David Rossi, otto anni fa Rieti aveva già ascoltato la voce di chi chiedeva verità

30/09/2026 | Notizie in evidenza, Storie e persone

Il nome di David Rossi torna a incrociare la cronaca reatina, a distanza di anni da quella morte rimasta avvolta da interrogativi e ricostruzioni contrastanti.

Perché la vicenda dell’ex responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, morto il 6 marzo 2013 dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio, nella nostra città arrivò già nel marzo del 2018. E arrivò con un legame molto concreto: accanto a Ranieri Rossi, fratello di David, nella sua lunga battaglia per la verità c’è infatti una reatina, Simonetta, sua moglie e cognata di David.

Fu anche grazie a lei che Rieti si trovò ad ascoltare direttamente i protagonisti di una vicenda che allora, nonostante le due archiviazioni, continuava a presentare interrogativi pesanti.

Era il 16 marzo 2018 quando la Sala dei Cordari ospitò un incontro organizzato spontaneamente dal gruppo QSVA – Quelli di Villa Sant’Anatolia – con il patrocinio del Comune di Rieti. Al tavolo c’erano Ranieri Rossi, Davide Vecchi, autore del libro “Il caso David Rossi. Il suicidio imperfetto del manager Monte Paschi di Siena”, l’avvocato Paolo Pirani, legale della famiglia, e Antonino Monteleone, l’inviato de Le Iene che aveva contribuito a riaccendere l’attenzione nazionale sul caso. A moderare l’incontro fu il giornalista reatino Fabrizio Colarieti. La registrazione integrale di quella giornata è ancora oggi disponibile.

E basta riascoltare quelle parole per capire quanto fosse già forte, otto anni fa, la convinzione che la storia non potesse essere liquidata semplicemente come un suicidio.

Non si parlava soltanto di dubbi generici. Venivano messe in fila le criticità delle indagini: le prove non acquisite o non più disponibili, le telecamere, le celle telefoniche, le testimonianze, la gestione della scena, l’autopsia, le immagini della caduta. E soprattutto si poneva una domanda elementare: era davvero possibile considerare chiuso un caso nel quale rimanevano ancora così tanti interrogativi?

Ranieri Rossi, quel giorno, parlò con la sofferenza di un fratello ma anche con la determinazione di chi da anni chiedeva una cosa sola: non una “verità della famiglia”, ma la verità.

Una frase che oggi torna inevitabilmente alla mente.

Perché in questi giorni il caso David Rossi ha conosciuto uno degli sviluppi più clamorosi della sua storia.

Il 28 settembre, al termine delle simulazioni effettuate a Roma con la partecipazione dei Ris e dei vigili del fuoco, sono emerse prime valutazioni tecniche secondo le quali Rossi sarebbe stato aggredito nel suo ufficio da almeno due persone, sarebbe stato cosciente e avrebbe tentato di difendersi. La ricostruzione ipotizza inoltre che, una volta fuori dalla finestra, abbia cercato di aggrapparsi al bordo mentre gli aggressori lo trattenevano, fino alla perdita della presa. Si tratta di una prima valutazione tecnica nell’ambito della perizia disposta dalla Commissione parlamentare d’inchiesta.

Ma il passaggio ancora più importante è arrivato il giorno successivo.

I consulenti tecnici della Commissione, lo psicologo forense Edoardo Genovese e il medico-chirurgo Robbi Manghi, nelle conclusioni della loro relazione hanno definito l’ipotesi di una morte per suicidio “tecnicamente e scientificamente insostenibile e priva di riscontri oggettivamente cristallizzati”. La relazione segnala inoltre plurime lesioni ante-mortem sul corpo di Rossi, che secondo i consulenti presentano caratteristiche incompatibili con la sola precipitazione o con la caduta al suolo.

Il presidente della Commissione, Gianluca Vinci, è stato ancora più netto, parlando apertamente di omicidio e spiegando che gli ulteriori accertamenti serviranno a completare la dinamica e ad arrivare all’individuazione dei responsabili.

Ed è proprio a questo punto che, per noi di Rieti e per chi quella giornata del 2018 la ricorda, è impossibile non tornare indietro con la memoria.

Perché quelle persone venute a raccontare la storia di David Rossi nella Sala dei Cordari non erano lì per alimentare un mistero. Erano lì perché ritenevano che troppe cose non fossero state chiarite.

Davide Vecchi aveva ricostruito nel suo libro le circostanze della morte e le criticità dell’inchiesta. Antonino Monteleone aveva raccontato il lavoro giornalistico che aveva portato Le Iene a riaccendere i riflettori sul caso. Paolo Pirani spiegava quanto fosse difficile ottenere una riapertura del procedimento e quanto fosse necessario, anche per chi esercita il diritto, dare una risposta alla famiglia. Ranieri Rossi raccontava invece il dolore di una famiglia che da anni cercava di capire come fosse morto David.

E accanto a lui c’era Simonetta, una reatina, che quella battaglia l’ha vissuta e continua a viverla insieme al marito.

Per questo oggi non possiamo nascondere la nostra soddisfazione.

Non perché una vicenda così drammatica possa suscitare soddisfazione in sé. Ma perché finalmente, dopo tredici anni, ciò che la famiglia Rossi ha continuato a sostenere e ciò che in quella sala di Rieti veniva raccontato e documentato trova un riconoscimento nelle conclusioni di una Commissione parlamentare e nelle nuove valutazioni tecniche.

Naturalmente la strada della giustizia non è finita qui. Stabilire che la ricostruzione del suicidio non regge non significa avere già identificato gli autori dell’omicidio, né aver chiarito ogni passaggio di quella notte. La stessa Commissione ha ancora accertamenti da completare, compreso quello sul filmato del vicolo, prima di chiudere il lavoro sulla dinamica e indirizzarlo all’individuazione dei responsabili.

Per Ranieri, per Simonetta, per mamma Vittoria, per Tiziana, per Carolina e per tutta la famiglia Rossi, però, non è un punto di arrivo.

È il momento in cui, dopo tredici anni, la domanda più importante può finalmente essere posta nel modo giusto: chi ha ucciso David Rossi e perché?

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