Aprile 2020

PERSONE & PERSONAGGI

ACCADDE AD APRILE

L’avvincente saga umana e sportiva di Manlio Scopigno (e del fratello Loris)

calcio

(di Massimo Palozzi) Per gli antichi Romani era il mese dedicato a Venere. Per i Reatini moderni aprile potrebbe invece essere idealmente considerato il mese dei fratelli Scopigno. Manlio, innanzitutto, l’allenatore soprannominato “il Filosofo” per competenze e doti caratteriali, che esattamente cinquant’anni fa vinceva con il Cagliari uno storico scudetto (l’unico di cui può fregiarsi la compagine calcistica isolana). Il titolo quella fantastica squadra, che aveva in Gigi Riva il suo gioiello, lo conquistò matematicamente con due giornate di anticipo il 12 aprile 1970, in virtù della vittoria casalinga per due a zero sul Bari. Il torneo finì però solo il 26 aprile e la classifica quel giorno recitava: Cagliari campione d’Italia con 45 punti, davanti all’Inter con 41 e alla Juventus con 38.

Di Manlio Scopigno si è detto e scritto molto. Gianni Mura, una delle penne migliori del giornalismo italiano spentosi appena pochi giorni fa, nel 2013 lo scelse addirittura come allenatore della sua squadra ideale. E tanti lo ricordano in questi giorni celebrando l’anniversario a distanza di mezzo secolo da quel miracolo sportivo.

La carriera da calciatore di Scopigno fu breve, stroncata a soli 27 anni da un grave infortunio proprio nel corso della partita in cui realizzò il suo unico gol in serie A. 11 maggio 1952, si giocava Napoli-Como e finì 7 a 1 per i partenopei. Sua la quinta rete, poco prima della fatale rottura dei legamenti del ginocchio destro, un guaio che all’epoca era senza rimedio.

Scopigno era nato il 20 novembre 1925 un po’ per caso a Paularo, in provincia di Udine, dove il padre prestava servizio indossando la divisa di guardia forestale. Di origini umbre, l’uomo ottenne presto il trasferimento dal Friuli a Rieti: qui Manlio crebbe e tutta la famiglia mise radici.

Da calciatore esordì proprio nel Rieti. Ruolo terzino, ma raffinato, dato anche il suo fisico longilineo. Non come i rudi difensori poco stile e tutta vigoria del tempo. Dal 46 al 48 vestì la maglia amarantoceleste in serie B, poi la cessione alla Salernitana, dove rimase per tre stagioni fino al salto nella massima serie tra le fila del Napoli.

Dall’infortunio non si riprese mai. Tentò il rilancio con il Catanzaro nella stagione 1953-54, ma mise insieme solo poche presenze, prima di appendere gli scarpini al chiodo.

L’anno successivo diede il via all’attività di allenatore, che lo avrebbe consacrato come l’autore di una delle più grandi imprese sportive mai realizzate, grazie alla sua abilità nel sublimare il calcio all’italiana dall’essenzialità del catenaccio alla spettacolarità del bel gioco. Ancora una volta partì dal Rieti, stavolta però in una società in condizioni precarie, dopo il fallimento seguito ai fasti della serie B. Sulla panchina del club cittadino Scopigno sedette una prima volta dal 53 al 55 e poi nel campionato 1957-58. Quindi il passaggio alle più blasonate squadre di Vicenza e Bologna, fino all’approdo al Cagliari nel 1966. In Sardegna l’esperienza durò appena una stagione. Al termine di una tournée internazionale negli Stati Uniti nell’estate del 1967, venne infatti licenziato in tronco per aver urinato in giardino durante un ricevimento offerto dal console italiano a Chicago. Si racconta che accolse l’esonero con la sua proverbiale nonchalance: “presidente si sbrighi che mi si raffredda la minestra”, pare rispose al telefono al patron Rocca che gli comunicava l’allontanamento.

Trascorse la stagione seguente alla stregua di un anno sabbatico, senza una vera panchina, ingaggiato ufficiosamente dall’Inter in cerca del sostituto di Helenio Herrera. All’inizio del campionato 1968-69 era comunque di nuovo alla guida del Cagliari, con cui sfiorò subito lo scudetto arrivando secondo dietro la Fiorentina, per vincerlo finalmente l’anno successivo, nonostante una lunga squalifica rimediata per aver insultato un guardalinee. A Lello Bersani che lo aveva ospite alla Domenica Sportiva dopo la penultima giornata di campionato pareggiata a San Siro contro il Milan e che gli chiedeva se il titolo non fosse arrivato in ritardo, rispose sornione che in realtà era arrivato al momento giusto, anzi in anticipo. Era fatto così. Stile da dandy, le battute a prendere tutti in contropiede, gli aforismi, la faccia affilata su cui si stagliava un sorriso accattivante ne fecero (forse suo malgrado) un personaggio, esponente di una sorta di controcultura capace di uscire dalle rigide convenzioni che governavano il mondo del pallone.

La sua personalità esuberante e fuori dagli schemi accompagnò segnandola una parabola umana sempre giocata sul filo della leggerezza esistenziale e nel rifiuto di ogni autocompiacimento. Con un repertorio infinito di frasi trancianti e atteggiamenti spavaldi rivaleggiava per sagacia e sulfureo anticonformismo con i più celebrati intellettuali dell’avanguardia novecentesca. Ma tutti lo descrivono di una umanità profonda e al contempo intransigente nel chiedere e ottenere rispetto per i principi fondamentali della vita e per il lavoro suo e degli altri. Colto, di formazione universitaria, appassionato di libri come di carte, sigarette e qualche buona etichetta, praticò il più assoluto rigore professionale pur facendosi assertore di una filosofia di vita tanto socratica nell’esercitare l’ironia (come di lui disse Gianni Brera) quanto epicurea nel rinunciare all’ossessione per le regole asfissianti e un po’ bigotte.

Dopo Cagliari passò alla Roma e poi di nuovo al Lanerossi Vicenza, ma furono esperienze di breve durata. Nel 1976 lasciò definitivamente il calcio dedicandosi per alcuni anni a una graffiante rubrica sul Giorno, significativamente intitolata “Senza filtro”.

Manlio Scopigno è morto ancor giovane a 68 anni all’ospedale di Rieti il 25 settembre 1993 per un aneurisma. In occasione della sua scomparsa nessun ricordo pubblico dal mondo del calcio. Ai funerali parteciparono solamente Riva e Pierluigi Cera, capitano dell’indimenticabile Cagliari di cinquant’anni fa. Non fu osservato nemmeno un minuto di silenzio sui campi da gioco, segno di quell’inversione dei sentimenti che maledettamente giustifica il rimpianto per i tempi che furono. Senz’altro un’autorete da parte del “sistema”, di sicuro meno romantica di quelle dei suoi giocatori che lui commentava con uno spiazzante: “bel gol”.

Nel 94 gli è stata intitolata la tribuna stampa dello stadio Sant’Elia e nel 2015 Cagliari gli ha anche tributato l’onore di una piazza. Rieti lo ha invece omaggiato intestandogli nel 2005 il nuovo stadio e organizzando lo Scopigno Cup, torneo per squadre Under 17 dedicato alla memoria sua e del fratello minore Loris. E sì, perché sempre ad aprile, il giorno 20 dell’anno 1928, nasceva sotto lo stesso tetto uno degli esponenti principali della vita pubblica reatina tra gli anni Settanta e Ottanta. Dirigente sportivo di alto livello, Stella d’argento CONI nel 1985, a Loris Scopigno è legata soprattutto la creazione dell’Ente Provinciale del Turismo, che quarant’anni fa vide la luce negli storici locali (ora dismessi) di via Cintia e di cui fu a lungo direttore.

Alla competizione è abbinato il premio “Manlio Scopigno”, assegnato ai migliori allenatori di serie A e B e ai più importanti dirigenti del calcio maggiore e giovanile. Il torneo si tiene dal 1993 nella settimana di Pasqua. Causa coronavirus, l’edizione 2020 in programma dal 7 al 10 aprile è stata rinviata ad agosto, ma aprile rimane sempre in qualche misura un mese legato in modo speciale al nome degli Scopigno.

 

13-04-2020

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