a cura di Massimo Palozzi

Aprile 2021

IL DOMENICALE

AL CENTRO DEL CENTRO (ITALIA)

politica

di Massimo Palozzi - A inizio mese la Svimez ha pubblicato il rapporto “La frammentazione del Centro: tra “terza Italia” e “secondo Mezzogiorno””. Già il titolo introduce significativamente i concetti elaborati nell’ambito della ricerca, dove si traccia il profilo di un’Italia centrale con tendenza allo sfaldamento e una spiccata spinta alla meridionalizzazione. In concreto, significa una progressiva perdita di concorrenzialità unita a un abbassamento delle aspettative economiche e dunque dei livelli di qualità della vita. Elementi idonei ad aprire la strada a un arretramento tanto marcato da minacciare la sopravvivenza stessa dell’identità di quell’Italia di mezzo, tale non solo in termini geografici.

Lo studio è giunto quanto mai tempestivo, incrociando il dibattito politico sull’affidamento a Roma di maggiori poteri e soprattutto quello sulla redazione del piano di ripartenza postpandemico poggiato sulle risorse del Recovery Fund. Gli oltre 200 miliardi di euro in arrivo, da spendere nel giro di pochi anni, possono davvero rappresentare la svolta per rimettere in sesto un Paese che la crisi sanitaria ha drammaticamente indebolito, evidenziando atavici ritardi e preoccupanti impreparazioni su molti fronti. Come ogni investimento, il successo di questa eccezionale iniezione di liquidità sarà tuttavia subordinato alla bontà dei progetti, insieme ovviamente alla loro rispondenza alle stringenti linee guida dettate da Bruxelles.

Il Messaggero ne ha approfittato per organizzare un approfondito giro di opinioni tra politici, amministratori, imprenditori e intellettuali. Da destra a sinistra emerge la sostanziale condivisione di obiettivi ambiziosi per il Centro Italia, incardinata proprio nella considerazione unitaria di un’area che nel passato non si è mai riconosciuta con tratti comuni.

Il sindaco di Roma Virginia Raggi auspica un “new deal” con la Capitale fulcro e protagonista di questa nuova stagione. Dal suo punto di vista il ragionamento non fa una piega, anche pensando al prossimo appuntamento del Giubileo del 2025 e alla candidatura ad ospitare l’Expo nel 2030. Dei rischi e/o delle opportunità di un rafforzamento della Città Eterna abbiamo avuto modo di parlare di recente, non mancando di rimarcare come il gigantismo romanocentrico abbia finora poco o nulla gratificato le aspirazioni delle altre province del Lazio. Per cui, se a Roma verranno conferite competenze ulteriori (con il corollario dei relativi sovvenzionamenti), i comprensori limitrofi dovranno farsi trovare pronti a sfruttare ogni chance.

Ampliando invece il discorso, il presidente Nicola Zingaretti è arrivato addirittura a proporre un patto, quasi una sorta di federazione, per costituire un soggetto strutturato tra le cinque regioni coinvolte (Lazio, Toscana, Umbria, Marche e Abruzzo).

I numeri del resto parlano chiaro. Tra il 2012 e il 2020 la nostra è stata la prima regione italiana per aumento degli occupati: +5,6% contro una media nazionale dell’1,5, e la migliore per innovazione secondo lo specifico indice della Commissione europea. L’anno scorso ha persino raggiunto il primato in Italia per crescita di imprese. Risultati, sottolinea Zingaretti, ottenuti grazie anche alla straordinaria concentrazione di sapere, università e centri di ricerca presenti sul territorio. E qui tocchiamo il primo tasto dolente. Le riflessioni di ampio respiro sono infatti interessanti, ma altrettanto dirimente è trovare una collocazione nelle realtà immaginate.

Rieti, che è il centro d’Italia per antonomasia, sconta una consolidata arretratezza a proposito di università e ricerca. Le note vicende della Sabina Unversitas consigliano perlomeno prudenza, nonostante i recenti interventi sulle sorti del Consorzio, sulla sua nuova governance e sulla reperibilità di spazi preziosi con l’acquisizione di Palazzo Aluffi, ex sede della caserma dei Carabinieri in via Cintia. Le rassicurazioni del Comune sull’importanza strategica attribuita al polo accademico portano dal canto loro altra linfa a un orizzonte meno incerto. Allo stesso modo apre scenari lusinghieri l’annuncio del deputato Pd Fabio Melilli circa un piccolo rinascimento del Nucleo industriale affidato proprio a start-up e aziende innovative, nel solco della transizione digitale ed ecologica su cui si basa il Next Generation Eu. Di sicuro ottimi propositi, anche se nessuno può negare che siamo ancora nell’ambito delle aspirazioni.

