Luglio 2022

PERSONE & PERSONAGGI

ADDIO, CESARE AUGUSTO, “IMPERATORE” DEL “VARRONE”

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di Francesco S. Pasquetti - A dirla tutta c'ero arrivato preparato, a quel temutissimo incontro. La maestra Maria Biscetti alle elementari, donna geniale, pioniere assoluto sul terreno dell'educazione primaria. La professoressa Trinchi Tosti alla Basilio Sisti, materna, colta: le piacquero immediatamente i miei temi sull'attualità, sin da allora la mia passione, germe primario di quella per il giornalismo. Poi, al ginnasio, una straordinaria insegnante come Lina Rossi Camerini. Ma il salto al “liceo”, per noi della sezione B, era un momento cruciale. Era quello dell'incontro con la famosa triade “Fioravanti, Montebello, Valentini”. Il gigante Gis (Gisberto Fioravanti), enciclopedico docente di storia e filosofia. La sapiente Marilia (Montebello), inarrivabile nel discettare di greco e latino. E poi lui: Cesare Augusto. Nomen omen, avrebbero detto i suoi amati latini. Una sorta di “imperatore” del Liceo Classico “Marco Terenzio Varrone”. Per carisma, talento, cultura, personalità.  Con il fiato sospeso affrontammo quel primo giorno del lontano 1981 e l'approccio fu a dir poco indimenticabile: sfoderava, con quello charme che gli era connaturato, la sua memorabile lezione sulle origini della lingua italiana. Una sorta di assolo strepitoso con il quale dava inizio ai suoi tre anni di esperienza con i suoi alunni, introducendoli in modo quasi fatato nel mondo incantato della meravigliosa lingua italiana. Solo l'altro ieri lui che, da pensionato, si era abilmente adattato alla  “social society”, divenendo immediatamente protagonista con le sue incursioni su facebook, aveva commentato una mia affermazione sul modo di definire, in dialetto reatino, gli aranci, appellati anticamente come “Portogalli” (li portualli, in vernacolo) perché esportati per la prima volta in Europa proprio dai portoghesi. Immediata era stata la sua incursione “E no! - scriveva – Ne abbiamo parlato a lungo a novembre 1981! (ricordava ancora il periodo, anche se forse era settembre!). “Arangia” dall'arabo “narang” che a Napoli intesero come n'arang....(Meyer Lubke)". Citava anche la fonte! E poi, la bonaria reprimenda in dialetto: “pore fatiche mee...!!!”. Su quel social mancavo da quasi un decennio e, presa la decisione di candidarmi alle ultime comunali, mi convinsi a tornarci sapendo che nell'agone elettorale una presenza “social” non poteva mancare. Fu il primo, con mia estrema gioia e commozione, a farmi gli auguri: “son contento - mi scriveva - della tua decisione di impegnarti direttamente in politica”, per poi aggiungere: “Corri, vai alla conquista della TUA cittadina!”. Quel “tua” scritto in maiuscolo mi riportava alla memoria le sue costanti sollecitazioni, durante le lezioni al liceo, a divenire adulti formati e pronti a prendere in mano le redini della società, tanto più alla luce di una cultura ed una formazione umanistica che riteneva essenziali nella gestione della Res publicae. “Voi sarete la classe dirigente del futuro – ci ripeteva – i funzionari, i professionisti, gli imprenditori, gli amministratori che saranno chiamati a governare questa città. Non lasciatevi sfuggire l'occasione, ora che ne avete l'opportunità! Studiate, approfondite, maturate. Da voi dipende il futuro di Rieti!”.

Era nato ad Offeio, una piccolissima frazione sulle sponde del lago del Salto e da bimbo, come molti della zona – della sua generazione -
aveva frequentato il seminario e quella formazione se la portava dentro, come arricchimento dell'anima e della sua esperienza di vita. In classe ti chiamava per nome, Cesare Augusto, ma quando dovevi essere interrogato, tutto mutava: d'improvviso calava un silenzio surreale e tutti noi trattenevamo il fiato nel vederlo, con i suoi proverbiali occhialetti squadrati appena calati sotto gli occhi, salire e scendere l'elenco dei nostri nomi. E quando alfine scioglieva la riserva, sentivi il tuo cognome pronunciato con fermezza, lì sì a ristabilire – giustamente – le distanze. Distanze che tornavano a sciogliersi al suono della campanella e al discendere dello scalone del “Varrone” allorchè spesso si intratteneva con noi – componente maschile della classe – a ridere e scherzare del più e del meno. Ci fece innamorare di Ugo Foscolo, autore per cui aveva maturato una sviscerata passione ed i cui memorabili sonetti declamava in modo impareggiabile, sciorinando poi una spiegazione che ti immergeva, a tratti, nei refoli di zefiro che “torna e il bel tempo rimena”, sulle sponde dell'amata Zacinto. E si accaniva, con passione quasi fisica, su quei versi di “alla sera”: “quello spirto guerrier ch'entro mi rugge”! I suoi versi prediletti, che ripeteva quasi calcando con ferocia quelle consonanti ripetute che il poeta aveva magistralmente adottato, ci spiegava, per rendere al meglio la lotta impari dell'eroe romantico contro il tempo che scorre e che, inesorabile, conduce “alla sera”, ovvero alla morte. E così ti ha colto, carissimo prof - e non poteva essere altrimenti – d'improvviso, mantenendo integro quello “spirto guerrier”; ed anche se quella “sera” - “imago della fatal quiete” - è alfine giunta come per ogni umano che nasca sulla terra, il “reo tempo” nulla potrà dinanzi all'arma invincibile della memoria e della gratitudine. Ti sia lieve la terra, Cesare Augusto de 'issi dde Valentini', “imperatore” del “Varrone”!

05_07_22

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