a cura di Massimo Palozzi

Aprile 2019

IL DOMENICALE

I DATI DI OGGI PER LA RIETI DI DOMANI

formazione

(di Massimo Palozzi) “Conoscere per deliberare” è una delle massime più famose di Luigi Einaudi, illustre economista e secondo presidente della Repubblica dal 1948 al 1955.

Nella sua icastica stringatezza la formula riassume bene il basilare concetto di come le decisioni debbano essere prese sulla scorta di dati oggettivi e incontrovertibili.

Sembra una constatazione di semplice buon senso. Nei fatti è un insegnamento che, a distanza di tanti anni, conserva tutta la sua attualità, nonostante la nostra sia un’epoca di piena circolazione di informazioni nella quale le fonti aperte sono molteplici e facilmente accessibili tramite diversi canali e protocolli. In realtà, è proprio questa sovrabbondanza comunicativa a creare il problema.

La proliferazione di informazioni e la generazione continua di dati producono notoriamente distorsioni. Che non sono solo quelle legate alle “fake news”, le false notizie, ma anche quelle più subdole del loro uso scorretto o semplicemente mediato a fini predeterminati.

Ormai si ragiona in termini di “big data”, espressione inglese che identifica la raccolta di grandi masse di dati, le cui dimensioni in volume, velocità e varietà rendono necessario il ricorso a tecnologie e metodi di analisi specifici per l’estrazione di valore o conoscenza.

Esiste addirittura una “scienza dei dati” che si occupa di estrapolare, analizzare e mettere in relazione risultati eterogenei, strutturati e non, allo scopo di scoprire interazioni tra fenomeni diversi e prevedere quelli futuri.

Con la conferenza all’Auditorium Varrone del noto sondaggista Nando Pagnoncelli, lunedì scorso si è aperto proprio su questi temi il nuovo filone dell’attività socialmente “interventista” avviata da tempo dalla Chiesa reatina e dal suo vescovo Domenico Pompili.

Il progetto si chiama “RiData” e vuole essere un laboratorio aperto ad associazioni e istituzioni con lo scopo di rendere disponibili a tutti le informazioni raccolte per una lettura di contesto fondata su dati oggettivi e non su percezioni o impressioni. Il programma contempla una serie di “Incontri di cittadinanza” che si snoderanno in quattro diversi appuntamenti da qui a novembre, con al centro ogni volta un argomento differente. Nell’ordine: economia, salute, cultura, educazione.

In questo primo incontro al professor Pagnoncelli era stato affidato il compito di calare la realtà reatina nel più vasto ambito nazionale per evidenziarne punti di contatto e di scostamento rispetto a tematiche impegnative come quelle contenute nell’indagine “Italia 2019. Comunitari e Cosmopoliti, le nuove fratture”, da poco pubblicata dalla Ipsos, la società demoscopica di cui è amministratore delegato.

“Partire dai dati per capire dove e come intervenire per non rassegnarci e non abbandonarsi alla pigrizia e all’ignavia, sollecitando la laboriosità e la competenza” ha einaudianamente spiegato il senso dell’iniziativa il vescovo. Che in qualche misura fa il paio con l’intervento di don Luigi Ciotti, giunto in Città giovedì per il progetto “Vite sospese” promosso dalla sezione reatina di Libera in collaborazione con la Diocesi.

Le vite sospese sono quelle di chi abita in luoghi colpiti da calamità come il terremoto, che faticano ad uscire dalla prima emergenza. L’idea è di passare dall’indignazione alla progettazione partecipata per nuovi modelli di ricostruzione.

In questo solco Pagnoncelli ha fornito una lettura del clima che vive il Paese sovrapponendovi lo specifico reatino.

La sintesi è un diffuso disorientamento, nel quale il percepito confligge spesso con i numeri rilevati sul terreno, provocando riflessi fuorvianti anche di una certa importanza.

È l’eterno conflitto platonico tra “episteme”, scienza, e “doxa”, opinione, con la seconda che prevale sulla prima, per molti versi senza giustificazione e in maniera spesso irrazionale, per via del profondo condizionamento in negativo originato dalla crisi e dalla mancanza di certezze. Ovunque come a Rieti, il cui genius loci conosce un lungo momento di appannamento, tanto da far rimpiangere il passato. Gli anni Settanta, in particolare, quelli che sembravano aver lanciato la Città verso un avvenire fatto solo di sviluppo e grandi numeri, persino dal punto di vista demografico.

Ma non basta. Perché in aggiunta alle debolezze segnalate da Pagnoncelli, almeno altri due fattori di rischio vanno tenuti presenti nella ricerca di soluzioni innovative e davvero efficaci.

Il primo è l’interpretazione dei dati. Il secondo è la loro elaborazione in chiave tendenziale e in funzione predittiva.

Partiamo dall’interpretazione. È esperienza comune che ogni singolo dato, anche il più banale o apparentemente incontrovertibile, può essere oggetto di valutazioni diverse, a volte addirittura opposte e inconciliabili. Il dibattito sui vaccini ne è un esempio. Ma qualsiasi argomento si presta a visioni che dalla realtà fattuale tracimano facilmente in rivisitazioni personali o settarie, spesso deviate dall’adesione a correnti di pensiero fortemente ideologizzate.

Da questa premessa deve nascere la consapevolezza del limite intrinseco di qualsiasi operazione ermeneutica sui dati disponibli, che va dunque condotta con estrema prudenza.

Il secondo aspetto è lo studio dell’andamento tendenziale mirato a ricavare previsioni di più o meno lungo periodo. Qui da Platone si rischia di passare a Tiresia, il mitologico indovino. O quantomeno di oscillare dalla scienza dei dati all’arte della divinazione attraverso territori in cui vige una sostanziale anarchia. Con effetti potenzialmente disastrosi.

Le tendenze sono vaghe e inafferrabili per definizione. Eppure, la descrizione di scenari e l’anticipazione del domani sull’onda di proiezioni frutto dell’esame prospettico del contingente sta alla base di molto agire umano, sia individuale sia collettivo, ed è anzi la piattaforma su cui poggia la gran parte delle politiche dei governi in tutto il mondo e a tutti i livelli.

Ecco allora entrare in gioco un nuovo elemento: l’indirizzamento guidato, quella sorta di azione esercitata per influenzare gli eventi secondo i propri desideri.

Nella sua forma migliore e più sana si chiama proattività.

Nel suo aspetto deteriore assume la forma della propaganda, utilizzata per indicare traguardi difficilmente raggiungibili (se non addirittura irrealizzabili) solo per conquistare il consenso nell’immediato, soprattutto in ambito macro. Le manovre di bilancio costruite non secondo parametri oggettivi ma su opinabili stime di crescita ne sono l’esempio più eclatante.

Bene comunque l’avvio di questa inedita operazione di raccolta dati aperta al contributo di tutti, da trasformare in osservatorio permanente sulla realtà locale a disposizione di chiunque voglia attingervi.

A prescindere da ogni possibile insidia intellettuale, la conoscenza dell’ambiente rimane un punto di partenza irrinunciabile per ogni seria analisi del presente in ottica futura.

La fase critica sarà quella dell’elaborazione e della successiva costruzione di credibili ipotesi di lavoro per tendere al risultato auspicato, ma si tratta di uno sforzo che vale la pena affrontare. Magari con il concorso di un ampio numero di soggetti (le prime adesioni sono già arrivate), possibilmente in sinergia e non in antagonismo.

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