a cura di Massimo Palozzi

Marzo 2021

IL DOMENICALE

ALLUVIONE, UN SECOLO DOPO GLI STESSI PROBLEMI

acqua

di Massimo Palozzi - L’offensiva politica di Fratelli d’Italia, che mercoledì ha presentato un’interrogazione in Regione accompagnata dai commenti sferzanti dei suoi massimi dirigenti locali, è la logica conseguenza delle inondazioni delle scorse settimane. Sullo stesso piano si pone l’iniziativa trasversale dei consiglieri comunali di una frangia del centrodestra allargata a Italia Viva e Movimento 5 Stelle, i quali sono usciti pubblicamente l’altro giorno per richiedere la convocazione di un’apposita seduta della massima assise cittadina dedicata a discutere l’accaduto.

Finita l’emergenza, è insomma tempo di ragionare a mente fredda sulle cause e sulle eventuali responsabilità degli allagamenti. Ma soprattutto su cosa fare per evitare il ripetersi di fenomeni simili nel caso di una nuova alluvione. Lo impone in primis il buon senso, tanto più in una condizione ambientale assai complicata in un territorio abituato alle “pianare” del passato e che quindi non avrebbe dovuto farsi trovare così impreparato di fronte a precipitazioni sicuramente abbondanti ma non di proporzioni bibliche.

Nell’imminenza dei fatti l’informazione ha rievocato i precedenti più o meno recenti: l’alluvione del 1979, quella del 1999 e l’ultima del 2010. Avvenimenti già da soli in grado di allertare i responsabili dei sistemi di difesa affinché fossero adottate le necessarie misure di prevenzione e contenimento, mentre qualcosa non sembra essere andato per il verso giusto. Saranno naturalmente le indagini della magistratura a verificare se sono stati commessi errori o mancanze e, nel caso, determinare i soggetti a cui ascriverli. A livello politico, l’interrogazione depositata da Sergio Pirozzi va invece al di là di un mero atto di sindacato ispettivo. Dovrebbe infatti servire a chiarire elementi cruciali come l’iter delle concessioni idriche, le modalità di governo del demanio fluviale e la destinazione delle risorse per combattere il dissesto idrogeologico, che nel Lazio interessa il 98,7% dei comuni. L’auspicio è una riposta sollecita e compiuta, evitando gli inghippi del burocratese per far comprendere il reale stato del bacino idrogeologico provinciale, la portata degli interventi effettuati e i piani (se esistono) per governare un territorio complesso sul versante orografico come il nostro.

Sarà anche essenziale capire il ruolo e le azioni della società privata che gestisce le dighe del Turano e del Salto. Sul punto l’azienda si è finora mostrata piuttosto abbottonata, limitandosi a rivendicare la correttezza delle proprie condotte durante le difficili fasi dell’emergenza. Forse un po’ poco di fronte ad eventi che non si sono trasformati in tragedia solo perché non c’è scappato il morto, ma che hanno comunque prodotto danni gravissimi in particolare alle attività agricole e agli allevamenti della Piana.

Si diceva prima dei precedenti più vicini. Le alluvioni sono sempre giunte improvvise e devastanti, spesso imprevedibili. Vale allora la pena di compiere un ulteriore balzo all’indietro nel tempo e ripescare alla memoria quella del 5 dicembre 1923, descritta da Francesco Palmegiani in questi termini: “Un’acqua insistente, densa, tormentosa cominciò ad imperversare sulla nostra vallata ed i tre fiumi convergenti nella pianura cominciarono gradatamente ad ingrossare. Nessuno però avrebbe mai preveduto ciò che avvenne nel breve spazio di poche ore dal mezzogiorno alle sei”. Le conseguenze furono in effetti drammatiche. Persino i parapetti dell’antico ponte Romano andarono per l’ennesima volta distrutti, tanto che si decise di sostituirlo con uno più alto che non ostacolasse il regolare flusso delle acque. Il progetto originario contemplava lo smontaggio del ponte da riassemblare in una struttura più imponente. Per questo nel 1927 cominciò la catalogazione dei blocchi di pietra, fino a quando non ci si rese conto di essersi imbarcati in un’operazione troppo ardita. Si optò così per la realizzazione di un nuovo ponte in cemento armato, inaugurato nel 1939 (e poi distrutto nel 1944 dai tedeschi in ritirata, sostituito dall’attuale negli anni Cinquanta), mentre tra il 1932 e il 1936 quello antico venne demolito e i suoi resti adagiati sul fondo del fiume da cui ancora oggi emergono per dare alloggio a una nutrita comunità di oche (e qualche topo di troppo).

