di Andrea Carotti – “Virtus in periculis firmior” ovvero “Il valore si rafforza nel pericolo”. Il motto latino del Reggimento Corazzieri si staglia perentorio sullo sfondo nella densa sequenza centrale de “La Grazia”, ultima fatica di Paolo Sorrentino presentata come film d’apertura all’82° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Al centro della sequenza i due grandi protagonisti: Mariano De Santis (Toni Servillo), Presidente della Repubblica italiana a poche settimane dalla scadenza del settennato e la sua adorata figlia Dorotea (Anna Ferzetti).
Il loro legame è tenero ma rivestito di rigida formalità, dopo una vita passata all’insegna del diritto dove ogni cosa, secondo Mariano, va osservata dalla giusta distanza. Decide però di confessare alla figlia che quaranta anni prima è stato tradito dalla moglie Aurora, ormai scomparsa, e che lui quel trauma non l’ha mai superato, il tempo non ha lenito la ferita e l’ossessione di scoprire l’identità dell’amante continua ad essere come un tarlo che corrode la sua mente. Inoltre, altri dilemmi lo costringono a riflettere per tutto l’arco narrativo ovvero decidere se firmare o non firmare la legge sull’eutanasia (“Se non firmo sono un torturatore, se firmo sono un assassino”) e concedere o meno la grazia a due ergastolani finiti in carcere per aver ucciso i coniugi.
Una discesa nel chiaroscuro (De Santis non è mai completamente illuminato) e nei meandri dei cavilli legali, giudiziari e privati. Cosa è giusto e cosa non lo è? Cosa è morale e immorale? E poi la solitudine, gli anni che passano, la vecchiaia che incombe, la ricerca della leggerezza. E quindi… “Di chi sono i nostri giorni?” Questione privata e questione pubblica si intrecciano e innervano questa storia dai forti echi eastwoodiani. Pervade i corridoi dalla rinnovata estetica barocca del Quirinale percorsi avanti e indietro dal giurista attanagliato dal dubbio Mariano De Santis il cui nome suggerirebbe una vocazione cristiana a dare la vita e salvare anche se in realtà la sua decisione consiste nel decretare una “buona morte” (eutanasia), e il cognome rimanda alla santità e come un santo svetta dai torrioni del suo palazzo circondato da una suggestiva nuvola di fumo di sigaretta, offerta in assoluta segretezza dal suo angelo custode, il col. Labaro (Orlando Cinque).
Se ne “Il Divo” Sorrentino faceva i conti con il cinismo di Giulio Andreotti e nel dittico “Loro” con il narcisismo berlusconiano, ne “La Grazia” osserviamo un Presidente italiano in evidente crisi e decadenza, personaggio “Frankenstein” frutto di tanti presidenti assemblati che danno vita a un uomo rigoroso e politico serio vissuto nel segno della moderazione, proveniente dalla vecchia scuola democristiana (la figlia Dorotea come la corrente centrista della DC). I nomi sono rivelatori in questo film ma come accade spesso con il regista napoletano bisogna fare i conti con l’utilizzo delle sineddochi, ossia le parti del tutto. Mariano viene soprannominato Cemento Armato (che non può con amara ironia non riportare alla mente il finale de “Le conseguenze dell’amore”), inamovibile nelle sue certezze, saldamente ancorato alla terra, inscalfibile, prevedibile nella noiosa routine e per questo bersaglio del pungente sarcasmo della sua amica Coco Valori (Milvia Marigliano) la quale sembra custodire un segreto importante. Sembra di osservare un personaggio in trappola, prigioniero di dilemmi morali e sentimentali, ma anche di luoghi che somigliano a prigioni o lo sono a tutti gli effetti. Le traiettorie che disegna quando passeggia sono ridondanti, piatte come la linea perfettamente retta che si stagliava all’orizzonte vicino la sua casa natale, avvolta dalla nebbia, con una figura femminile che aleggiava a mezz’aria. Mariano è un personaggio crepuscolare, senza Aurora. E poi arriva il momento in cui si trova in una sala vuota davanti a uno schermo: sta osservando in diretta un astronauta malinconico a cui scappa una lacrima.
La lacrima fluttua fino a incontrare il dito incuriosito di Mariano che forse per un momento si abbandona all’assenza di gravità e si fa più leggero raccogliendo il senso dell’universo che racchiude quell’immagine proveniente dallo spazio. L’immagine come epifania e connessione con altre dimensioni. Sorrentino filma ancora una volta un’opera che si interroga e ci interroga sulla relazione tra noi e il mondo, senza necessariamente fornire una risposta perché in fondo la verità è una scalata verso l’impossibile.



