Giugno 2024

STORIE

IL BOMBARDAMENTO DEL BORGO: IL RACCONTO DI CHI C'ERA

storia, storie

Intorno alle 9 del 6 giugno 1944 uno stormo di bombardieri pesanti provenienti da Nord-Est, forse reduci da una uguale missione su Terni, dirige la sua azione su Rieti. Nella mattinata limpida e assolata gli aerei si stagliano nettamente nel cielo e, così come lo descrissero testimoni oculari iniziano a sganciare bombe all’altezza dello zuccherificio, dando l’impressione che l’obiettivo sia il centro della città.

“Ero in piazza – raccontò Mario Ciancarelli durante una trasmissione realizzata dall'allora Radio Onda Verde in occasione dell'anniversario del bombardamento, testimonianza mai pubblicata prima - Uscivo dalla casa di Pietro Colarieti poiché lì era il nostro punto d’appoggio. Era suonato l’allarme. La gente col naso all’insù diceva “Attenzione Buttano le bottiglie!” Io che ero stato a Napoli nel ‘41/’42 e avevo capito cosa fossero ero perfettamente cosciente di cosa sarebbe accaduto. Pochi secondi dopo infatti i quadrimotori scaricarono al Borgo.  Il motivo sembrava essere la violenta reazione dell’antiaerea al loro passaggio da La Foresta: a quel punto gli americani se ne fregarono di tutto e sganciarono le bombe".

Le violente esplosioni scuotono tutto il Borgo, in rapidissima successione colpiscono la zona che va da Via Porta Romana a via della Cavatella.

Aveva dieci anni e qualche mese il prof. Dino Morsani “Per fortuna ebbi mia madre che, come in seguito ad una premonizione, mi portò via da Rieti. Salimmo verso Colle Pelato ed oltre perché la nostra abitazione per un certo periodo dell’anno fu una grotta a Belvedere, messa a disposizione dal marchese Cappelletti: lì si faceva il pane per coloro che sia allontanavano dalla città. Venivano da un mio cugino che faceva il fornaio con le sacchette (le federe dei cuscini) riempiti di farina sapendo che c’era a disposizione un forno. A un chilo di farina corrispondeva un chilo di pane: ripensandoci oggi con la consapevolezza delle tante privazioni, vengono i brividi. Il bombardamento l’abbiamo visto da lassù: una cosa terrificante: le case crollate, le urla di papà, mamma, quando scoprirono che era morta mia zia, Maria Morsani, e poi anche uno zio, Bernardino Aguzzi, notizie di persone decapitate, mutilate. Morirono 28 civili. In seguito apprendemmo anche di un elenco di 12 militari tedeschi tirati fuori da sotto le macerie nei giorni successivi… Ci fu una mia reazione particolare di cui mi rendo conto solo oggi: ebbi un fortissimo esaurimento nervoso. Quando c’erano interruzioni di energia elettrica e si piombava nel buio (evenienza piuttosto abituale) dubitavo di avere ancora la vista. Pensavo in quel momento di essere diventato cieco, disperandomi. Tornavo in me solo con il riaccendersi dell’illuminazione. Mi vergogno a dirlo ma avevo timore che mio padre mi volesse uccidere… tutte turbe dovute alle immagini vissute in quell’ultimo brutto periodo.”

Si dice che una donna sapesse quanto stava per accadere e lo avesse confidato in confessione

“Posso raccontare con precisione questo fatto. Quando noi borghegiani andammo per questua nel quartiere, una signora mi raccontò che don Antonio Riposati parlando sul segreto della confessione fece riferimento ad una donna a cui i tedeschi avevano portato via il padre e di cui non avrebbe mai fatto il nome. La stessa, diventata spia degli alleati, avrebbe loro confidato della continua presenza di tedeschi che sostavano sotto le piante lì al Borgo e nei vicoli, di passaggio sulla Salaria. Questo fu il motivo dell’interesse per quella zona degli americani. La nostra supposizione fu che il vescovo Migliorini avesse avvertito il prefetto, il quale però non avvertì la popolazione forse per non incorrere nella rappresaglia tedesca. Riferiscono alcuni che accorsero sul posto subito dopo il bombardamento che il vescovo Migliorini tentò di prendere di petto il capo della Provincia Di Marsciano, azione giustificata quindi da un possibile colloquio avuto in precedenza e che non aveva scongiurato, come avrebbe potuto, la tragedia.”

All’alba del 6 giugno un solo fatto si verifica, come racconta Aimone Filiberto Milli in ‘Ribalte e vicoli’: al Borgo non sosta più alcun mezzo militare tedesco. Al contrario, una parte della popolazione, vivamente preoccupata delle ormai ricorrenti razzie dei tedeschi in ritirata, è tornata a popolare, seppur per poche ore al giorno, le vie e i vicoli del Borgo. E’ lì che li sorprende il più violento bombardamento della guerra su Rieti".

Nel 1986, nell’anniversario del tragico evento, un comitato composto di borghigiani, familiari e parenti delle vittime inaugurò il monumento a ricordo dei caduti realizzato proprio dallo scultore Dino Morsani: un gruppo di famiglia che precipita dall’alto “E’ una caduta – spiegò – rappresenta la distruzione della famiglia. Quindi cadono dall’alto madri padri e figli che lì sono morti”.

S. Santoprete

06_06_24

 

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