di Massimo Palozzi – Martedì è scaduto il termine per la realizzazione dei lavori finanzianti con i fondi del Pnrr. Fino al 31 agosto ci sarà tempo per sistemare qualche dettaglio e rendicontare le spese, ma i giochi sono ormai fatti. Rien ne va plus. La grande scommessa del Piano nazionale di ripresa e resilienza va in archivio, resta ora da vedere se sarà stata vinta o persa.
A Rieti si è scelta la strada dell’immediato. Di fronte a una città bloccata fino alle soglie del dissesto finanziario, la tipologia degli interventi è stata impostata privilegiando l’ordinaria amministrazione: il rifacimento di manti stradali deteriorati, il ripristino di marciapiedi impraticabili e la sostituzione di impianti di illuminazione obsoleti hanno dato di sicuro un volto nuovo alla città. Ciò che forse manca è una prospettiva di più lungo termine.
Nello spirito del Pnrr, le misure realizzate con i fondi europei (che, giova sempre ricordarlo, sono prestiti da restituire con gli interessi e solo in minima parte contributi a fondo perduto) sarebbero dovute servire per migliorare strutturalmente il Paese dopo la tragedia della pandemia da Covid. Di fronte all’ampio ventaglio di opportunità, qui si è in un certo senso preferito andare sul sicuro, agendo su aspetti macroscopici di vivibilità che hanno assorbito risorse secondo un disegno teso a fronteggiare le lacune più evidenti e annose.
Guardando al complesso dei lavori, il timore maggiore è che sotto la patina dorata delle mille inaugurazioni si possano nascondere esiti, se non effimeri, quantomeno di natura transitoria. La sfida è insomma capire se e quanto sia stata colta l’opportunità di realizzare investimenti destinati a durare nel tempo, magari con effetto moltiplicatore in relazione alle somme spese. Da questo punto di vista, esempi importanti sono il recupero dell’ex ospedale civile deputato ad arricchire l’offerta universitaria, la realizzazione dell’auditorium a Foro Boario e la valorizzazione delle sponde del Velino. Su altri versanti resta invece il timore che possa trattarsi di un’occasione mancata per incidere su istruzione, sanità, commercio, mobilità, rivitalizzazione del centro storico, recupero delle ex aree industriali. E perfino transizione verde.
In termini tecnici si chiama depaving. In italiano si potrebbe rendere il concetto con la parola depavimentazione. È la sintesi di una strategia di rigenerazione urbana consistente nella rimozione di superfici impermeabili come asfalto, cemento e pietre, per ripristinare il suolo nelle sue funzioni naturali. In una fase storica in cui i cambiamenti climatici stanno mostrando in maniera drammatica i limiti dell’edificazione forsennata, i fondi del Pnrr avrebbero potuto essere orientati anche in questa direzione. Invece niente. La scorsa settimana è stata inaugurata la rinnovata piazza del Suffragio a Porta d’Arce, che adesso si presenta con una veste decisamente migliore rispetto al parcheggio a cielo aperto di prima. Solo che l’asfalto è stato sostituito con il travertino, senza approfittare dell’opportunità per realizzare un piccolo polmone verde a beneficio di passanti e residenti, ma anche per dare respiro al terreno.
Un altro punto critico rilevato da molti riguarda l’asimmetria degli interventi, sia per le zone dove sono stati concentrati, sia per la coerenza stessa dei lavori. Alcuni quartieri lamentano la totale assenza di opere di riqualificazione, mentre sotto la lente è finita pure la scarsa armonia stilistica, la cui influenza avrebbe al contrario permesso di ricondurre a una narrazione unitaria il filo dei progetti. Per rendersene conto basta guardare ai nuovi pali della luce, tutti diversi tra i vari quadranti cittadini.
Sul piano estetico, come sull’adozione di alcune soluzioni tecniche, il discorso si allarga ben oltre gli imbuti di porta Cintia, a seconda delle preferenze personali. La copertura scelta per la parte pedonale di ponte Giovanni XXIII è ad esempio una delle operazioni più ardite e sfidanti. Suggestiva l’illuminazione notturna a led, ma la gabbia di tubi bianchi montata sulle due sponde ha fatto perdere tutta la magia del colpo d’occhio sul Velino, che da sempre rappresenta uno dei paesaggi più belli di Rieti.
Da ultimo, la qualità intrinseca delle realizzazioni. Mattonelle rotte o saltate dopo solo qualche settimana dalla posa fanno il paio con asfaltature approssimative, i cui effetti si sono visti proprio in questi giorni di pioggia. I ristagni d’acqua negli avvallamenti sono numerosi. Alcuni anche pericolosi e moralmente inaccettabili, come le pozze che si formano alla base degli scivoli per disabili (quella in fondo al marciapiede di fronte al Tribunale sembra quasi un’invocazione alla giustizia terrena).
Come che sia, la partita è finita. Cosa resterà di questo Pnrr sarà il tempo a dirlo. Complici alcuni cantieri ancora aperti, tipo ponte Cavallotti e ascensore del Pincetto, al momento sembra prevalere una sensazione di incompiutezza, nonostante le oggettive migliorie apportate a molte zone della città.
05-07-2026



