani della Romania, dell’Ungheria e ucraini.  Impossibile non immaginare quella consegna e non percepire il sollievo dei destinatari nel riceverla, uno slancio che ha dato il ‘là’ a tante altre iniziative in ogni ambito, a nuove partenze e nuove raccolte.  Mentre nella nostra provincia, così come in ogni parte d’Italia, ci si preparava ad accogliere nel miglior modo possibile coloro che in poche ore, qualunque fosse la loro condizione precedente, si erano trasformati in ‘profughi’ lasciandosi alle spalle una casa, un lavoro, gli affetti, le amicizie, e i luoghi… resi oggi irriconoscibili.

Una nuova crisi da affrontare questa, che si somma alle conseguenze dell’ondata pandemica, sconvolgendo equilibri e priorità mondiali, che costringe ancora una volta l’uomo del XXI secolo a fare i conti con conseguenze globali inevitabili, a livello sociale ed economico. Si inizia dal basso, dagli aumenti delle bollette, ai prezzi del carburante, aumenti che hanno già messo a dura prova le tasche dei cittadini nei mesi precedenti e che investiranno ogni attività produttiva ricadendo sul consumatore. Forse dovremmo dedurre che l’esperienza del lockdown sia arrivata appositamente, come buona palestra per spingerci a tornare ad un’economia domestica basata sul fai-da-te, sul rispetto per le eccedenze, sui recuperi e sul contenimento degli sprechi. Forse dover accogliere, abbracciare, sostenere, è una nuova lezione da imparare.

 

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