di M. Festuccia – Continua il nostro viaggio alla scoperta dei personaggi del territorio che, attraverso il loro lavoro, hanno lasciato un segno in ambiti diversi della cultura e della società. Questa volta incontriamo Luciano Torani, ingegnere del suono originario di Cittaducale, protagonista di una lunga carriera nella Capitale, tra musica, studi di registrazione e grandi produzioni della canzone italiana.
Una storia professionale costruita dietro le quinte, ma a stretto contatto con artisti, musicisti e produzioni che hanno fatto parte della storia della musica italiana. Ed è proprio attraverso i suoi ricordi che Torani ci accompagna dentro un mondo affascinante, quello degli studi di registrazione, raccontandoci persone, incontri e momenti di una carriera iniziata nel territorio reatino e cresciuta poi a Roma.
Luciano, dove, come e quando nasce la sua avventura nel mondo della musica e degli studi di registrazione?
“Tutto nasce a Cittaducale, nel novembre del 1971. Mi ero appena iscritto a Ingegneria quando, una domenica a casa dei miei nonni, una ragazzina bussò alla porta chiedendo di me. Mi disse che suo padre aveva acquistato un registratore ma non riusciva a usarlo. Io già smanettavo con apparecchiature audio, quindi accettai subito. Quando le chiesi chi fosse suo padre, mi rispose: Gino Marinacci.
Parliamo di uno straordinario musicista, vincitore proprio quell’anno del Premio Armstrong come miglior jazzista europeo. Dopo un grave incidente che lo aveva reso paraplegico, si era iscritto per corrispondenza alla Berklee Music School di Boston e aveva acquistato un Revox A77 per lavorare sugli impasti sonori dei flauti. Il giorno dopo, invece di andare all’università, andai a casa sua. Col senno di poi, quello fu il momento in cui imboccai la strada che mi avrebbe cambiato la vita.”
Da quel primo incontro come cominciò il suo ingresso nel mondo della musica?
“Inizialmente dovevo soltanto spiegargli il funzionamento del Revox, ma lui aveva poca dimestichezza con la tecnologia e così iniziai a frequentarlo sempre più spesso.
L’anno successivo realizzò una trasmissione televisiva in quattro puntate, “Amico Flauto”, presentata da un giovanissimo Renzo Arbore, e io lo affiancai durante tutta la lavorazione. Quando arrivò il momento di registrare il disco tratto dalla trasmissione andammo negli studi Titania, dove conobbi Massimo Di Cicco. Vedendo il mio entusiasmo mi chiese se mi sarebbe piaciuto lavorare lì.
Accettai subito, ma ero in procinto di partire per il servizio militare. Così gli dissi di riparlarne al mio ritorno. Finita la leva, nell’aprile del 1974, lo richiamai. Mi rispose che l’offerta era ancora più valida perché il fonico dello studio se n’era andato. Cominciai il 2 maggio 1974: quello fu il mio primo vero giorno di lavoro in studio.”
Pertanto dobbiamo ringraziare i suoi nonni di Cittaducale…
“Assolutamente sì. Se quella domenica fossi andato da altri parenti, probabilmente la mia vita avrebbe preso una direzione completamente diversa.”
Però la passione per la musica e per la tecnologia esisteva già, giusto?
“Sì, da sempre. Oltre alla musica, mi affascinava tutto ciò che riguardava la sua riproduzione. I miei raccontano che da bambino passavo ore davanti al giradischi come fosse una scatola magica. Mi incuriosiva il mistero della riproduzione sonora.”
Ricorda il primo artista che ha seguito alla Titania?
“Fu Anna Melato, sorella di Mariangela, che incise un album per la Ricordi. Poco dopo, nel 1976, ebbi il piacere di registrare le voci e missare “Tutto il resto è noia” di Franco Califano.
La Titania era uno studio molto attivo, serio e concreto. Io paragono sempre il tecnico del suono a uno chef: può avere anche le pentole d’oro, ma serve il manico. È quello che fa davvero la differenza.”
È lì che nasce anche il suo lavoro come produttore artistico?
“Sì. Sempre nel 1976 iniziai ad affiancare all’attività di sound engineer quella di produttore artistico insieme ad Antonello De Sanctis e Marcello Marrocchi.
In quel periodo arrivarono alla Titania i Collage per incidere alcuni provini. Appena li ascoltai capii che avevano qualcosa di speciale, soprattutto negli impasti vocali. Uscii dalla regia e dissi subito a Di Cicco: ‘Prendiamoli’. Da quella intuizione nacquero successi come “Due ragazzi nel sole” e “Tu mi rubi l’anima”.”
