Gennaio 2019

PERSONE & PERSONAGGI

CARLO LOFFREDO, IL JAZZISTA INNAMORATO DI LABRO

storie

(di Tito Cheli) E' morto a Roma, Carlo Loffredo, il decano del jazz italiano, musicista, direttore d'orchestra ed autore radiofonico e televisivo.
Nato a Roma il 4 aprile 1924, aveva 94 anni. Appassionato di musica sin da bambino, in particolare dei dischi di jazz che arrivavano dagli Stati Uniti, negli anni 40 promosse  formazioni jazz insieme a Nunzio Rotondo, Valter Gianfrocca e soprattutto con Romano Mussolini.In quegli anni, con un quintetto universitario, suonò per i feriti di guerra.
Nel 1942, insieme Piero Piccioni, formò la "013", prima orchestra di jazz italiana.
Nel 1947, con un quintetto, vinse il Festival Jazz di Praga. Nel 1949 formò la “Roman New Orleans Jazz Band” complesso jazz che, all'aeroporto dell'Urbe, accolse l'arrivo in Italia di Louis Armstrong.
Nel 1952 con la Seconda Roma New Orleans Jazz Band inciderà, fino agli anno 70, numerosi dischi per la RCA, unica formazione italiana ad essere invitata nel 1957 al Torneo Jazzistico Mondiale di Mosca e nel 1959 a Vienna conquistando la medaglia d’oro in entrambe la manifestazioni.
Appassionato sostenitore del Jazz tradizionale, Carlo Loffredo, con la Seconda Roman New Orleans Jazz Band e con altre numerose formazioni ha suonato in centinaia di concerti nei locali di mezza Europa con i più illustri jazzisti stranieri tra i quali Louis Armstrong, Dizzy Gillespie, Chet Baker, Bobby Hackett, Oscar Peterson, Sidney Béchet, Earl Hines, Erroll Garner, Joe Venuti e DjangoReinhardt per citare i più celebri.
Nel 1968 a New Orleans venne nominato cittadino onorario.
In quell’anno, Carlo Loffredo, sapendo che a New Orleans, città dove un secolo prima era nato il jazz, si sarebbe tenuto il primo Festival Mondiale del Jazz si inventò un viaggio per andare a suonare proprio a Festival.
Così, ha raccontato questa sua avventura nel libro “Billie Holiday, che palle!” che ha scritto per la Coniglio Editore per raccontare cinquant’anni di jazz italiano “Primo problema occorrevano dei jazzisti di censo, disposti a mettere mano alla tasca per amore del jazz, perché a New Orleans nessuno sapeva della nostra esistenza, quindi dollari niente.  Ecco gli eroi della spedizione Lucio Capobianco, il migliore trombettista italiano ed anche il più ricco, al punto di campare di rendita a Genova, Lello Mango, clarinettista assai benestante che aveva fatto fortuna comprando sardine in Portogallo e che amava definirsi “clarinettista agricolo”.  A suonare la tromba venne Piero Saraceni, copia perfetta di Louis Armstrong non aveva una lira, ma riuscì a farsi spesare dalla Rai per girare un lungometraggio sulla città. Come batterista Adriano Mazzoletti, anche lui inviato della Rai per Tv7. Per suonare una “head drum”, una grancassa, indispensabile per la Street Parade che ci eravamo messi in testa di fare, trovai, come consigliato dal sindacato dei musicisti locali, a Congo Square, punto di partenza della parata, un suonatore del posto a 7 dollari l’ora. Era un vecchietto di novantanni che stava sdraiato sul prato a dormire vicino ad un grosso tamburo. Si dimostrò il migliore di tutti noi suonò da gran campione.
A questo punto sorgeva il problema più importante come inserirsi nella sfilata di trenta jazz band nella quale la nostra partecipazione era assolutamente non prevista. Pronti con gli strumenti in bocca, quando capii che c’era un momento d’intervallo, un vero vuoto di scena, come dei marine coraggiosi ci infilammo tra un’orchestra e l’altra e sfilammo per Canal Street mettendo fuori tutto il fiato e la grinta che tenevamo in corpo incoraggiati dal nonno nero alla grancassa che con i suoi fragorosi yeah man, sembrava essere tornato indietro di 50 anni.
Passati davanti alla tribuna delle autorità, tutta ornata delle coccarde rosse, bianche e blu della Louisiana, fummo raggiunti da uno dell’organizzazione che mi chiese chi fossimo, da dove venissimo e di vedere l’invito. Gli raccontai tutta la storia e lui, che era il segretario del sindaco, stette ad ascoltare incredulo ma compiaciuto.
“Ma vvui sonate como a nnui” disse in un siculo americano della terza generazione e aggiunse “Vini domani all’offizzio ca’ o boss tavolecanuscere”.
Il sindaco di New Orleans si chiamava Victor Schirò, mi abbracciò e mi baciò e mi dette il diploma di cittadino onorario, la bandiera della città con i gigli di Francia d’oro in  campo bianco e le simboliche chiavi d’oro.
Quel diploma è la cosa a cui tengo di più nella vita”.
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Ho voluto così ricordare il carissimo indimenticabile amico Carletto con il quale ho avuto rapporti di amicizia sin dagli anni 70. L’ultima volta che si siamo incontrati, è stato nell’estate del  2017. Mi venne a trovare insieme alla moglie Luisa ed al grande Michele Pavese, uno dei migliori jazzisti (trombone) italiani. Abbiamo trascorso una bella giornata insieme,ricordando antichi momenti degli anni in cui la Seconda Roman New Orleans Jazz Band era conosciuta in tutta la Penisola e non solo. Più volte, nel passato, era venuto a Rieti per andare a Labro, un paese che adorava. Prima di ripartire per Roma, una sosta alla Pasticceria Napoleone, da dove, poi, è stato difficile convincere Carletto a tornare a Roma.
Ciao, amico Carletto! Sono certo che quando sei arrivato lassù gli angeli ti hanno accolto con "When the Saints Go Marching In", il brano che caratterizzava ogni tua esibizione.
Tito Cheli

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