a cura di Massimo Palozzi

Aprile 2019

IL DOMENICALE

FURBERIE SPORTIVE IN SALSA REATINA

sport

(di Massimo Palozzi)  Nemmeno Luigi Pirandello avrebbe potuto sceneggiare con tempismo tanto perfetto quanto accaduto a Rieti nel corso di una settimana che proprio giovedì ha visto andare in scena al “Flavio Vespasiano” l’ultimo appuntamento della stagione teatrale di prosa. In programma c’era “Il piacere dell’onestà”, commedia in tre atti dello scrittore siciliano premio Nobel per la letteratura, rappresentata per la prima volta nel 1917.

Come suggerisce il titolo, la pièce racconta il percorso di redenzione di un uomo ritenuto di pochi scrupoli, che solo per salvare le apparenze accetta il matrimonio di facciata con l’amante incinta di un marchese già sposato, fino al riscatto e al trionfo della sua vera essenza di persona onesta dopo il superamento di insidiose vicissitudini che ne mettono a dura prova la ritrovata tempra morale.

È uno dei testi maggiormente noti di Pirandello e mai collocazione temporale sarebbe potuta riuscire più azzeccata. Perché appena due giorni prima il Rieti Calcio era stato sanzionato dal Giudice sportivo con una multa di 1.500 euro per comportamento antisportivo per avere ripetutamente fornito, mentre era in vantaggio, palloni di riserva sgonfi al fine di ritardare la ripresa del gioco durante la sfida interna di domenica scorsa contro la Reggina.

L’incontro era cruciale per le speranze di salvezza degli amarantocelesti e l’avversario di tutto rispetto. Alla fine i nostri portacolori hanno prevalso per uno a zero, con gioia e giubilo di giocatori, allenatore, dirigenti e tifosi. Ma per difendere quello striminzito risultato qualcuno ha pensato bene di ricorrere all’indebito aiutino.

Insomma, partita maschia in campo (come si diceva una volta) e piccoli sotterfugi ai bordi per fare melina e guadagnare secondi preziosi.

Non si fa, anche se in giro si vede di peggio. Temi come i valori della lealtà sportiva e del rispetto degli avversari, prima ancora che delle regole, suonano oggi piuttosto fuori moda e persino il povero de Coubertin è ormai più compatito che imitato.

Sui terreni dei campionati minori, ma anche in serie A e nelle competizioni internazionali, le furberie sono diventate parte integrante dello spettacolo: dalle simulazioni alle smaccate perdite di tempo ai laser sparati in faccia ai rivali dagli spalti, la casistica è ricchissima.

D’altro canto, l’onestà è un po’ come il coraggio di don Abbondio: se uno non ce l’ha, non se la può mica dare.

Tornando alla gara del Rieti, il trucco dei palloni sgonfi di domenica scorsa rimarrà di sicuro negli annali dello sport locale, senza però il sigillo della primogenitura.

Come ci ricorda Luigi Ricci in una delle sue tante e preziose testimonianze sulla storia del basket reatino, nella stagione 1984/85 (quella iniziata dopo il ritiro dall’attività agonistica di Luca Blasetti per farsi frate francescano) accadde qualcosa di ancor più sensazionale.

Domenica 6 gennaio 1985, giorno dell’Epifania. Al Palazzo di Campoloniano la Sebastiani, allora sponsorizzata American Eagle, affrontava la Giomo Venezia per la seconda giornata del girone di ritorno della regular season. Era l’epoca di Dan Gay e Joe Bryant, il padre di Kobe, che ha trascorso a Rieti un paio d’anni da bambino prima di diventare una delle stelle più luminose dell’NBA.

La posta in palio era davvero alta. Oltre ai due americani e ad alcuni rincalzi, la rosa effettiva poteva contare solo su Gianfranco Sanesi e Phil Melillo. Roster cortissimo, dunque, per cui ogni partita valeva come uno spareggio per la salvezza.

Il match si era messo male, con gli ospiti avanti di 9 punti e all’apparenza irraggiungibili. Improvvisamente Italo di Fazi, seduto al tavolo degli ufficiali di campo in qualità di accompagnatore, iniziò a gesticolare urlando: “Fermi tutti!”.