Un altro snodo critico è l’atavica carenza di infrastrutture, specialmente nel ramo viabilità e trasporti. Diversi esponenti politici e sindacali, sia nazionali che locali, invitano a cogliere l’occasione per potenziare i collegamenti, principalmente nella direttrice Est-Ovest, che è quella di maggior interesse per il Reatino. Complice la prossima disponibilità dei fondi del Recovery, si sta riproponendo l’idea della realizzazione della ferrovia dei Due Mari che dovrebbe unire Roma a San Benedetto del Tronto in un tracciato di sicuro beneficio per Rieti. Il punto è che quest’opera è vagheggiata da quasi due secoli (il primo progetto risale al 1841) e lo stesso Melilli, al quale non è mai difettata la lucidità di analisi, si è dimostrato piuttosto scettico sull’effettiva praticabilità, pur non disconoscendone utilità e vantaggi. Rigore, pragmatismo e senso delle cose sono insomma precondizioni indispensabili prima di programmare il futuro, che altrimenti si risolverebbe in un vacuo esercizio di fantasia.

I finanziamenti comunitari sono notoriamente vincolati a progetti specifici e cantierabili. Il rischio di perderli per inseguire i sogni è allora pari alla eccezionale portata della contingenza che, causa Covid, farà confluire così tanti soldi destinati a opere strategiche. Ne consegue che il piano da presentare ai decisori europei entro fine aprile dovrà recare il marchio della concretezza, oltre che della sostenibilità ambientale e finanziaria.

Nel corso della settimana il sindaco Cicchetti e il suo vice Sinibaldi hanno avuto una serie di incontri con le municipalità abruzzesi e marchigiane interessate. Cicchetti, con una delegazione di Forza Italia, ha pure visto ad Ascoli il ministro per gli Affari regionali e le autonomie Maria Stella Gelmini. Dopo gli stanziamenti per l’ampliamento della Salaria (venerdì è stato nominato il commissario straordinario per sveltire i cantieri), l’idea di collegare su rotaia i due versanti marittimi trova un largo consenso multipartisan. La stessa presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni sostiene la necessità di rilanciare il Centro Italia come traino per la rinascita nazionale, a cominciare dalla ricostruzione delle zone colpite dai terremoti del 2009 e del 2016. L’attuazione di corridoi di mobilità lungo la dorsale adriatica e l’asse trasversale Tirreno-Adriatico vengono ritenuti cruciali per colmare il gap tra Nord e Sud, così come per unire le coste attraverso il coinvolgimento dei territori attraversati. Ma qui si frappone un altro ostacolo. Quella che è stata ribattezzata “questione Centro Italia” corre infatti sul filo sottilissimo delle scelte di prospettiva. La creazione di un soggetto forte, in grado di raggruppare entità spesso disperse nella fascia mediana del Paese, risulta in effetti in aperta contraddizione con gli impulsi manifestati da più di qualcuno in favore dell’associazione con il Nord per godere dello sviluppo delle aree più produttive, evitando di scivolare verso il Mezzogiorno con tutti i suoi problemi. Si tratta in altre parole di un assetto perfettamente diviso a metà tra Centro-Nord e Centro-Sud in cui il Centro da solo perderebbe la sua essenza e non avrebbe molta voce in capitolo, se non come aggregato dell’una o dell’altra formazione. È una posizione sposata ad esempio da Diego Della Valle, che vede nel rilancio dei distretti industriali e nel recupero delle competenze garantite dalle scuole professionali la via maestra per agganciare il treno del Settentrione, mantenendo al contempo i benefici dell’elevata qualità della vita dei piccoli centri delle nostre regioni.

Il tema è imponente e divisivo. Per quanto di grande impatto, confinarlo alla sola ferrovia dei Due Mari per Rieti sarebbe quindi riduttivo e insufficiente. Con realismo e capacità di visione, dovremo una volta per tutte concepire prima e perseguire poi un modello di sviluppo che al momento non compare nemmeno in bozza.

18_04_21

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