Febbraio 2020

PERSONE & PERSONAGGI

ADDIO LEGGENDA

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(di Luigi Ricci) E’ difficile, anzi, praticamente impossibile scrivere qualcosa che non sia già stato detto su Kobe Bryant dopo il martellamento mediatico successivo alla tragica morte dell’appena 41enne ex star dei Los Angeles Lakers, di sua figlia Gianna, amorevolmente detta “GiGi”, e di altre sette persone, incluso il pilota dell’elicottero. Perfino chi sa poco o niente di sport, e tantomeno di basket, ha scoperto suo malgrado chi fosse Kobe, alias Black Mamba, tanto e tale è stato l’impatto su ogni notiziario nelle settimane scorse riguardante la sua scomparsa. In particolare poi in Italia, dove visse tra 1984 e 1991, dall’età di 6 anni fino a 13, a cominciare da Rieti, per proseguire a Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia.

Da quel maledetto 2 febbraio in cui ogni appassionato di basket ricorderà cosa stesse facendo quando è arrivata la notizia a cui, almeno di primo acchito, avrà risposto qualcosa tra “stai scherzando?”, “non è possibile!” ed “è sicuramente una fake news”, salvo poi dover prendere atto della drammatica realtà e restare sgomenti, è stato un susseguirsi di reportage su ogni dettaglio sull’inesorabile presente e sul passato di Kobe, sia di là che di qua dall’oceano, dove è scattata una caccia capillare a ogni ricordo postumo – pochissime foto e tante testimonianze - del suo passaggio in Italia.

A parte l’inevitabile dolore, a Rieti è purtroppo definitivamente tramontato il sogno di rivedere Bryant a gironzolare tra via Pier Luigi Mariani, il campetto degli Stimmatini, le scuole di Lisciano e del Marconi e il PalaSojourner, per visitare i luoghi della sua infanzia e della sua prima vera volta in Italia. Dov'era tornato tante volte per impegni ufficiali con la Nike - protetto da eserciti di bodyguards che hanno sempre impedito ogni tentativo di avvicinarlo da parte di chiunque, incluso qualche reatino casualmente in loco che provava timidamente a urlargli “Kobe sono di Rieti! Ti ricordi?” – ma bypassando sistematicamente la nostra città ogniqualvolta l'ha sfiorata tangenzialmente a Roma.
Invece altre volte Kobe è venuto in vacanza, in incognito o no, andando puntualmente a Reggio Emilia o a Pistoia, di cui aveva comprensibilmente memorie adolescenziali più concrete per la frequentazione delle scuole medie. Pure in questi casi Kobe è sempre stato sfuggente, come quando a Vinci si fece aprire il museo di Leonardo solo per sé. Invece i pochi incontri con ex compagni di scuola o di basket, quasi solo in Emilia, sono stati più che altro simili a riunioni carbonare, mentre in pochi lo hanno pizzicato per caso in Italia, in un ristorante o uscendo da un'auto – ma niente selfie! Per carità! – sfuggito momentaneamente alla solita cortina protettiva. Purtroppo Kobe era una multinazionale che produceva profitti e i suoi ritmi e modi erano scanditi dal business.

Nonostante ciò i reatini restano tra i suoi più affezionati sostenitori, non fosse altro perché, ogni volta che si sono trovati in qualsiasi parte del mondo, alla domanda “di dove sei?”, dopo che la prima risposta - “di Rieti, vicino a Roma” - non ha suscitato particolari reazioni, la successiva – “Rieti è la città dove Kobe Bryant iniziò a giocare a 6 anni” – ha fatto sempre scattare commenti entusiastici, per il malcelato orgoglio del reatino di turno che l’aveva pronunciata. Quasi a dire: “se non fosse venuto a Rieti non sarebbe diventato un campione”, pur sapendo che era falso. Una incredibile casualità che ha reso un po’ più popolare nel mondo Rieti, il cui nome è apparso su tutte le cronache degli Usa, dall’Atlantico al Pacifico, da nord a sud, in occasione della toccante cerimonia del ritiro della maglia n. 24 dei Lakers, avvenuta mercoledì 12, e che ora pende dal soffitto del PalaSojourner al fianco di quella dello Zio Willie, entrambi accomunati da un diabolico destino il cui crocevia è passato per Rieti.

Kobe quindi non tornerà più, ma il suo ricordo resterà sempre indelebile nei nostri cuori, felici di averlo “scoperto” – si può dire? – per primi, mentre lassù Attilio Pasquetti e Italo Di Fazi, che invece scovarono suo padre Joe, non saranno stati certo felici di vederselo arrivare così presto. Troppo presto. Di sicuro Italo gli avrà detto: “Koppi – lui lo chiamava così – ma mmo’ que è bbenùtu a ffa’ quassùne? Mo’ non recomincia’ sùbbitu co ‘ssu pallone che già m’ha ‘ntronàtu!”. Al che Attilio interverrà subito dicendo: “Willie, pensaci tu”. 

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