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Novembre 2018

IL VENTO CALDO DELLA RIBELLIONE

IL VENTO CALDO DELLA RIBELLIONE

A 50 anni dal '68

(da Format gennaio 2008) Difficile ancora oggi dire che cosa è stato il ’68. Non un fatto, né un avvenimento, ma un complicato intreccio di uomini, donne ed idee, di episodi e comportamenti, di aspirazioni e desideri, di aspettative e delusioni. Un vento di cambiamento pieno di contraddizioni che ha soffiato su più di una generazione, sedimentando un sentire comune, quello della rottura con un assetto sociale e politico fondato sull’autoritarismo. Certamente una stagione diversa con tutti i pregi e i limiti che i grandi sommovimenti portano con sé.

 

Il ’68 nasce come un movimento spontaneo e di ribellione, di carattere internazionale, in una prospettiva di rottura, che investe tutti gli ambiti della vita quotidiana, non solo quelli politici, ma soprattutto quelli più marcatamente esistenziali. E a Rieti, come sempre, arrivò un pochino in ritardo sostenuto dagli universitari che, rientrando in città, sospinsero i movimenti sia politici, che studenteschi e musicali.

L'Italia conobbe dal 1966 un'ondata di proteste studentesche, culminate nelle occupazioni di sedi universitarie e negli scontri con la polizia dell'anno accademico 1967-68.

“Non ci accorgemmo di quanto fosse importante il momento storico che stavamo vivendo - spiega Aldo Lafiandra, componente del complesso Sonital poi Mahatma, esperto e grande collezionista dell’epoca - Come spesso avviene ci lasciammo andare agli avvenimenti. In qualsiasi formazione politica nascevano i primi gruppi giovanili. Erano gli anni dei primi grandi scioperi della Viscosa e di una trasformazione che porterà alla nascita dei sindacati.”

E’ il periodo della grande mobilitazione delle forze sindacali italiane del settembre-dicembre 1969, caratterizzato da duri conflitti di lavoro ed estesi scioperi, con la partecipazione anche di ampi settori impiegatizi.

Le rivendicazioni dei lavoratori diedero maggior forza d'urto anche alla contemporanea contestazione studentesca. Caratteristiche principali della fase iniziale del movimento studentesco (1962-67) furono il radicarsi entro università, licei e istituti tecnici di nuovi modelli d'azione e partecipazione diretta (assemblee, gruppi di studio autogestiti) e l'emergere di rivendicazioni legate alla condizione scolastica in Italia, da quelle economico-politiche (diritto allo studio, presalari, tasse scolastiche), a quelle didattiche (orari, programmi e materie di insegnamento, modalità di giudizio e di esame), ad altre inerenti il carattere autoritario dei rapporti interni alla struttura accademica e scolastica. Gli episodi maggiormente significativi di questa fase si svolsero a Milano con l'occupazione della facoltà di architettura (1962-63) e le accese polemiche seguite al processo intentato ai redattori del giornale scolastico del liceo Parini "La Zanzara" per la pubblicazione di una inchiesta sul comportamento sessuale degli studenti (1966). Alla fine degli anni '60 le vicende del movimento studentesco confluirono in quelle della contestazione giovanile e attraverso una fase di accentuata politicizzazione si intrecciarono con quelle dei movimenti “extraparlamentari”.

“Noi eravamo all’Istituto Tecnico Industriale. Nato da poco sorgeva in quella che allora era la periferia della città. Andare a scuola voleva dire ‘fare un viaggio’ a piedi o in bicicletta - spiega Gianni Petrongari all’epoca diciottenne - Guardavamo agli universitari come fossero idoli, amavamo le loro feste grandiose al Circolo di Lettura, alla Piscina Comunale. Non avevamo ancora una coscienza politica, lo sciopero era visto semplicemente come un pretesto per andarsi a divertire.”

“C’era la voglia di rivoluzionare tutto - spiega Aldo - Se qualcuno avesse portato due anni prima i capelli lunghi sarebbe stato additato e snobbato da tutti (‘Oh illu... ddo’ bba?’) in quel momento invece diventò motivo d’orgoglio. Il primo negozio di abbigliamento alla moda fu quello di Gianfranco Cervelli, precursore dei mitici jeans; il parrucchiere dei giovani, capace di seguire la tendenza, fu Alfio di Via Alemanni  dinanzi al Sonital Club (ribattezzato in seguito col nome de ‘Il Covo’).”

“Il Sonital Club prese il nome dal complesso in cui io suonavo e fu fondato da Ludovico Renzi (chitarrista con esperienze musicali anche in Germania) Bruno Bucciolotti, Claudio Lanaro, Imolo Renzi e Mario. Rappresentava la concorrenza al Club ’66 più grande e più pacato rispetto al nostro, giudicato più trasgressivo. Il rock era la chiave di svolta che contraddistingueva l’appartenenza ad un certo mondo. Il nostro chitarrista era Alberto Fiori di Roccasinibalda, uno che lavorava e studiava nella capitale e che aveva portato con sé la musica dei Rolling Stones, Who, Dem, d’importazione e di rottura rispetto a quella italiana suonata fino ad allora. Frequentare il Sonital voleva dire trasformarsi anche nell’abbigliamento: tacchetti, capelli lunghi, vestiti sdruciti.”

Il panorama musicale italiano e internazionale prima del 1968 era già profondamente cambiato da anni. La vecchia canzone melodica, intonata da personaggi decisamente demodè era ormai destinata ad una lenta, progressiva estinzione. In America la rottura era arrivata con Elvis, in Inghilterra con i Beatles e i Rolling Stones, in Francia con Johnny Halliday, in Italia, dapprima con Modugno e poi, più decisamente con Celentano. Cominciavano poi ad emergere i cantautori come Battisti e De Andrè, in un momento in cui tali figure artistiche erano praticamente sconosciute nella concezione italiana della musica leggera. Sopravvivevano comunque in una fetta di mercato che andava sempre più restringendosi, ma che comunque portava sempre a cospicui incassi, cantanti vecchio stile come Claudio Villa, Nilla Pizzi e la giovane-vecchia Orietta Berti, oltre alla nutrita schiera di furbetti che creavano il loro stile sulle tendenze più remunerative. Nel variegatissimo panorama favorito dal momento di transizione, c’è chi cominciava a ’provarci’ e a mescolare un po’ di stile anglosassone con qualche testo vagamente contestatorio. Sono i primi “Complessi” alcuni dei quali utilizzavano un improbabile accento inglese che non faceva altro che accentuare la sensazione di plagio.

(continua)

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