a cura di Massimo Palozzi

Maggio 2020

IL DOMENICALE

DALLO STATUTO DEI LAVORATORI AL COVID-19

società

(di Massimo Palozzi) Oggi è il 24 maggio. In questa fatidica data nel 1915 l’Italia entrava in guerra, avviando la sua partecipazione al primo conflitto mondiale (“Il Piave mormorava…”). Un evento rimarchevole, ma non il principale da celebrare questa settimana: mercoledì ricorrevano infatti i cinquant’anni dello Statuto dei lavoratori, definizione con la quale è passata alla storia la legge n. 300 del 20 maggio 1970.

In un paese scosso dall’“autunno caldo”, quella fu una riforma epocale perché introdusse i diritti sindacali nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro. Come tutti i provvedimenti di compromesso, scontò l’esito della mediazione e della sintesi tra le diverse sensibilità politiche, toccando l’apice di un apparente paradosso nel passaggio finale per cui venne votata dai liberali, il partito di riferimento degli imprenditori, mentre il Partito comunista si astenne.

L’importanza culturale e sostanziale dello Statuto fu tale da costituire ancora oggi il caposaldo di molte conquiste del lavoro, benché appaia un po’ sfilacciato e intimamente toccato dalla modifica dell’arcinoto articolo 18, abolito nel 2015 dal governo Renzi per essere sostituito dalle misure riconducibili ai contratti a tutele crescenti contenute nel Jobs Act.

Ma come si presentava Rieti quando entrò in vigore lo Statuto dei lavoratori? Nel 1971 la provincia contava 143.162 abitanti, ben 36mila in meno rispetto a vent’anni prima, secondo un trend discendente che sarebbe proseguito fino all’inversione di tendenza registrata a partire dal 1991 e culminata nel faticoso scavalcamento della soglia dei 155mila residenti all’ultimo censimento. Il calo demografico non riguardò tanto il capoluogo, che vide anzi aumentare i suoi abitanti, quanto gli altri 72 comuni della provincia. Nel complesso i reatini passarono in mezzo secolo dall’essere il 5,4% dei cittadini del Lazio a circa la metà di questa percentuale.

Dal punto di vista anagrafico, la nostra è la provincia più anziana su scala regionale, con approssimativamente un quarto di ultrasessantacinquenni. Il che comporta un “indice di dipendenza”, cioè il rapporto tra popolazione in età lavorativa e popolazione fuori da questa fascia perché troppo giovane o troppo vecchia, superiore a quello osservato nelle altre province laziali.

Sempre nel 1971 l’agricoltura mostra i segni del profondo ridimensionamento subito, scendendo al 14,6% dal 41,7 del 1951. Sono gli anni della nascente industrializzazione. Nel 1965 viene istituito il Consorzio per lo Sviluppo industriale del distretto Rieti-Cittaducale. Sull’onda delle provvidenze della Cassa per il Mezzogiorno, cominciano a insediarsi fabbriche e capannoni, che in breve modificheranno non solo il panorama urbano ma il profilo socio-culturale e la mentalità di almeno un paio di generazioni. La Cassa di Risparmio si consolida come principale player finanziario. Il suo ruolo e la sua esposizione sociale crescono fino al significativo appannamento iniziato con la chiacchierata gestione della filiale di piazza Montecitorio a Roma, dove agivano personaggi vicini alla banda della Magliana. Ma è soprattutto lo scandalo del 1994, connesso alla bancarotta della società di assicurazioni milanese Ambra, a travolgere l’istituto. Le indagini ne decapitarono i vertici: in realtà, già l’anno prima la Cariri era finita sotto il controllo di Cariplo, perdendo di fatto il legame privilegiato con il territorio e la sua economia. La mossa era stata imposta dalla Banca d’Italia a fronte delle enormi sofferenze contabilizzate negli anni precedenti e per effetto della riforma del 1992 che l’aveva trasformata in società per azioni, con la contestuale creazione dell’autonoma Fondazione.

