a cura di Massimo Palozzi

Giugno 2020

IL DOMENICALE

DIETRO LA VENDITA DELLE FARMACIE ASM

amministrazione

(di Massimo Palozzi) Il mandato conferito dieci giorni fa dal Consiglio comunale al sindaco Cicchetti per procedere alla vendita delle quattro farmacie di Asm (tre nel territorio di Rieti e una in quello di Cittaducale) continua a scaldare gli animi. La vicenda ha in realtà un sapore antico e un futuro tutto da scrivere. Per questo vale la pena capire cosa c’è dietro la volontà dell’amministrazione di disfarsi di uno dei pochissimi asset che generano reddito, oltre a svolgere un’evidente funzione di utilità sociale. 
In estrema sintesi, la vendita delle farmacie punterebbe a far incamerare al Comune, socio di maggioranza di Asm con il 60%, i soldi necessari a liquidare la Azimut S.p.A., il partner privato che possiede il restante 40% delle quote. In questo modo si aprirebbe la strada al conseguimento di un duplice obiettivo: rendere la multiservizi completamente pubblica e, almeno nelle intenzioni, disporre delle risorse per concentrare il business aziendale sulla realizzazione di un moderno impianto di trattamento dei rifiuti a Casapenta. L’operazione sarebbe mirata in definitiva a razionalizzare il complessivo ciclo di esercizio e in ultima istanza a calmierare le tariffe a carico dei cittadini, come specificato dall’assessore all’Ambiente Claudio Valentini.
Al momento Asm si occupa infatti della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, del trasporto pubblico locale e, per l’appunto, delle farmacie. Seppure a grandi linee, le tappe della lavorazione dell’immondizia meritano allora di essere ripercorse, perché il loro dipanarsi si intreccia indissolubilmente con la questione farmacie. Tanto più in questi giorni, con l’arrivo ai contribuenti dei bollettini per il pagamento della Tari.
Il grosso della storia ruota intorno al sito di Casapenta, aperto lungo la via Cicolana alla fine del 1986 come area di stoccaggio e trasferimento dei rifiuti. Nel 1997 un’ordinanza regionale ne impone la trasformazione in centro di trasferenza per la separazione della frazione secca dalla frazione umida. Due anni dopo, con un provvedimento dell’allora (e attuale) sindaco Cicchetti, l’impianto viene ulteriormente modificato per renderlo compatibile con la stazione finale nel frattempo realizzata a Casale Bussi, nel comune di Viterbo, dove tuttora viene conferita l’indifferenziata reatina.
A fine 2007 Asm chiede l’autorizzazione per evolvere l’impianto esistente in uno di bioessiccazione dei rifiuti urbani con generazione di Cds, un combustibile da impiegare nei cementifici, nelle centrali elettriche a carbone e nei termovalorizzatori, sostituito nel Testo unico dell’Ambiente del 2006 con la denominazione Css (combustibile solido secondario).
A febbraio 2016 la Regione approva un’ulteriore proposta di variante avanzata da Asm per trasformare il complesso alle porte della città in un impianto di riciclaggio avanzato. Nell’aprile dell’anno successivo, infine, l’azienda sottopone alla Regione un’ultima richiesta di autorizzazione per un insediamento produttivo destinato al recupero di rifiuti non pericolosi.
Queste attività amministrative si intrecciano con il sequestro di Casapenta ordinato dal Gip del Tribunale di Rieti su richiesta della procura della Repubblica ed eseguito il 5 novembre 2015. Il motivo risiede nella gestione del prodotto in assenza di titoli autorizzativi e in forme non consentite. L’inchiesta nasce quasi per caso. La Forestale interviene a sequestrare un cumulo di rifiuti derivante dallo spazzamento delle strade, lasciato all’interno del sito senza essere smaltito e con fuoriuscita di percolato che si infiltra nel terreno. Ulteriori indagini svolte dall’Arpa (Agenzia regionale per la protezione ambientale) rilevano le mancanze alla base del provvedimento cautelare, che verrà revocato dopo qualche giorno.
Vicissitudini giudiziarie a parte, Casapenta rimane il centro operativo a Rieti, unica provincia del Lazio a non avere un vero e proprio impianto, come da Piano regionale di gestione dei rifiuti approvato dal Consiglio regionale il 18 gennaio 2012. I principali distribuiti sul suolo laziale sono 21: 10 discariche, 3 inceneritori/gassificatori e 8 per il Tmb (trattamento meccanico-biologico), tra i quali quello viterbese di Casale Bussi, di cui Rieti continua a servirsi.
È interessante notare che il Piano regionale istituisce cinque Ato (Ambiti territoriali ottimali), uno per provincia, con la previsione di autosufficienza per ciascuno di essi. Solo qualora non sia possibile trattare i rifiuti in un Ato a causa dell’incompleta dotazione strumentale, è consentito utilizzare le strutture più vicine al fine di ridurne il movimento, secondo il principio di prossimità sancito dalla legge.
La sfida che si intende affrontare si presenta dunque tutt’altro che semplice, anche alla luce delle spinte contrarie persino verso microimpianti che vengono dai comitati popolari, spesso cavalcate dai partiti e dagli amministratori locali. Le recentissime esperienze delle centrali a biomasse e di pirolisi della plastica a Vazia sono indicative delle difficoltà di realizzare strutture per la lavorazione dei rifiuti. Di qui gli enormi ostacoli verso il raggiungimento dell’indipendenza nell’ambito di un ciclo integrato, che dovrebbe idealmente partire dalla riduzione della produzione dell’immondizia, passare per la raccolta differenziata e concludersi con il recupero e riutilizzo della più ampia frazione possibile.
A febbraio il presidente della Provincia Mariano Calisse ha annunciato l’avvio della fase esecutiva del Piano provinciale dei rifiuti, la cui approvazione era prevista entro la fine dell’estate. La crisi Covid potrebbe averne rallentato l’iter, ma una volta definito l’elaborato, il Reatino sarebbe finalmente dotato di uno strumento che, in aderenza alle linee guida del Piano regionale, porterebbe all’individuazione della reale necessità di impianti nella nostra provincia.
Con il ricavato della vendita delle farmacie il Comune punta insomma al duplice obiettivo di liquidare il socio privato per ripubblicizzare Asm (che conta oltre duecento dipendenti) e dedicare maggiori sforzi all’efficientamento della branca rifiuti. Sono evidentemente due aspetti distinti e separati, mentre il complesso delle attività della municipalizzata è da anni al centro della spinosa questione delle deroghe.

