a cura di Massimo Palozzi

Giugno 2024

IL DOMENICALE

AMBIENTE, UNA LETTURA ARDITA NELLA TERRA DI SAN FRANCESCO

di Massimo Palozzi - Scelta audace quella degli organizzatori del Giugno Antoniano Reatino, che mercoledì hanno invitato il conduttore di Mattino Cinque Francesco Vecchi a presentare il suo ultimo libro nel chiostro di Sant’Agostino. Il titolo è già tutto un programma: “Non dobbiamo salvare il mondo. Dall’auto elettrica al bio, tutti i falsi miti della religione green”. E del pari lo è l’intento, come scritto nelle locandine a corredo: “una visione controcorrente sulle sfide ecologiche del nostro tempo”.

Non è chiaro se le tesi contenute nel saggio siano condivise da Chiesa di Rieti, Pia Unione, Fondazione Varrone, Regione Lazio, Comune e Provincia di Rieti che hanno patrocinato l’evento. Quando il confronto culturale si apre verso dimensioni non strettamente attinenti al tema della manifestazione (in questo caso le celebrazioni in onore di Sant’Antonio di Padova) si compie un’operazione intelligente, ma il rischio che i piani si intersechino fino a confondersi si moltiplica in maniera esponenziale.

Nell’incontro moderato dal giornalista reatino Paolo Di Lorenzo, collega di Vecchi a Canale 5, l’autore ha ribadito le posizioni espresse nel volume edito l’anno scorso da Piemme: ecologia e ambientalismo sono in contraddizione perché la difesa fanatica del pianeta portata avanti dagli ambientalisti inciderebbe pesantemente sul progresso sociale ed economico, che va invece preservato cercando un compromesso non ideologico con le risorse concrete di cui l’uomo può disporre.

Così, l’auto elettrica sarebbe una falsa soluzione al problema dell’inquinamento. Presa nella sua complessità, la filiera di produzione, ricarica e smaltimento delle batterie non risulterebbe infatti sostenibile nella visione immaginata dai legislatori europei. E non lo sarebbe nemmeno sotto il profilo economico, tenuto conto dell’infrastruttura ancora troppo acerba e dell’agguerrita concorrenza cinese.

Lo stesso dicasi per le fonti energetiche alternative. Eolico e solare non sono in grado di coprire le esigenze del nostro paese, mentre il nucleare di ultima generazione garantirebbe riserve sufficienti, per di più in piena sicurezza.

L’approccio di Vecchi al tema è quello che lui stesso definisce pragmatico: non è il pianeta che va salvato, ma l’uomo che lo abita. Non a caso, ha spiegato di fronte al vasto pubblico presente, le fasi critiche della storia hanno dimostrato che le reazioni a scompensi strutturali sono state sempre indirizzate a sacrificare la preservazione dell’ambiente in cambio della soddisfazione di bisogni primari. Ergo, mettere al bando gli Ogm sarebbe un errore frutto di una concezione fondamentalista e distorta, perché il cibo geneticamente migliorato offre tutte le garanzie e può contribuire a sfamare gli abitanti della Terra. Secondo Vecchi, del resto, “l’ambientalismo è un lusso che ci possiamo permettere solo abbandonando la strategia di salvare l’ecosistema a scapito dell’economia”.

La critica, neanche troppo velata, è rivolta all’“Italia dei no” e a quel concetto di decrescita felice propagandato da un’ideologia quasi settaria, alla quale si accompagnano le contraddizioni dell’ambientalismo militante.

Si tratta di argomenti a prima vista ragionevoli, oltre che corroborati da una serie di dati scientifici, e che hanno il pregio di essere proposti e non imposti, seppure attraverso slogan un tantino approssimativi, per quanto di facile penetrazione (il parallelo tra le cornacchie e i bambini dell’asilo ne è l’esempio meno edificante sul piano intellettuale, così come l’interpretazione molto personale dell’enciclica “Laudato si’” di papa Francesco). Restano in ogni caso piuttosto discutibili a causa della semplificazione eccessiva di argomenti assai complessi, ritagliati sulla realtà italiana senza tenere conto della globalità delle vicende mondiali e dei possibili sviluppi della ricerca per aggiornare tecnologie oggi non ancora pienamente disponibili.

I massimalismi sono deleteri ad ogni livello e di sicuro il discorso di Vecchi non può essere tacciato di negazionismo. Al fondo permane però il forte dubbio che il radicalismo ambientalista, con certi suoi eccessi, possa essere bilanciato da un laissez-faire sostanzialmente incontrollato, orientato solo dal senso comune secondo un metodo riduzionistico spinto all’estremo.

Sempre mercoledì è stato pubblicato il rapporto State of Global Air in collaborazione con Unicef. Dall’analisi dei risultati è emerso che l’inquinamento atmosferico sta avendo un impatto crescente sulla salute umana. Nel 2021 ha causato 8,1 milioni di decessi, tra cui 700mila bambini sotto i cinque anni, diventando il secondo fattore di rischio a livello mondiale.

In quest’epoca storica nessuno può quindi ragionevolmente sostenere che gli allarmi per la tenuta del pianeta siano il prodotto dell’oltranzismo ecologista. Il cambiamento climatico è nei fatti e l’incidenza umana innegabile. E per quanto le fasi geologiche dimostrino come nel volgere delle ere la Terra abbia subito mutamenti profondissimi a prescindere dall’azione dell’uomo, ignorare una corresponsabilità antropica in quello che sta accadendo sarebbe frutto di un avventurismo spericolato.

Per una curiosa coincidenza, mercoledì è uscito anche il terzo rapporto sulla vivibilità climatica nei 108 capoluoghi di provincia realizzato dal Corriere della Sera e iLMeteo.it. L’indagine raccoglie i dati meteorologici dal 2000 fino ad oggi, attraverso specifici indicatori che vanno dai giorni di pioggia alle notti tropicali, dalla siccità alle raffiche di vento, con l’aggiunta quest’anno di tre nuovi elementi: eventi estremi, caldo estremo e giorni di gelo.

Tutto sommato, Rieti non se la passa male, piazzandosi al 32° posto con un totale di 667 punti (buoni gli indici di escursione termica e notti tropicali). Nel Lazio fa meglio solo Latina (22^), mentre Viterbo (71^), Roma (93^) e Frosinone (centesima) si trovano distaccati sul fondo della classifica.

Eppure la percezione che il clima non sia più quello di prima rimane diffusa. Le gelate notturne, la nebbia invernale e le estati temperate di una volta (altro che il caldo asfissiante di questi giorni) sono un ricordo vivissimo nella mente dei reatini che hanno superato gli anta. Fenomeni ora in controtendenza la cui forza, stando alla graduatoria stilata dai ricercatori del giornale e del sito, colpisce però in forma meno incisiva rispetto a territori più sfruttati sul piano produttivo.

A naso verrebbe da dire che un minor sviluppo economico salvaguarda la stabilità climatica e che dunque bisogna stare molto attenti nel dosare gli ingredienti. Ma si tratta probabilmente di una conclusione troppo semplicistica, perché l’andamento del clima non segue confini geografici tanto ristretti. Comunque è una suggestione dal valore almeno pari a quelle di chi combatte l’integralismo ambientalista con il benaltrismo a pronta presa.

 

23-06-2024

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