Ma cosa significa davvero fare il produttore artistico?
“È il regista del disco. Sceglie i musicisti, costruisce il suono, decide l’identità del progetto e cerca di capire dove sta andando la musica in quel momento. Nel mio caso spesso ricoprivo anche il ruolo di tecnico del suono, seguendo tutto il percorso, dalla registrazione al missaggio.”
Alla Titania nasce anche un progetto molto particolare, quasi futuristico per l’epoca…
“Si tratta di “Automat”, pubblicato tra il 1977 e il 1978 dalla EMI. Col tempo è diventato un disco di culto nell’ambito elettronico e techno; in Brasile un suo brano è stato persino utilizzato come sigla di un telegiornale. La particolarità era che venne realizzato utilizzando l’unico prototipo esistente al mondo dell’MCS-70 (Memory Controlled Synthesizer), il primo sintetizzatore capace di memorizzare i suoni creati. Oggi può sembrare normale, ma all’epoca era rivoluzionario. Il suo inventore era Mario Maggi e quando vidi quello strumento per la prima volta rimasi senza parole: sembrava fantascienza. Le musiche erano firmate da Romano Musumarra (cervello musicale de “La Bottega dell’Arte”) e Claudio Gizzi (in arte Jean Pierre Posit), mentre io curai il suono insieme allo stesso Maggi. Ancora oggi, riascoltandolo, mi sembra un lavoro arrivato dal futuro.”
Poi? – “Dopo sei anni alla Titania fui contattato da Claudio Mattone, che era rimasto colpito dai miei lavori. Mi propose di trasferirmi al Quattro 1, uno degli studi più avanzati di Roma, dotato della prima consolle computerizzata per il missaggio presente nella Capitale.
Quando comunicai la mia decisione a Massimo Di Cicco tentò in tutti i modi di trattenermi, anche rilanciando economicamente. Nonostante questo, sentivo il bisogno di affrontare una nuova sfida professionale.
Fu una scelta importante, che mi portò a collaborare con grandi nomi della musica italiana e a partecipare a molte produzioni di rilievo degli anni Ottanta.
Dopo circa tre anni e mezzo al Quattro 1 decisi infine di mettermi in proprio e intraprendere la carriera da freelance.”
Com’è andata in questa nuova veste?
“Tornai a lavorare con Massimo alla Titania per missare “La nevicata del ’56” di Mia Martini, insieme ad altri brani dell’album come “La mia razza”. Un ritorno importante in uno studio che ormai conoscevo benissimo.”
E con Claudio Mattone?
“Stavamo lavorando su “Ancora” di Eduardo De Crescenzo, con testo di Franco Migliacci. Il brano convinse subito tutti e venne proposto a Sanremo ’81 a Gianni Ravera, che però non fu convinto vedendo le foto promozionali di Eduardo.
Durante il volo di ritorno da Milano, delusi dall’esito, Migliacci e Mattone scrissero “E va’… e va’…” (‘Te c’hanno mai mannato a quer paese’). Dopo diversi tentativi con altri interpreti, il brano arrivò ad Alberto Sordi, che accettò con entusiasmo. Ravera, ignaro del riferimento alla vicenda, finì per accettare la partecipazione di Sordi a Sanremo. Curiosamente, come compenso, Sordi chiese solo il rimborso dell’albergo nella Città dei Fiori.”
Ci racconti un altro cameo: quello con Francesco De Gregori.
“Arrivai a De Gregori grazie a Mario Scotti, che fece il mio nome durante un progetto con Mimmo Locasciulli, “Intorno a trent’anni”, prodotto proprio da De Gregori. In studio c’erano anche Tony Cicco, Marco Manusso e lo stesso Locasciulli.
All’epoca lavoravo ancora al Quattro 1. Terminato quel progetto, De Gregori mi propose di seguire le registrazioni di “Titanic”, ma non a Roma, bensì alla Maison Blanche di Umberto Maggi, in campagna modenese.
Non potei accettare subito per vincoli contrattuali. Il lavoro venne affidato a un collega francese, ma il risultato non convinse e mi chiesero di intervenire almeno per ascoltare e rimettere mano al missaggio.
