In occasione della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, il vescovo Vito Piccinonna ha promosso un incontro con don Tony Drazza della Segreteria CEI sui temi della comunicazione, dell’Intelligenza Artificiale e delle relazioni umane. Al centro del confronto il messaggio di Papa Leone XIV “Custodire voci e volti umani”, con un invito a riscoprire una comunicazione nel tempo dell’intelligenza artificiale, della sovraesposizione digitale e dello “scrolling compulsivo”. Al termine dell’incontro il confronto è proseguito in maniera spontanea tra noi operatori della comunicazione. Ognuno ha portato esperienze personali, dubbi e paure legate a un tempo che cambia troppo velocemente. Tra gli interventi, in particolare, hanno colpito quelli di due giornalisti che, mettendo da parte il proprio ruolo professionale, hanno raccontato il senso di incomunicabilità vissuto a volte con i propri figli, la difficoltà di comprenderne fino in fondo il mondo e anche il timore di non avere strumenti adeguati per accompagnarli verso un futuro che appare sempre più incerto e difficile da decifrare. Da quella riflessione, così autentica e condivisa, è nata la richiesta di Format di trasformare quei pensieri in parole scritte: non da giornalisti, ma da madre e padre immersi ogni giorno nelle fragilità, nelle domande e nelle contraddizioni dell’essere genitori nell’epoca degli smartphone, dei social network e dell’Intelligenza Artificiale.
Educare nell’era dell’IA: la vera sfida del nostro tempo
di Marco Fuggetta
(Resp.le Uff. Stampa Città di Rieti)
Per anni, quando ci si confrontava sugli effetti dei mass media, una delle citazioni più note era la distinzione di Umberto Eco tra apocalittici e integrati, due opposti approcci culturali al tema. Ultimamente, tale categorizzazione sociologica mi rimbalza spesso in mente quando mi trovo ad ascoltare e a tentare di approfondire dibattiti e interventi incentrati sul tema dell’Intelligenza Artificiale. Una valanga inarrestabile che,
nel giro di poco tempo, trasformerà inevitabilmente il mondo del lavoro, l’economia, la socialità e perfino l’istruzione e la formazione. Ad oggi, personalmente, non riesco ad iscrivermi a nessuna delle sopra citate categorie e, anzi, spesso mi sembra di tendere piuttosto al ‘pessimismo’, non certo come categoria di studio sociologico ma come emozione e riflesso istintivo nel momento in cui tento di addentrarmi in una materia tanto impattante quanto, a mio avviso, ancora inedita per la stragrande maggioranza delle persone. Pessimismo, non perché riesca a decifrare i contorni degli scenari in arrivo, bensì per l’esatto opposto, cioè la consapevolezza di non avere, rispetto al passato, strumenti sufficienti per interpretare adeguatamente i limiti e il quadro di una rivoluzione che saremo tutti obbligati a vivere. Sbaglierò ma sono convinto, infatti, che ad oggi, tolte alcune piccole nicchie di esperti, e benché moltissimi già utilizzino in vari campi l’intelligenza artificiale, quasi nessuno sappia davvero cosa e come diventerà il mondo da qui a breve. E non parlo soltanto dei grandi temi che affollano programmi tv o pagine dei quotidiani, dalla perdita dei posti di lavoro alla trasformazione della carriere, passando per gli impatti sul trading, sulle catene di approvvigionamento, sulla gestione delle piattaforme e degli algoritmi di cui tutti facciamo quotidianamente uso; mi riferisco, piuttosto, ad un livello ancora più basilare delle nostre vite ovvero l’educazione e la formazione che viene fornita alle giovani generazioni destinate a diventare classe dirigente del futuro. Una riflessione in parte affrontata, meritoriamente, in un recente incontro organizzato dalla Diocesi di Rieti in occasione della Giornata delle comunicazioni sociali e che talvolta emerge anche nei salotti tv o sulla stampa. Pochi giorni fa mi sono imbattuto in un articolo firmato da Dirk Hovy, professore in Computing Sciences alla Bocconi, nel quale egli suggeriva che anziché “concentrarci soprattutto sulle basi specifiche delle singole discipline, dobbiamo prima formare tutti all’alfabetizzazione all’AI, al pensiero critico e al riconoscimento dei bias”. Poche righe che, però, se ci fermiamo a riflettere, disegnano un mondo completamente differente da quello che abbiamo conosciuto. E allora le domande che affollano la mente sono molte: le generazioni che oggi guidano la sfera pubblica, anche le più giovani, hanno gli strumenti per affrontare queste sfide? L’istituzione scolastica italiana possiede un’adeguata ‘cassetta degli attrezzi’ per assolvere ai propri compiti? Le famiglie sapranno ancora accompagnare il percorso formativo e umano dei giovani nati nell’era dell’AI?
Tra ansia da notifica e bisogno di ascolto: il mestiere difficile del genitore
di Ilaria Faraone
(Il Messaggero Rieti)
Non saprei se definirmi un genitore più preoccupato o pessimista.
Mi sembra meno grave la prima condizione e probabilmente mi sento realmente così perché in fondo, voglio sperare che si torni a quella comunicazione di una volta, autentica e diretta, e lo auguro a tutti i ragazzi adolescenti e anche ai più piccoli. Mia figlia è vicinissima ai 18 anni e, se quando era piccola tutto filava liscio, c’era semplicemente la necessità di qualche piccolo rimprovero e si risolveva tutto, con il trascorrere 
degli anni le cose si sono complicate. Ma difficile è diventata la comunicazione, l’interazione tra noi perché, a dividerci, c’è uno schermo, tendenzialmente piccolo ma in grado di fare dei grossi danni, come quello di uno smartphone. E se prima facevamo i conti con scuola, amici e televisione, oggi nelle case entrano continuamente notifiche, video, chat, influencer e algoritmi ed è davvero complicato gestire il tutto e soprattutto riuscire ad accantonarli per “parlare”, per “conversare” faccia a faccia. Ed ecco che la figura del genitore oggi è profondamente cambiata rispetto al passato. Non siamo più chiamati semplicemente ad educare ma dobbiamo indossare anche i panni di guida, di psicologo, di interprete del digitale e di controllori. È un ruolo davvero complicato, ma siamo chiamati innanzitutto a dare il buon esempio e dunque anche noi, sopraffatti da quella che qualcuno chiama “ansia da notifica”, che ci porta a controllare il cellulare ogni cinque minuti perché lì c’è tutto il nostro mondo dalle chat di lavoro alla scuola, dai parenti agli amici, dobbiamo capire che, per parlare con i nostri figli, è necessario lasciarlo da parte e riprenderlo dopo, anche se troveremo cento messaggi ai quali dovremo rispondere. C’è bisogno di tornare a parlare con i nostri figli, dobbiamo capirli, sentire come stanno realmente e questo si può fare solo guardandosi negli occhi e non scrivendo su WhatsApp che la cena è pronta perché lei è chiusa da ore in camera con le cuffie e non mi sentirebbe se la chiamassi, come spesso mi capita. Le patologie che sono sorte negli anni e che interessano questi ragazzi sono tante e preoccupanti. L’ultima, la più recente, è la dipendenza da intelligenza artificiale che segue quella da social. Non possiamo lottare contro una tecnologia che avanza inesorabilmente e che dà loro strumenti anche di conversazione che li portano a sostituire l’essere umano, spesso la mamma o il papà, ma possiamo lavorare sul loro coinvolgimento nelle chiacchierate in famiglia, anche se si tratta di poco tempo, cercare di puntare sulla qualità perché loro ormai ci dedicano poco tempo, sono sfuggenti, hanno ritmi frenetici, lo si vede anche dal modo in cui scrollano lo smartphone che, a guardarli, gira la testa. Forse è proprio questa la sfida educativa del nostro tempo: accettare che la tecnologia farà sempre più parte della vita dei ragazzi senza però rinunciare al valore insostituibile della presenza umana. Nessuna intelligenza artificiale potrà sostituire uno sguardo che comprende, una conversazione sincera, un sorriso o la sensazione di sentirsi ascoltati davvero. In un mondo che corre veloce, in cui tutto è immediato, frammentato e consumato con uno scroll, il compito dei genitori diventa quello di difendere piccoli spazi autentici di relazione. Non serve forse inseguire i figli sulla strada della tecnologia, ma continuare a esserci, con pazienza e continuità. Perché, anche quando sembrano lontani, distratti o irraggiungibili, gli adolescenti hanno ancora bisogno di sentirsi accolti da una voce vera e non da un (freddo) algoritmo.
ph M. Renzi



