Gennaio 2021

PERSONE & PERSONAGGI

CIAO GIANO

storie

di Francesco Saverio Pasquetti - Si distingueva per quel nome così singolare, intrigante, solenne. Nome che rievocava la divinità dei romani, fra le più antiche e misteriose. Il Dio bifronte, che guarda al passato ed al futuro. Giano: così, nel tradizionale quartiere di San Francesco, lo avevano voluto chiamare i suoi genitori. Giovannelli, il cognome, tra i più usuali in città. Reatino purosangue, Giano. Sanfrancescano doc. Con papà – indissolubile amicizia sin dall'infanzia – aveva “spartito il pane”, come mi ripeteva spesso e con lui aveva fatto parte di quella formidabile nidiata di giovani allevati spiritualmente e culturalmente dallo straordinario don Lino De Sanctis. Era uno di quei “monelli di guerra” abilmente narrati da Tonino Cipolloni nel suo volume edito nel 2003 Poco più che decenne – classe 32, come papà - era divenuto in fretta adulto. Come quella volta, mi raccontava, che rubarono assieme delle granate ai tedeschi e che, incoscienti come solo i ragazzini a quell'età sanno essere, per portarle via se le lanciavano l'un l'altro come se fossero pacchi di biscotti o di sigarette. Fisico imponente, voce tuonante che faceva tremare le vene, Giano era di cuore grande e generoso e, divenuto geometra, negli anni '60 era entrato al comune di Rieti dove ben presto divenne insostituibile colonna dell'Ufficio Edilizia Scolastica e cimiteriale. E' li che ebbe in sorte di conoscere un tipo altrettanto burbero – all'aspetto – ma similmente generoso come l'ing. Gustavo De Benedictis, storico dirigente per lunghi anni dell'Ufficio Tecnico comunale. Negli anni frenetici ed incalzanti del boom economico e demografico, insieme a papà allora assessore proprio alla pubblica istruzione, avevano gestito la nascita delle tante scuole costruite in quegli anni: e se l'assessore, assieme al ministro Malfatti, era la mente politica di quello straordinario sviluppo, l'Ingegnere era il supervisore tecnico e Giano il factotum dei tanti cantieri, che accudiva con straordinaria solerzia come fossero davvero della sua impresa personale. Con l'ing. De Benedictis aveva in comune il volume spesso spropositato della voce: divennero leggendarie le discussioni fra i due, tanto forti da rimbombare spesso negli androni di palazzo di città. Ma pensare che litigassero era un errore: semplicemente, era il loro modo di di comunicare. Piangeva come un bimbo, Giano, oramai il 10 febbraio di due anni orsono al funerale di mio padre: se n'era andata la metà del suo cuore e, in quella chiesa di sant'Agostino gremita fino all'inverosimile, seduto nel banco laterale dietro al sindaco Cicchetti ed all'On.le Melilli, non la smetteva di singhiozzare per l'amico perduto. Mi raccontava, la collega e carissima amica e figlia, Fabiola, che negli ultimi tempi la sua tempra formidabile, forgiata nelle acque gelide del fiume Velino, aveva progressivamente perso lo smalto di un tempo. Negli ultimi mesi, poi, Giano si è andato spegnendo, lentamente. Sino alla fatale frattura del femore. Un intervento troppo importante per il suo fisico, un tempo inossidabile ed oggi troppo fragile per reggere l'urto dell'ennesima battaglia. Ti immagino ora in un lungo abbraccio con gli amici di un tempo, ricostituire quell'amicizia interrotta due anni fa ed esclamare, di nuovo forte, nello splendore della Casa Celeste: “Ottorì, t'ajo retroatu, finalmente!”.

22_01_21

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