Non feci in tempo: erano già rientrati a Roma e avevano ripiegato sugli studi RCA. Nel frattempo il tempo stringeva, soprattutto per la presenza del batterista Chris Whitten. In un fine settimana intensissimo registrammo quattro tracce fondamentali; le restanti furono affidate a Massimo Buzzi, tra cui “La leva calcistica della classe ’68”. Quando il Quattro 1 tornò disponibile, completammo l’album il 14 maggio 1982.”
Sempre con De Gregori nasce un altro momento importante…
“Nel 1983, durante le sessioni di “Sognadoro” di Locasciulli, De Gregori mi parlò di una colonna sonora per un film di Monica Vitti, “Flirt”, progetto per lui inedito. Mi fece ascoltare alcuni brani, tra cui uno ancora senza titolo.
Ne rimasi colpito: era “La donna cannone”. Il titolo originale era diverso e lo cambiai io perché lo trovavo più efficace. Poco dopo la RCA decise di realizzarne un Q-Disc e mi affidò la produzione artistica con piena libertà
Per gli archi avrei voluto coinvolgere Claudio Gizzi, ma non fu reperibile, così mi affidai a Renato Serio. Il lavoro fu corale, con musicisti come Massimo Buzzi, Mario Scotti, Marco Manusso, Luciano Forgini, Lucasciulli, oltre me.”
Altri impegni significativi della sua carriera?
Nel 1987 ho registrato, sempre al Quattro 1 di Claudio Mattone, “Discao Meravigliao”.
A cavallo fra il 1996 e il 1997 ho realizzato l’album “Confusa e felice” di Carmen Consoli in coproduzione artistica con Francesco Virlinzi. Dal 1998 al 2003, come collaboratore in esclusiva presso lo studio Forum Music Village, considerato il tempio della Musica da film, ho registrato, fra le altre, le colonne sonore dei film: “Padre Pio – Tra cielo e terra”, con Michele Placido, regia di Giulio Base, musica di Ennio Morricone; “Un difetto di famiglia”, con Lino Banfi e Nino Manfredi, regia di Alberto Simone, musica di Ennio Morricone; “La regina degli scacchi”, con Barbora Bobulova, regia di Claudia Florio, musica di Luis Bacalov; “Manuale d’amore”, di Carlo Verdone, musica di Paolo Buonvino ed “Habemus Papam”, con Michel Piccoli e Margherita Buy, regia di Nanni Moretti e musiche di Franco Piersanti.
Sempre presso il Forum Music Village ho realizzato, curandone registrazione – e missaggio presso i Forward Studios – l’album di Fiorella Mannoia “A Te”, dedicato a Lucio Dalla, con orchestra di circa 40 elementi e voce live in studio
Quando un missaggio può dirsi perfetto?
“Non inseguo la perfezione assoluta, che trovo fredda. Preferisco una ‘perfetta imperfezione’. De Gregori mi disse una volta che tra la Germania e l’errore c’è una terra di mezzo che si chiama capolavoro.
Una nota leggermente imperfetta può conservare l’emozione originale. Correggerla completamente, anche con l’autotune, rischia di togliere umanità al brano.”
Cosa ne pensa della musica di oggi?
“Sono preoccupato per certi fenomeni, ma resto fiducioso. Le buone canzoni torneranno, anche se i tempi non sono prevedibili. Oggi il mercato è guidato dalle visualizzazioni e non più dai dischi, ma il talento autentico prima o poi riemerge.”
Oggi chiunque può allestire uno studio in casa. Il suo pensiero?
“La tecnologia è utile, ma non basta per essere produttori o tecnici del suono. Si pensa che basti un computer, ma la differenza si sente.
Nell’analogico l’errore era più difficile da correggere e questo imponeva maggiore attenzione. Oggi c’è più superficialità, come se tutto si potesse sistemare dopo. Io rimango legato a quel modo di lavorare, che però non rinnego: lo rimpiango, perché c’era più rispetto per il suono e per il lavoro.”
E oggi cosa fa Luciano Torani?
“Oggi frequento meno gli studi rispetto al passato. Con alcuni amici avevamo pensato a un evento commemorativo per Luciano Forgini, straordinario chitarrista presente anche in La donna cannone, ma non siamo riusciti a realizzarlo come avremmo voluto.
Sto lavorando all’idea di un vinile a tiratura limitata dedicato a lui. Fuori dalla musica, mi piacerebbe dedicarmi a una nuova passione: il winemaking.
Mi affascina l’idea di un piccolo vigneto, semplicemente per passione personale.”