Esaurite le sovvenzioni della Cassa per il Mezzogiorno, molte aziende lasciarono Rieti, in primis la multinazionale Texas Instruments. Seguì un progressivo sfaldamento del tessuto produttivo con il disimpegno dei grossi nomi dell’imprenditoria del calibro di Telettra e Merloni. Il sogno dell’industrializzazione non aveva retto alla prova dei fatti, tanto che nel 2011 il ministero dello Sviluppo economico ha riconosciuto il Sistema locale del lavoro di Rieti, che ricomprende 44 comuni, “area di crisi industriale complessa” proprio in relazione alla desertificazione in atto, alla quale è ascrivibile una vistosa flessione di occupati, passati dagli 8.550 del 1994 ai circa 5.000 degli anni Dieci del Duemila.

Vale comunque la pena notare come già nel ‘71 l’industria pesasse per il 27,3% del Pil reatino, contro il 58,1% dei servizi. La tendenza al prevalere di questo comparto (in particolare il commercio) si sarebbe consolidata nel periodo successivo. Tra gli anni Settanta e Ottanta la quota relativa all’industria si stabilizza al 29%, mentre il terziario tocca quasi il 66%, con l’ulteriore decremento dell’agricoltura, ridotta a poco più del 5. Agli inizi del nuovo millennio la quota dei servizi sfonderà addirittura il tetto del 70%, con l’industria calata a poco più del 24 e l’agricoltura sotto il 5%. Il dato curioso è che comunque due imprese reatine su tre sono attive nel settore agricolo, contro il 26,5% nei servizi e l’appena 6,5% nell’industria. Chiaro il fattore dimensionale delle aziende: numerose e piccole nelle campagne, più rade e con un esteso contingente di addetti le manifatture.

Non vanno allora sottovalutate le rivendicazioni dei braccianti reatini, che giovedì hanno inscenato un flashmob a piazzale Mercatanti per reclamare all’insegna dello Statuto dei lavoratori dignità e tutela per l’opera di agricoltori e allevatori, così come maggiore equità nella ripartizione dei proventi dei campi.

In questo contesto si collocano le due grandi recessioni: quella del 2008 originata dal crack dei mutui subprime americani e ora questa, più devastante per forza e virulenza, causata dal Covid-19. Due sfide terribili. Dalla prima non siamo completamente usciti: l’ecatombe di negozi chiusi ne è la rappresentazione plastica. Nella seconda siamo ancora immersi sul piano epidemiologico, ma trattandosi di una partita globale risulta difficile prevederne gli sbocchi. A guardare il bicchiere mezzo pieno, il coinvolgimento di tutte le filiere produttive potrà far beneficiare anche Rieti di contributi prima inimmaginabili. Il punto è se le classi dirigenti siano in grado di affrontare un onere di tale portata. A livello periferico, resta forte la sensazione che il perdurante accapigliarsi sulle minuzie non riesca a rispondere al mutamento di prospettiva rispetto a uno shock che è insieme sistemico e asimmetrico. Nel senso che l’impatto devastante della pandemia ha sì scosso il mondo intero, ma con riflessi specifici su ogni singola realtà territoriale.

Non è insomma più il tempo delle baruffe per intestarsi il merito o attribuire le colpe sul saldo tra natalità e mortalità delle imprese che la Camera di commercio periodicamente comunica o dei cavilli su provvedimenti di scarsissima (se non nulla) incidenza sulla vita delle persone, tipo la gratuità dei parcheggi in striscia blu durante il blocco della circolazione.

Con un polemico post sulla sua pagina Facebook, giovedì sera si è dimessa l’assessora comunale all’Innovazione e Parità, Elisa Masotti. Colpivano l’accusa al sindaco Antonio Cicchetti di aver deragliato dal programma amministrativo e l’orgogliosa riappropriazione della libertà e della dignità, evidentemente conculcate nell’azione di governo della città. Accuse gravi, replicate e amplificate il giorno successivo da un altro comunicato al vetriolo, alle quali Cicchetti ha risposto con grande furbizia facendo uscire a nome della giunta una gelida presa di distanze dalla sua ex collaboratrice. Tutto molto interessante per i cultori della materia, se non trasmettesse l’immagine dei manzoniani polli di Renzo, i quali continuavano a beccarsi mentre legati per le zampe a testa in giù erano sbatacchiati di qua e di là, persi in una dimensione assai più grande di loro.

 

24-05-2020

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