Asm è attualmente una società mista pubblico-privata che nasce nel 1974 come società detenuta integralmente dal Comune di Rieti. Nel maggio del ’96 l’ente costituisce l’Azienda speciale A.S.M. Rieti, trasformando quella originaria priva di personalità giuridica. Il 28 dicembre 2000 viene mutata in società per azioni e nel 2002 stipula con lo stesso Comune capoluogo distinti contratti di durata decennale per l’erogazione dei servizi di igiene urbana e di conferimento a discarica, oltre a sottoscrivere un contratto annuale, rinnovabile, per il trasporto pubblico locale.
A seguito di gara, nel 2005 viene ceduto il 38% delle quote. Il passaggio di un ulteriore 2%, già previsto nel contratto, si perfeziona a marzo 2012, posto che nessuno esercita l’opzione di acquisto riservata ai dipendenti. La cessione della partecipazione di minoranza al socio privato si sviluppa dunque sotto i due mandati del sindaco Giuseppe Emili e della coalizione di centrodestra che lo sostiene.
Già nel corso della campagna elettorale della primavera del 2012, che si sarebbe conclusa con la vittoria del centrosinistra e l’elezione a sindaco di Simone Petrangeli, uno dei cavalli di battaglia dell’alleanza progressista diventa proprio il ritorno alla dimensione pubblica delle partecipate. L’intento viene ribadito nel corso della consiliatura, ma incombe la scadenza dei contratti di servizio con Asm (31 dicembre 2012). I dirigenti prima e i consulenti esterni poi, sollecitano il passaggio a procedure aperte per l’affidamento delle attività svolte da Asm, spiegando che il regime delle proroghe non è consentito dalla normativa. Persino l’Antitrust precisa la necessità per il Comune di adeguarsi, specificando che “la proroga non può prestarsi ad un utilizzo distorto, legittimando il perdurare di affidamenti non conformi”.
L’opposizione insorge contro la pratica delle proroghe, denunciando all’opinione pubblica (e alla procura della Repubblica) l’asserita violazione di norme imperative e l’incapacità dell’amministrazione Petrangeli di far fronte allo spinoso problema.
La questione approda finalmente in Consiglio, che il 18 giugno 2014 approva una delibera di indirizzo per l’avvio delle procedure di indizione di una gara a doppio oggetto, avente cioè come scopo, da una parte, l’individuazione delle mansioni e, dall’altra, la scelta del partner tecnico.
Trascorrono sei mesi quando la giunta demanda al dirigente del settore finanziario l’organizzazione dell’appalto per la predisposizione degli atti (bando e quant’altro). La procedura, propedeutica a quella di gara, si conclude con l’affidamento dell’incarico a maggio 2016. Nelle more, a gennaio 2015 viene nuovamente concessa la proroga ad Asm per la continuazione delle prestazioni di competenza ed evitare il blocco di servizi essenziali. La proroga si ripete a giugno, scatenando le ire del centrodestra, mentre in Comune inizia a circolare l’interpretazione in base alla quale, sulla scorta di una pronuncia del Consiglio di Stato, l’assetto sociale di Asm (che prevede una partecipazione maggioritaria della parte pubblica) giustificherebbe l’affidamento in house, sebbene resti vincolante la volontà della massima assemblea cittadina di procedere alla gara.
Il vero colpo di scena esplode comunque alla vigilia delle ultime elezioni, allorché viene rivelata l’esistenza di una scrittura privata tra il sindaco uscente Petrangeli e Otello Rinaldi, rappresentante legale di Azimut, la società proprietaria del 40% delle azioni di Asm. L’accordo prevede la separazione delle attività con la creazione di una nuova compagnia dove far confluire quelle “a spiccata propensione lucrativa”, vale a dire le farmacie e il costruendo impianto di Casapenta, già autorizzato dalla Regione Lazio. Il resto (rifiuti e trasporto locale) sarebbe invece rimasto in Asm, attesa la loro natura di servizi soggetti a tariffe applicabili ai cittadini con un potenziale pareggio tra costi e ricavi.
