Novembre 2013

L'editoriale di Stefania Santoprete

C'è un'altra città sotto i cipressi

Qualche giorno fa, il 15 ottobre ricorrenza del suo compleanno, è venuta a mancare Olga Rigliani, reatina doc, autrice di poesie, novelle e testi teatrali, simpatica amica e grande estimatrice di questa rivista a cui rilasciò toccanti interviste in passato. Mi sono interrogata a lungo sull’opportunità o meno di scrivere un trafiletto su questa dipartita, con il rischio di lasciar fuori tanti altri addii ugualmente dolorosi per mancanza di conoscenza approfondita.

Aldo Vella nel suo saluto ad Olga mi ha fornito la giusta chiave di lettura “Stiamo perdendo dei pezzi importanti a livello personale e sociale”.

In una città come la nostra, quasi a respiro familiare, vale ancor più ciò che diceva John Donne “Nessun uomo è un'isola, intera per se stessa; ogni uomo è un pezzo del continente, parte della Terra intera; e se una sola zolla vien portata via dall'onda del mare, qualcosa al mondo intero viene a mancare… E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona anche per te”.

Olga se n’è andata, come Savino, come Franco, come Domenico, personaggi popolari che hanno lasciato tracce tangibili del loro grande amore per questa terra, ma sui muri ogni giorno leggiamo altri nomi, vediamo altri volti e li scrutiamo convinti che tornino comunque alla nostra memoria.

Magari avremmo scambiato con loro una parola, in fila alle Poste, saremmo stati allo stesso spettacolo teatrale, avremmo riso insieme in uno spettacolo di piazza, saremmo stati fianco a fianco ad attendere i figli all’uscita di scuola, forse facevano parte della nostra stessa parrocchia, oppure erano con noi quella volta che… Difficile non conoscersi e riconoscersi. Ricordo un mio amico stupito per la presenza di tanti manifesti mortuari sparsi per la città e per l’interesse che noi tutti riserviamo ad essi. “Da tragedia casalinga, la Morte diventa coralità, epos civile, memoria dell’esistere… E la Storia diventa la storia di tutte le morti… ed il morire il punto di un processo che non interrompe e non isola ma salda e persegue. E ritorna come detrito che le maree del Tempo seminano sui lidi della Memoria e che il Ricordo raccoglie ed affastella” scrive Aimone Filiberto Milli in quello che ritengo sia uno dei suoi migliori lavori “Perdonami se torno alla tua morte”.

E’ la nostra Antologia di Spoon River, un racconto che si dipana tra le tombe del nostro cimitero, a volte ridotte a pietre di marmo erranti, restituendo dignità e umanità ad un archivio di nomi e date che su questa terra hanno vissuto, su queste strade hanno camminato, affacciandosi sotto questo nostro stesso cielo, intessendo trame tra generazioni, seminando storie d’amore e d’odio, di cuore e carne, portandosi via sapori, odori, segreti…

Vorremmo ricordarli tutti, non possiamo farlo con un articolo per ognuno, ma lo facciamo parlandone in questo editoriale di novembre, mese che ci riporterà all’interno del nostro Cimitero e ci restituirà quei volti che la nostra quotidianità non ha più incrociato. Di nuovo scopriremo un’altra Rieti che si è addormentata nel frattempo, senza che noi ce ne accorgessimo: Elio che non distribuisce più il suo pane fragrante, Chicco che avevamo lasciato anni fa ai bordi delle giostre, Lamberto che giocava tra i vicoli di Santa Lucia, Lilly che sedeva dietro al nostro banco, Norma che non amava far ginnastica, Margherita con la sua risata contagiosa, Caterina con la sua parlata particolare… Ogni dieci passi un volto conosciuto e la commozione risalirà riportando alla mente le voci, gli sguardi, i gesti di chi nella nostra esistenza è comunque entrato sia pure per poco, lasciando comunque un segno. C’è un altra città, quella degli addormentati, sotto quei cipressi ed è la nostra nuova dimora. Ci può essere conforto anche nella morte: non vorremmo mai trovarci stranieri altrove.

“…quando le nuvole si sminuzzavano in pioggia Checcherellà prendeva lo sbrindellato ombrello che possedeva e correva al Cimitero sulla fossa della propria madre per ripararla dai piovaschi…E rimaneva così: sulla fossa della madre con l’ombrello aperto a ripararla dalla pioggia: immobile e stralunato come un vegetale antropomorfizzato, come una funerea astrazione di difficile decifrazione: in quel Cimitero di foglie bagnate, di terra intrisa, di erbe gocciolanti, di cielo basso impigliato tra i cipressi. Di vacua nullità. Di solitudine infinita”.

da Format 2010

 

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