Marzo 2020

SALUTE

L’EMERGENZA CORONAVIRUS E I SOLDI DELLE DONAZIONI

salute, sanità

(di Massimo Palozzi) Partiamo da una premessa: nessun intento polemico né speculativo. Il tema però si pone ed è giusto affrontarlo.

Con l’esplosione dell’emergenza coronavirus si è messa in moto una macchina della solidarietà, resa ancor più straordinaria dal fatto che stavolta donatori e beneficiari non sono distinti, come accade solitamente in caso di calamità naturali, ma accomunati dalla medesima sorte.

Ad oggi la Protezione civile ha ricevuto milioni di euro da impiegare nell’acquisizione di apparecchiature e dispositivi medicali. Dal canto suo, la Asl reatina ha lanciato una raccolta di beni e di liquidità, istituendo un apposito conto corrente sul quale sono già confluite numerose offerte (queste le coordinate: IBAN IT15K0100514600000000218110 – Causale: “Donazione emergenza COVID 19”). I fondi vengono depositati con un vincolo di destinazione, serviranno cioè a rafforzare i presidi sanitari e le strutture ospedaliere. E martedì è partita pure la sottoscrizione promossa da Npc basket e Panathlon per l’acquisto di macchinari in favore dell’ospedale “San Camillo de Lellis” (IBAN IT88V0344014600000000346800).

Non ci sono dubbi che i soldi seguiranno un iter limpido e lineare. Quel che serve è che sia anche fluido, che si evitino cioè le lungaggini che in passato hanno accompagnato iniziative analoghe, da ultimo in occasione dei terremoti del 2016.

A settembre 2017 fecero scalpore le dichiarazioni dell’ex sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi quando, dal palco della festa di Fratelli d’Italia, definì “scandalosa” la gestione degli aiuti. “Nemmeno un euro dei 33 milioni che gli italiani hanno donato attraverso sms o bonifici è finito a beneficio delle popolazioni di Amatrice, Accumoli, Arquata o Pescara del Tronto e degli altri comuni terremotati”, denunciò con sdegno. Parole dirompenti che attirarono perfino l’attenzione della procura reatina, poi ricomposte all’esito di una verifica di sostanziale conferma del loro contenuto, benché in un quadro normativo di assoluta correttezza.

Era infatti successo che il denaro raccolto era stato devoluto al finanziamento di opere diverse rispetto a quelle che, secondo Pirozzi, sarebbero state nella volontà dei donatori.

Subito dopo le prime scosse, la Protezione civile aveva attivato un numero per le elargizioni, attraverso il quale vennero messi insieme circa 23 milioni di euro. Ulteriori 9,2 milioni furono donati direttamente sul conto corrente bancario acceso dallo stesso Dipartimento. Successive donazioni continuarono ad arrivare in seguito, raggiungendo la cifra complessiva di 34.537.834 euro.

Tutte queste somme finirono convogliate su un conto infruttifero aperto presso la Tesoreria centrale dello Stato, cui venne affidato il compito di distribuirle alle Regioni sotto la supervisione di un Comitato di garanti.

Effettivamente nessun progetto riferito ad Amatrice e Accumoli è stato finanziato con le risorse pervenute via sms. Quelle disponibilità sono state invece utilizzate per la ricostruzione delle scuole a Poggio Bustone, Rivodutri e Collevecchio, ma anche per scopi diversi come l’implementazione della rete wi-fi, oltre che per iniziative in Abruzzo, Umbria e Marche. Proprio per l’intervento a Collevecchio, Pirozzi aveva avuto parole molto dure, considerando che il comune sabino non rientrava nemmeno nel cratere sismico.

In realtà, secondo l’Ufficio speciale per la ricostruzione della Regione Lazio, i denari degli sms non sono stati indirizzati ad Amatrice e Accumoli in quanto le spese per l’edilizia scolastica in quei territori erano state già coperte con stanziamenti di natura differente. Si era perciò preferito dirottare le risorse degli sms solidali per garantire la piena sicurezza delle scuole danneggiate dal sisma in altri comuni. Il consigliere regionale aveva quindi detto il vero, seppure non si fosse verificata alcuna distrazione o uso illecito di quei fondi.