Le elezioni del giugno 2017 sanciscono il ribaltone e sullo scranno più alto di Palazzo di Città torna al fotofinish Antonio Cicchetti, sorretto dalla medesima coalizione che nel corso della consiliatura precedente tuonava contro le proroghe. Alle quali il neosindaco ricorre invece puntualmente in ripetute occasioni e fino a questi giorni, seguendo pedissequamente la prassi del suo predecessore, ma senza che stavolta i partiti che si erano tanto indignati prima (Fratelli d’Italia e Forza Italia in primis) abbiano niente da ridire. L’unico a dimostrarsi coerente e fedele alla linea è il consigliere Andrea Sebastiani, transitato nel frattempo nelle file della Lega che, con un gesto piuttosto clamoroso, presenta un esposto alla procura anche contro Cicchetti per il perpetuarsi dell’affidamento in deroga ad Asm. Per questo motivo a gennaio di quest’anno viene espulso dal partito di Salvini, pur rimanendo in maggioranza, nonché vice presidente della Provincia.
Seguono ulteriori passaggi, tra cui la remissione della perizia di stima da parte dell’advisor, che a gennaio 2018 quantifica in 4 milioni e centomila euro il valore del ramo d’azienda riferito alle farmacie. Il 20 dicembre dello stesso anno il Consiglio comunale approva una delibera con la quale, alla luce dei mutamenti di fatto e di diritto intervenuti in corso d’opera, revoca quella adottata nel 2014 e propone la costituzione di una società interamente pubblica per la cura di igiene urbana e trasporto locale, individuando in Sogea il possibile “contenitore”. Senonché Sogea ha nel frattempo cessato il suo scopo ed è stata sostituita nella gestione del servizio idrico da Aps (Acqua pubblica sabina), tanto che il 30 dicembre 2019 viene messa in liquidazione dallo stesso Consiglio.
Pochi mesi prima, però, nel pieno dell’estate, il partner privato di Asm aveva comunicato la disponibilità a cedere al Comune le proprie quote con una nota del 20 agosto 2019. La mossa apre nuove scenari e si arriva così alla delibera del 18 giugno scorso, approvata dalla sola maggioranza, che dà mandato al sindaco di alienare le farmacie. Le quali costituiscono effettivamente l’unico asset produttivo di utili e per questo appetibili sul mercato.
La decisione ha scatenato la bagarre politica, con le opposizioni che l’hanno bocciata senza appello. Pure i sindacati sono scesi in campo per scandire un no secco, nel timore che dalla vendita possano derivare conseguenze sull’occupazione. Diverse associazioni, a cominciare dal Coordinamento per il diritto alla salute, si sono parimenti schierate contro l’iniziativa perché priverebbe la città di importanti presidi sanitari di prossimità.
I tempi imposti dall’atto sono piuttosto ristretti. Entro il 31 luglio dovrebbe essere concluso l’iter preparatorio, comprensivo dell’espletamento della manifestazione d’interesse all’acquisto delle farmacie in uno o più lotti.

Considerando la posta in palio e la consistenza del dossier, non è detto che tutto fili così liscio e veloce. Ad oggi le uniche certezze sono le decine di migliaia di euro pagate nel corso di questi anni dal Comune ai consulenti che si sono avvicendati nello studio dell’intricatissimo caso.

 

28-06-2020

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