di Stefania Santoprete – “Intanto tanti auguri. Perché arrivare alla vostra età non è da tutti.”
La domanda è semplice, quasi inevitabile. La risposta lo è ancora di più: “La vita è stata comoda, se è giusta. Perché abbiamo avuto tutto.”
Davanti ci sono due fratelli. Due vite che, sommate, fanno due secoli. Filippo, il maggiore, e Sandro. Due modi diversi di attraversare il tempo: uno che è rimasto, sempre, nella stessa casa; l’altro che, a un certo punto, ha scelto di andare via. E questa differenza, ancora oggi, torna nei racconti, nelle battute, nei ricordi condivisi.
Filippo parte da lontano. Da un terrazzo, da un triciclo, da un’infanzia che sembra vicinissima e invece è già storia. “Giocavamo qui, eravamo piccoletti.” Poi il tempo accelera, cambia passo, e con lui cambia la città. Il ponte, innanzitutto. “Casa nostra arrivava quasi fino al giardino… l’ingresso del ponte stava proprio lì.” Indica uno spazio che oggi non esiste più com’era. È uno dei tanti punti in cui la memoria si sovrappone al presente, lo corregge, lo riscrive.
Sotto casa c’era il dazio, il negozio di biciclette Balloni, e ancora prima il deposito delle pelli del nonno, lavorate insieme a Fusacchia. Un mondo fatto di mestieri, di odori, di gesti quotidiani. Poco distante, nella parte poi demolita, c’era anche il vecchio Albergo del Leone. Ma non è l’albergo a segnare il ricordo più netto: sono quelle sedici stanze abbattute. Era stato deciso che dal Palazzo del Comune doveva vedersi nitidamente Porta Romana “Io sono nato lì”, dice Filippo, indicando un punto che oggi è altrove. La casa spostata, la vita che si riassesta, la città che cambia senza chiedere permesso.
Sandro sorride, ascolta, interviene. I suoi ricordi hanno un’altra consistenza: più fisici, più legati ai luoghi vissuti con il corpo prima ancora che con la memoria. “Io scendevo con le mutandine da bagno…” racconta. La “spiaggetta”, la curva, il trampolino improvvisato. Gli anni Trenta scorrono così, tra tuffi e partite a pallone nei vicoli.
E poi il fiume. Il fiume era tutto. Si pescavano i gamberi con le mani, infilando le dita tra le pietre. Si lavavano i panni, si stendevano, si viveva. Le donne da una parte e dall’altra del ponte, i ragazzi nell’acqua, gli uomini a pescare. Persino le trote si prendevano con astuzia, senza ami: il sapone le avvicinava alle lavandaie e loro le prendevano a randellate. Un mondo intero che ruotava intorno a quell’acqua.
La guerra interrompe tutto. “Ce ne siamo andati a Maglianello Alto.” Sfollati, soli con i genitori, per un periodo ospiti di un parroco. Un casale, condizioni difficili. “C’erano le pulci”, dicono ridendo, ma senza alleggerire davvero il ricordo.
Quando tornano, la città è ferita. Il ponte è saltato. La casa è cambiata. Dentro è tutto distrutto, un unico grande ambiente. Fuori, invece, le pareti sono rimaste. “Papà lasciava sempre le finestre aperte”, spiegano. È bastato quello a salvare la struttura. Un dettaglio, e insieme una lezione di sopravvivenza.
La ricostruzione, però, non convince. Non tutta. “Qui a Rieti si è stati capaci di distruggere il bello”, dice Filippo, senza esitazione. Porta Cintia, i palazzi tirati su senza rispetto per ciò che c’era prima. Non è nostalgia sterile: è memoria critica, anche se per far emergere certi ricordi bisogna incalzarli, quasi strapparli a un presente che ancora li prende.
La vita è andata avanti: lavoro, famiglia, cambiamenti. Sandro è rimasto sempre lì, con Zena, nella casa di sempre, e lo rimarca spesso, tra orgoglio e un confronto continuo con l’ex ufficiale Filippo, che invece ebbe il coraggio di andarsene, dopo aver conosciuto la sua Giuliana ad uno dei balli che un tempo si svolgevano al Teatro Flavio Vespasiano (quando la platea veniva liberata dalle sedie), per poi girare la provincia e l’Abruzzo come segretario comunale. Sandro resta legato alla città, direttore dell’Azienda del Turismo Rieti e Terminillo, lavorando a stretto contatto con figure come Loris Scopigno. Sono anni di fermento. Mostre, eventi, partecipazione. Il carnevale, la Parata di Primavera e la Festa del Sole che proprio in questo terrazzo dove ci troviamo ebbe il proprio quartier generale: con i gazebi a coprire le delegazioni straniere, i presentatori e la giuria.
“Ci piacerebbe che ci fosse più interesse per le tradizioni.” Lo dicono con semplicità. Senza retorica.
È un’altra Rieti, quella che raccontano. Più partecipata, più viva. “Prima c’era più iniziativa”, sottolinea Sandro. Un’iniziativa che nasceva anche dal basso, dalla voglia di fare, di inventare. Oggi, dicono, qualcosa si è perso. “Non sono iniziative produttive di turismo”, osservano con lucidità.
Eppure non c’è amarezza definitiva. Piuttosto una domanda che resta lì, sospesa, tra una risposta e l’altra. Che cosa è rimasto davvero di tutto questo? E che cosa si potrebbe ancora recuperare?
Intorno scorrono altri ricordi: le processioni, la fiera del bestiame, le tradizioni del borgo, i bombardamenti evitati per caso, le case ricostruite, le famiglie allargate che condividevano gli spazi. E ancora il presente: gli smartphone imparati con pazienza, i nipoti, la tecnologia che avanza senza spaventarli troppo.
E poi le passioni. Le opere. Il Nabucco. Lo sport, il nuoto, il calcio. La vita, in fondo, è stata “felice”. Lo ripetono più volte, quasi a volerlo fissare.
Due fratelli. Duecento anni in due. E una città che vive nei loro ricordi, fatta di dettagli, nomi, luoghi che rischierebbero di scomparire se nessuno si fermasse ad ascoltare.
Format mar-apr 2026



