Febbraio 2019

PERSONE & PERSONAGGI

"CIAO PAPA' " LETTERA DI UN FIGLIO

di Francesco Saverio Pasquetti

storie

Ciao, papà. Te ne sei andato a mezzogiorno, di domenica, sulle ali dell'arcangelo Gabriele. Da quella finestra, nella “suite” forzata piena di mille aggeggi tecnologici cui eri stato costretto da un aorta divenuta troppo fragile persino per la tua durissima corteccia di sanfrancescano doc, gli occhi della tua anima scorgevano di sicuro il cupolone di San Pietro e, ne sono certo, con il tuo amato papa Francesco hanno levato in alto nell'ultimo istante la preghiera alla mamma celeste che, per mano, ti ha condotto alla tua mamma terrestre. Mamma Belgia: quel nome, così strano, esotico, lasciato in dote – mi raccontavi – da parenti (o erano amici, chissà) che di ritorno dal Belgio, migranti di allora, erano venuti ad assistere alla sua nascita. Quella mamma che tu stesso, 39 anni prima, avevi condotto in quello che per te era l'ospedale per eccellenza (“il Gemelli!”, dicevi quasi in contemplazione rispettosa), sperando anche allora – come noi per 28 lunghissimi giorni – in un miracolo che non avvenne e che neanche oggi, nonostante un momento illusorio, è accaduto. Un male se la portò via troppo giovane, ma la tua anima, allora, era allietata dalla nascita del più piccolo di noi che, come spesso avviene, il giorno dopo la sua morte era venuto alla luce. Proprio come te, nel cuore pulsante della Rieti degli anni '30, in un caldo luglio del '32. Lì, a piazza San Francesco, dove nascevano i reatini doc, acerrimi rivali dei cittadini d'Oltrevelino, “li burgheciani”, che spesso raggiungevate traversando il fiume a nuoto “alla fiumarola” - una sorta di crawl male abbozzato - unico svago di estati povere senza vacanze e senza mare. Da quell'appartamento in affitto, fatto di poche stanze, proprio lì, sulla tua amata piazza, che dava alloggio ad una famiglia con cinque figli  e che nonno Alfredo – barbiere raffinato di tanti signori dell'epoca, sempre elegantissimo con il suo inseparabile papillon e le scarpe lucidissime – tirava avanti. Li, nella chiesa di San Francesco, nacque la tua passione per la cronaca: parlavi sempre di quel sacerdote straordinario, don Lino, che ti fece da mentore e a cui dovevi gli studi e l'impegno nella società e nella politica. Prima maestro a Roccantica. Poi in provveditorato, a fianco per quarant'anni di tutti gli artefici della scuola reatina, primo fra tutti quell'uomo straordinario che fu Luigi Minervini. La politica, poi. La DC era la tua vita. In essa erano racchiusi i tuoi ideali di sviluppo, di aiuto ai più deboli, di rilancio di un paese devastato dal nazifascismo, che mi avevi insegnato a temere ed avversare; di una città contadina e provinciale. Una nidiata formidabile, quella di allora, con capocordata il tuo amico di sempre, il tuo esempio, il tuo faro: quel Franco Maria Malfatti cui volesti dedicare il tuo primo volume. Tante scuole portano la tua firma, come assessore alla pubblica istruzione, sotto la giunta Saletti dei primi anni settanta: se molti della mia generazione hanno potuto studiare e formarsi in ambienti moderni e confortevoli, molto lo si deve a te.

Ma su tutti, il giornale, la tua vera passione. Nata quando il vero giornalista era il cronista di “nera”. Imparasti il mestiere dal tuo maestro, quel Francesco Saverio Procopio “principe dei delitti” nella capitale, morto tragicamente ed in cui onore volesti attribuirmi il nome. Raggiungerai ora, lassù, gli altri di quella grande, inarrivabile redazione,: il capo, Pietro Pileri. La penna elegante di Giuseppe Rosati. Lo stile inconfondibile di Sergio Cacciagrano, principe della cronaca sportiva. Ti immagino ora a discuter con loro, a buttar giù il “menabot” (chissà quanti, dei “cronisti” di oggi, sanno cosa sia); a dettar pezzi a braccio al dattilografo di turno; a redigere articoli su quella telescrivente dal rumore infernale che ero costretto a sopportare in quelle domeniche in cui, ai tempi d'oro del basket reatino, ti raggiungevamo in redazione per poi andare a palazzo.

La fede, l'incontro con Gesù avevano cambiato la tua vita. Con mamma – quasi 58 anni di amore “litigarello” ma saldo ed indissolubile - da oltre 40 anni, grazie al cammino neocatecumenale, a sant'Agostino; l'esperienza che ti aveva permesso - guidato dal tuo amato e stimatissimo don Salvatore - di riscoprire le radici di una fede piantata tanti anni prima da don Lino. Oggi saresti fiero ed orgoglioso di legger tante attestazioni di stima, di gratitudine, di affetto, carissimo papà. Da parte di tanti. Di una città intera di cui eri innamorato, per cui hai donato la tua vita, sempre e comunque, fino alla fine. Lavoravi a nuovi progetti, a nuovi libri, come un ventenne. Negli anni ti eri addolcito, ammansito. Non eri più quell'”animale” della nera che pur di pubblicare una foto del morto di turno, non esitava a procurarsela nei modi più svariati. Soffrivi, già, per i miei pezzi al vetriolo sulla politica cittadina di oggi. “Ti fai nemici”, mi ripetevi. Per te, ormai, era solo il tempo dell'amore, della saggezza, della memoria. Tanti di questi tesori hai dispensato, caro papà. Tanto bene hai portato. Alla tua famiglia, alla tua adorata sposa, a noi figli ed alle nuore (a quella di turno, nell'illusorio risveglio dopo il terribile intervento, non facevi che ripetere ”sei bellissima, ti voglio bene!”). Ai tuoi amatissimi nipoti, pupille dei tuoi occhi. Ai tuoi fratelli e sorelle, cui avevi sempre provveduto, facendo loro da padre quando il tuo era morto troppo presto. Non volevi andartene, aggrappato alla vita che amavi sino all'ultimo. Hai combattuto in modo incredibile, per i medici stessi, per 28 lunghissimi giorni. Un tempo duro, difficile, ma di amore infinito. Di tutti noi, per te. Tuo, per tutti noi. Accompagnarti fino alla fine, fino al tuo ultimo respiro – nella preghiera incessante - è stato un dono ed un onore infinito, caro papà. Ma  lassù, lo so, ti aspettavano: serviva loro un grande cronista che raccontasse la bellezza della vita e dell'amore. Come solo tu sai raccontare.

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