La polemica si è rinfocolata qualche mese fa, quando è emerso che a tre anni di distanza la gran parte dei progetti da realizzare con i quasi 35 milioni di euro raggranellati con sms e bonifici era rimasta sulla carta e che la procura regionale della Corte dei Conti dell’Umbria aveva aperto un’indagine per accertare eventuali danni pubblici dovuti alla mancata attuazione del piano di ricostruzione o all’omesso conferimento di incarichi. Burocrazia e lungaggini di varia natura (purtroppo ben note ai terremotati di ogni epoca) hanno infatti determinato un rallentamento ai limiti della paralisi delle operazioni di recupero. Solo per fare un esempio, i progetti accolti dal Comitato dei garanti per la regione adriatica sono stati 94, a loro volta moltiplicati attraverso una serie di imprese minori per un totale di oltre 150 cantieri previsti, dei quali solo otto al settembre scorso risultavano ultimati.

Questa esperienza mette insomma in luce i tre grandi problemi insiti nell’impiego di quanto incamerato attraverso l’altruismo diffuso. Il primo è quello della trasparenza e della correttezza. Un passaggio che nell’epidemia da Covid-19 diamo per scontato.

Il secondo riguarda l’esatta individuazione delle necessità e delle loro priorità. Quando mancano i mezzi, il pericolo di disperdere le risorse in mille rivoli meno immediatamente utili è sempre in agguato, ancorché in perfetta buona fede. Tempestività nella selezione e oculata gerarchia degli interventi sono invece elementi imprescindibili in un campo dove si misura realmente la capacità di reazione delle classi dirigenti sia a livello politico sia a livello tecnico.

La terza criticità risiede nella rapidità di esecuzione. Nel caso del terremoto qualcosa non deve aver funzionato se, dopo tre anni e mezzo, è stato realizzato appena il 7 per cento dei progetti di ricostruzione. Con tutta evidenza, questo non è un modello che può essere applicato alla crisi portata dal virus cinese. Qui occorre agire con la massima velocità per garantire l’approvvigionamento di personale, strumenti e strutture idonei a fronteggiare da subito l’emergenza.

Come ha dimostrato il recente sblocco degli anticipi ai professionisti impegnati nel ripristino degli edifici danneggiati dal sisma, il ricorso a procedure accelerate è possibile in circostanze eccezionali (e più eccezionale di quella che stiamo vivendo non è immaginabile). Va da sé che pratiche speditive non possono andare a scapito della regolarità degli appalti e degli impegni delle centrali di acquisto pubbliche, ma questo è un capitolo più generale che andrà affrontato passata la buriana, quando occorrerà una revisione complessiva dei meccanismi di realizzazione delle opere pubbliche.

La riedificazione a Genova del ponte Morandi in tempi record per gli standard italiani è oltremodo istruttiva di quanto l’eccesso di cautele finisca per rendere meno scorrevole qualsiasi intervento. Se poi la paragoniamo ad opere microscopiche come l’ascensore che dovrebbe collegare via San Pietro Martire con piazza Cesare Battisti, ancora in attesa di entrare in esercizio per la mancanza dell’ultima certificazione nonostante il fine lavori fissato al 12 novembre 2014, la beffa è sotto gli occhi di tutti (e lì non ci sono nemmeno stati problemi di natura penale).

L’argomento è gigantesco perché la corruzione è un male endemico italiano, ma è necessario escogitare soluzioni che tengano insieme lo sviluppo del paese e il principio di legalità e che soprattutto risultino efficaci in situazioni emergenziali.

Per il momento limitiamoci all’auspicio che a Rieti, come ovunque, i fondi raccolti attraverso la generosità di tanti concittadini vengano utilizzati in maniera mirata e con assoluta speditezza.

 

27-03-2020

condividi su: