Di Luca Volpone – Dopo la puntata speciale dedicata ai colori dell’Universo, torniamo a puntare il telescopio verso un singolo oggetto. E forse non poteva esserci soggetto migliore per riprendere il nostro viaggio: IC 1805, la Nebulosa Cuore.
Il nome, guardando una fotografia dell’intera regione, non ha bisogno di troppe spiegazioni. Le grandi strutture di gas disegnano qualcosa che ricorda un cuore, anche se naturalmente siamo ancora una volta noi a riconoscere forme familiari dove la natura non aveva alcuna intenzione di disegnarle. Eppure, dopo pellicani, proboscidi, farfalle e maghi, un cuore prima o poi doveva capitare anche a noi.
La fotografia che accompagna questa puntata è stata realizzata da Rieti nella notte del 28 settembre 2026, alle 03:23, ed è il risultato di 243 minuti di esposizione complessiva. Più di quattro ore trascorse a raccogliere una luce partita migliaia di anni fa.
Ed è proprio il tempo di integrazione piuttosto lungo a permettere di vedere non soltanto le regioni più luminose, ma anche parte della struttura più debole e diffusa che circonda il cuore della nebulosa. IC 1805 si trova nella costellazione di Cassiopea, a circa 7.500 anni luce dalla Terra, nel Braccio di Perseo della nostra Via Lattea.
È una grande regione H II, cioè una zona nella quale l’idrogeno viene ionizzato dalla potente radiazione ultravioletta prodotta da stelle giovani e molto calde. Al centro di tutta questa struttura si trova Melotte 15, un giovane ammasso aperto. Ed è qui che la fotografia comincia a diventare più interessante del semplice cuore che le dà il nome. Le stelle più massicce di Melotte 15 sono infatti tra le principali responsabili di ciò che vediamo intorno a loro. La loro intensa radiazione ultravioletta ionizza il gas della nebulosa, mentre i potenti venti stellari interagiscono con la materia circostante, scavandola, comprimendola e modellandola nel tempo. Quello che vediamo non è quindi soltanto una nube illuminata da alcune stelle. È un ambiente in continua trasformazione.
Nell’immagine questa storia si legge abbastanza bene. Ci sono grandi archi luminosi, zone più tenui, filamenti, cavità e soprattutto quelle strutture scure che ormai abbiamo imparato a non considerare semplicemente come “vuoto”. Sono gas e polveri più dense che assorbono la luce proveniente dalle regioni retrostanti. Alcune sembrano quasi entrare nella nebulosa come pennellate nere. E qui torniamo inevitabilmente a qualcosa che abbiamo incontrato nelle ultime puntate dedicate alla Proboscide d’Elefante, alla Pellicano e alla Nebulosa Mago. Le giovani stelle nascono all’interno delle nubi e, una volta accese, cominciano a modificare l’ambiente dal quale sono nate. La radiazione e i venti delle stelle più massicce erodono alcune regioni e ne comprimono altre. In determinate condizioni proprio questa compressione può favorire nuovi collassi della materia e quindi nuove generazioni di stelle. È un processo che si svolge su tempi per noi difficili da concepire.
Guardando la fotografia tutto sembra immobile, quasi dipinto sul fondo del cielo. In realtà stiamo osservando un luogo fisicamente molto attivo. Anche i colori raccontano una parte della storia e, dopo la puntata speciale della scorsa settimana, ormai sappiamo leggerli un po’ meglio. Il rosso che percorre gran parte di IC 1805 è legato soprattutto all’emissione dell’idrogeno ionizzato, in particolare alla riga H-alfa a 656,3 nanometri. Nella fotografia compaiono però anche tonalità che tendono al blu e al ciano. In immagini ottenute attraverso filtri sensibili a specifiche righe di emissione, queste possono evidenziare il contributo di elementi ionizzati come l’ossigeno. Ed è proprio il confronto tra emissioni differenti che permette di mettere in risalto zone della nebulosa con condizioni fisiche diverse. Questa volta, quindi, possiamo quasi mettere subito in pratica quello che abbiamo raccontato nella puntata 31. Il colore non è soltanto qualcosa che rende più bella l’immagine: ci aiuta a separare e riconoscere parte della fisica che sta avvenendo dentro la nube. Ma IC 1805 ha dimensioni che la fotografia rende difficili da percepire. Parliamo di una regione che si estende per oltre 150 anni luce.
Significa che, anche se potessimo viaggiare alla velocità della luce, servirebbe più di un secolo e mezzo soltanto per attraversarla da una parte all’altra. Il nostro Sistema Solare, inserito in una struttura del genere, sarebbe praticamente insignificante. E poi c’è la distanza che è di circa 7.500 anni luce e ciò significa che la luce raccolta per 243 minuti dal telescopio quella notte di settembre non racconta IC 1805 come si trova oggi. Ci mostra quella regione della Via Lattea com’era circa 7.500 anni fa. Quando quei fotoni hanno iniziato il loro viaggio verso di noi, sulla Terra eravamo ancora nella preistoria. Da allora hanno attraversato lo spazio senza sapere, naturalmente, che alla fine del loro viaggio sarebbero diventati qualcosa per noi: prima un segnale su un sensore e poi questa fotografia. È uno dei pensieri che torna spesso durante questo viaggio di Sotto questo cielo, ma non credo diventi meno sorprendente con l’abitudine. Anzi.
Quattro ore di integrazione possono sembrare tante quando si aspetta che un telescopio raccolga abbastanza segnale. Poi si pensa che quella stessa luce ha viaggiato per settemilacinquecento anni prima di arrivare fin qui e quattro ore diventano improvvisamente niente. E questa volta c’è anche un nome che rende quasi inevitabile concedersi qualcosa in più. Lo abbiamo chiamato Cuore perché da lontano ci ricorda la forma che da sempre associamo ai sentimenti, all’amore, alla parte più umana di noi. In realtà IC 1805 non sa nulla di tutto questo. È idrogeno, ossigeno, polveri, stelle giovanissime, radiazione e gravità. E forse va bene così.
Perché dopo trentadue puntate passate a cercare di capire cosa succede davvero lassù, possiamo anche concederci per una volta di guardare una fotografia senza cercare immediatamente una spiegazione.
A volte basta sapere che quella luce ha attraversato 7.500 anni di spazio per arrivare fino a noi. E che, proprio quella notte, eravamo lì a raccoglierla.
Informazioni tecniche
Oggetto: IC 1805, Nebulosa Cuore
Costellazione: Cassiopea
Tipologia: nebulosa a emissione, regione H II e zona di formazione stellareDistanza: circa 7.500 anni luce
Estensione: oltre 150 anni luce
Ammasso centrale: Melotte 15
Ripresa: Rieti
Data: 28 settembre 2026
Ora: 03:23
Strumento: Seestar S50
Esposizione totale: 243 minuti