Palmegiani continua a descrivere lo scenario dell’alluvione: “Sono i poveri coloni, famiglie sparse, case isolate e che lontane dalla più grande famiglia della città, invocano aiuto, conforto e gridano sentendo nella notte profonda solo il terrificante fragore del gigantesco volume d’acqua che imperdonabile avanza e dove avanza, abbatte, distrugge, uccide”. Parole che per molti versi sembrano la cronaca delle settimane scorse.

L’alluvione del 1923 ebbe una tale eco da indurre il principe Ludovico Potenziani (di cui l’8 agosto di quest’anno ricorrerà il cinquantenario della scomparsa) a consegnare a Mussolini durante il loro primo incontro avvenuto proprio a seguito del disastro, un lungo elenco di provvedimenti ritenuti indispensabili per il Reatino. Alcuni videro la luce già l’anno successivo, tra bonifiche dei terreni e importanti opere idrauliche.

Proprio al 1924 data la costituzione della Società Terni dalla fusione della Saffat (società degli altiforni, fonderie e acciaierie del capoluogo umbro) con la Siccag, le due compagnie private alle quali dalla fine dell’Ottocento era affidata l’area attraversata dai fiumi. Il piano per contenere le acque a monte e regolare il flusso nel Velino del Salto e del Turano per mezzo di due dighe risaliva al 1916. Al progetto fu quindi dato impulso in epoca fascista anche per le implicazioni connesse al suo enorme potenziale idroelettrico. Nel 1935, a conclusione dei sondaggi e degli studi preliminari, vennero avviati i lavori per la costruzione delle dighe e la creazione dei laghi. Si trattò di una delle realizzazioni ingegneristiche più importanti del tempo, ovviamente celebrata dall’enfasi retorica del regime, nonostante i risvolti negativi legati alle promesse disattese della Terni di ridare una casa alle famiglie coloniche che abitavano nel fondovalle e che furono trasferite per consentire l’imbrigliamento delle acque.

Per usare un’espressione scontata, da allora di acqua sotto i ponti ne è passata davvero tanta. Eppure, a distanza di quasi un secolo dall’alluvione del 1923, le riflessioni di NOME Officina Politica lasciano aperti interrogativi giganteschi. Calcola l’associazione che la Regione Lazio riceva tra i 20 e i 25 milioni di euro l’anno per le concessioni in provincia di Rieti. A fronte di tali incassi, ai 47 Comuni del Bacino Imbrifero Montano vengono trasferiti 20mila euro annui ciascuno, oltre ad alcune somme accessorie corrisposte direttamente dai gestori e a minori introiti a titolo di IMU. I Comuni non hanno però mai ricevuto i ristori per gli allagamenti causati dall’innalzamento delle dighe ottant’anni fa e la stessa Provincia non ha finora incassato i circa 600mila euro all’anno per l’assolvimento dell’obbligo ittiogenico, il cui pagamento è oggi sospeso a causa dei ricorsi promossi dai concessionari al Tribunale Superiore delle Acque pubbliche.

La conclusione è che a Rieti arrivano le briciole, per di più disperse in mille rivoli, senza che la Regione investa in maniera proporzionata nella manutenzione dei fiumi.

Il recente Decreto Semplificazioni prevedeva che il 60% degli introiti dalle concessioni delle grandi derivazioni idroelettriche dovesse essere corrisposto alle Province. La Corte Costituzionale ha stabilito invece che spetterà alle Regioni determinare l’esatta percentuale. La legge regionale del Lazio di imminente approvazione conterrà dunque i criteri di assegnazione delle concessioni insieme alle misure di compensazione ambientale e territoriale: un passaggio fondamentale, capace di indirizzare in modo decisivo la sorte dello sfruttamento idroelettrico per i prossimi decenni.

 

07-03-2021

ph M. D'Alessandro

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