Gennaio 2019

PERSONE & PERSONAGGI

ALESSANDRO FUSACCHIA E LA SUA IDEA D'EUROPA

politica

Abbiamo incontrato Alessandro Fusacchia, 40 anni, deputato in parlamento nelle liste di +Europa  e impegnato nella creazione del movimento europeista a Rieti, prima che annunciasse la sua candidatura a Segretario del partito, in vista dell’imminente Congresso di Milano (25-27 gennaio).

Negli anni Alessandro, partito da Rieti, ha vissuto a Gorizia, Parigi, Ginevra, Bruges, Firenze, Roma, Bruxelles. Dal 2012 vive nuovamente in Italia, e alla fine del 2016 è diventato papà, occupandosi di far trasparire un messaggio coraggioso.

Come può convivere il concetto europeista tra le mura delle nostre città?

Le cose stanno cambiando rispetto a trenta, quant’anni fa le soluzioni dei problemi che la gente aveva potevano giungere da  livelli diversi. Era una struttura che affondava le basi su un'economia localizzata, quindi di tanto  si poteva discutere con istituzioni locali e regionali, oltre che nazionali. Adesso non più:  per il livello di connessioni economiche e commerciali che esulano dai confini nazionali, di concausa, non siamo più in grado di poter risolvere a livello locale. E’, ad esempio, inutile pensare che un problema dei rifiuti a Roma possa  essere risolto, sotto il profilo ambientale e  di inquinamento restando su una realtà locale. 

Dobbiamo far pace con la visione di un mondo che, se non in grado ed equipaggiato a dialogare con il continente, sarà soggetto ad inevitabile perdita. O possiedi e crei una forza negoziale o non ti ascoltano.

Porta un messaggio in forte controtendenza, soprattutto alla luce delle critiche mosse in questo periodo all’Europa

“L’Europa non esiste. Il limite dell’Europa è che non siamo stati in grado di farne un’istituzione sovrannazionale. Essendo composta da singoli Paesi, i meccanismi di decisone europea sono risultati sempre  più a vantaggio di rapporti nazionali. Non esiste Mister o Lady Europa che decidono le sorti continentali,  è formata da organi di governo come la Commissione che può solo proporre norme. Le decisioni sono prese da un parlamento che è co-legislatore. E’proprio per questo che dobbiamo essere parte di un tessuto connettivo per noi di estrema ricchezza. Oggi si parla tanto dei vincoli al 3%, del debito e delle soglie. Quelle misure sono parametri creati quando io avevo 14 anni, nel 1992. L’Italia era nel pieno di una crisi economica, con i prelievi forzosi sui conti di Amato e negoziati da Andreotti. Una realtà che non ha niente a che vedere con quella attuale. Ecco perché è giusto essere sempre più protagonisti per scegliere le regole del gioco e non una corale di pretese ad personam. Ridiscutere, piuttosto che minare con la defezione, un’economia integrata, perché se salta uno saltano tutti.

Attenzione poi a cadere nel tranello del “L’Europa non ci dà”, per tre motivi.
-Non dobbiamo dimenticare che la generazione dei nostri genitori è stata l’unica, storicamente parlando, a non aver combattuto guerre, un dettaglio non di poco conto.

-Successivamente, i diritti i diritti civili di cui godiamo oggi, dalla parità di genere e tutte le tutele di legge connesse, sono legate indissolubilmente all’impronta europeista.

-Sotto il profilo dello sviluppo economico, occorre rammentare come il libero mercato sia stato fortemente caldeggiato dall’Europa, che ha abbattuto una dimensione corporativa, come ad esempio la limitazione degli oligopoli. Questo ha permesso mercati concorrenziali e d’altro canto la tutela degli stessi.

Come risponde alle critiche mosse all’Europa vista come un organo censore?

Che alcune nazioni hanno cambiato volto grazie all’Europa, come la Spagna. Grazie ad i mezzi forniti dall’Unione ha vissuto un profondo rinnovamento economico e sociale.  Nel tessuto nazionale nostrano invece, abbiamo spesso utilizzato i finanziamenti europei in maniera impropria e parziale.  Si sarebbe sicuramente potuto far meglio.

Come si concilia +Europa con Rieti?

Abbiamo un progetto chiaro: creare un’economia che non può essere delocalizzata. Mi spiego: abbiamo assistito impotenti all’avvicendamento delle fabbriche presenti sul territorio, le quali, sconnesse dall’ambiente circostante, sono state negli anni chiuse o delocalizzate.  Imprese tecnologicamente avanzate in un territorio che allora viveva di agricoltura.
La mia visione è questa: puntare su un progetto di sviluppo economico coerente con  il territorio.
Le faccio un esempio: il turismo religioso. Siamo la Valle Santa. Può essere delocalizzato San Francesco?

 

condividi su: