Il Ratto delle Sabine, alle radici della convivenza

1/06/2026 | Notizie in evidenza, Off SET

di Lucia Ricciardi – Può l’eleganza della danza raccontare l’enfasi dello scontro?
Lo spettacolo “Il ratto delle Sabine”, in prima nazionale al teatro Vespasiano di Rieti, ha dimostrato che sì, può farlo, e con una forza espressiva capace di coniugare bellezza formale e tensione drammatica.
Il nucleo centrale della rappresentazione ha messo in scena infatti l’ostilità e la lotta delle donne sabine contro il popolo romano che vuole soggiogarle. È il momento più drammatico dello spettacolo, il suo acme emotivo, in cui la danza riesce a tradurre il conflitto in immagini di grande impatto visivo, evocando quella leggendaria vicenda che la tradizione ci ha consegnato attraverso i racconti di Livio e Plutarco.
In alcune pose e composizioni sceniche sembra persino di cogliere citazioni della grande arte classica, riproposte con la stessa intensità drammatica che anima il celebre dipinto di Pietro da Cortona o il gruppo scultoreo del Giambologna.

Ma lo spettacolo si distingue per suggestione e qualità artistica fin dalle prime scene e non solo per la tensione drammatica raccontata.
Evocativa l’apparizione iniziale di Rea Silvia, madre dei gemelli destinati a fondare Roma, in una rappresentazione dalla forte potenza simbolica.
Altrettanto efficace è la scelta di richiamare le terre romane e sabina attraverso la musicalità dell’acqua di un fiume, il  Tevere ma anche il Velino, con sonorità fluviali che intervallano le partiture musicali, quasi fossero antichi testimoni di eventi che si perdono tra storia e leggenda.

Un elemento, nella scenografia sobria ma efficacissima, cattura in modo particolare l’attenzione e sembra offrire una possibile chiave di lettura dell’intero spettacolo: è il grande “groviglio” che incombe sulla scena, e verso il quale i personaggi rivolgono spesso lo sguardo quasi con atteggiamento di riverenza.
Elemento scenico potente, presenza forte e allusiva, questo intreccio sospeso di rami e luci simula forse un oracolo sacro che ispira e guida, e come una divinità arcaica suggerisce le intenzioni del popolo sabino e romano verso la cooperazione.
In questa prospettiva, il mito del ratto delle Sabine non viene letto tanto come un atto di violenza e appropriazione, piuttosto la scenografia invita a riflettere sul processo successivo: la nascita di un popolo nuovo, scaturito dall’incontro forzato ma inevitabilmente trasformativo tra due comunità, illuminate dal principio dell’integrazione e della pace.

Nell’ultima parte infine lo spettacolo cambia registro e il tempo del mito sembra cedere il passo al presente: non più le fiere donne sabine da una parte e i rozzi Romani dall’altra, ma l’armonia di un gruppo che danza all’unisono.
Il messaggio dunque si fa chiaro e universale: al di là delle ostilità, esiste la possibilità di costruire legami, cooperazione, appartenenza. Ovunque.
Ed è forse in questa lettura che lo spettacolo trova il suo significato più attuale e compie pienamente il senso peraltro evocato già nella locandina, dove invece della violenza e del caos tipici delle rappresentazioni del ratto, propone una composizione molto armonica, scultorea e corale: la tensione viene sublimata in una sorta di organismo collettivo, che tende verso l’alto, e in cui ogni corpo sembra esistere non come individualità ma in equilibrio e in virtù degli altri.

Una rilettura che suona come un invito: l’ordine nuovo nasce non dalla supremazia ma dall’incontro, dall’intreccio e dall’integrazione dell’altro.

A dare ulteriore profondità a questa produzione è stata Susanna Salvi, étoile del Teatro dell’Opera di Roma e artista reatina di fama internazionale. La sua interpretazione ha creato un ponte ideale tra il racconto delle origini e il territorio sabino: un dettaglio tutt’altro che secondario in uno spettacolo che ha saputo, dall’inizio alla fine, parlare al presente attraverso il passato.

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Format Rieti Maggio-Giugno 2026

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