Era inopinatamente (si fa per dire) saltata l’elettricità che alimentava il cronometro e il tabellone segnapunti. Non si trattava in realtà di un guasto, ma di un espediente per sospendere l’incontro e smorzare così l’impeto agonistico dei lagunari. Il custode dell’impianto, che aveva capito tutto, finse di armeggiare intorno al quadro. Altri simularono una telefonata ad un elettricista che, essendo la domenica dell’Epifania, non  era “purtroppo” disponibile.

Intanto i minuti passavano. I muscoli degli atleti della Giomo si erano raffreddati e la loro concentrazione affievolita, mentre i reatini riprendevano fiato per riordinare le idee e organizzare una tattica di gara in grado di invertire l’inerzia del gioco.

Quando gli arbitri stavano per decidere il passaggio al punteggio e cronometraggio manuali, Di Fazi fece un cenno ad Attilio Pasquetti, altro partecipante alla sceneggiata, che sapeva bene cosa fare, visto che il sistema elettronico era stato realizzato proprio su sua richiesta dalla Texas Instruments, di cui era dipendente.

A questo punto conviene aprire una piccola parentesi per ricordare di chi stiamo parlando.

Nato nel 1926, Italo Di Fazi occupa un posto di primo piano tra le più eminenti figure sportive di Rieti, soprattutto nella pallacanestro. In gioventù era stato un discreto cestista, ma è come dirigente che seppe far valere tutte le sue doti. Uomo dal carattere deciso, parlava in dialetto agli americani (che lo capivano!) ed era rispettatissimo ai massimi livelli del basket italiano.

Se ne andò nel 1993 e nel 2005 gli è stato dedicato il piazzale antistante il Palasojourner, che allora non si chiamava ancora così. La targa fu scoperta infatti il 15 settembre nel corso di una cerimonia a cui partecipò proprio l’indimenticato “Zio” Willie, tornato a Rieti quello stesso giorno dopo ben 23 anni di lontananza.

Per un’assurda beffa del destino, Sojourner, che era molto affezionato a Di Fazi, sarebbe morto in un tragico incidente stradale sulla Terminillese a distanza di poco più di un mese, nella notte tra il 19 e il 20 ottobre 2005.

Attilio Pasquetti ci ha invece lasciato a 70 anni qualche settimana fa, il 23 febbraio. Al suo nome è legata la parabola ascendente e la stagione più bella della AMG Sebastiani.

Lavorava da giovane alla Texas Instruments, l’azienda che forse più di ogni altra ha incarnato il sogno (poi tradito) dello sviluppo del nucleo industriale. E siccome conosceva l’inglese, nel 1976 da Team Manager della società fu protagonista della telefonata che cambiò la storia del basket reatino (ne abbiamo parlato recentemente proprio qui su Format).

Il GM Italo Di Fazi era riuscito ad agganciare un promettente giocatore di colore. Chiese quindi a Pasquetti di telefonargli negli States per un provino. All’altro capo c’era invece il fratello, il quale disse all’interlocutore italiano che Mike, il cestista che cercavano, non era disponibile perché aveva appena firmato per gli Atlanta Hawks. Con la sfrontatezza che ne avrebbe fatto uno dei suoi peculiari tratti caratteriali, si propose allora di volare lui a Rieti per vestire al suo posto la maglia della Sebastiani: era Willie Sojourner.

“Che facciamo?” chiese Pasquetti. Di Fazi rispose con una battuta entrata nel mito di questa Città: “Vabbè, fallu ’n po’ ’enì. Basta che è niru”. Era appena nata una leggenda.

Riandando con la memoria  a quel 6 gennaio 1985, Pasquetti cominciò a trafficare con pulsanti e cavi e, non visto, reinserì sotto il tavolo la spina che una decina di minuti prima era stata staccata da Di Fazi. Tornata la corrente, la partita riprese, ma il vento era cambiato e l’American Eagle vinse 96 a 86.

A distanza di tanti anni quell’episodio suscita più tenerezza che disapprovazione. Anche in quel caso si trattò di un comportamento tutt’altro che sportivo e sicuramente da stigmatizzare, ma spesso il tempo e la grandezza dei protagonisti accarezzano gli eventi con la levità del perdono.

 

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