Di Maurizio Festuccia – Prosegue il nostro viaggio tra le eccellenze del territorio: questa volta raccontiamo la storia di Francesco Rinaldi, che si è distinto nel suo campo con passione e determinazione.
Francesco, raccontaci le tue origini artistiche.
“Io sono cresciuto in una famiglia dove si suonava. Mio padre suonava, mio zio suonava. Lo zio più conosciuto era Guido Rinaldi de “I Buontemponi”. Vivevamo insieme. Io strimpellavo la chitarra, quindi ho sempre sentito l’esigenza di fare qualcosa di mio. Poi però arriva il lavoro, la famiglia, devi andare in fabbrica. E quella cosa dentro ribolliva. Più andavo avanti più mi sentivo frustrato, vivevo una vita che non mi gratificava e diventavo sempre più depresso. Finché ho detto: devo fare qualcosa. Chiesi tre mesi di aspettativa e me ne andai a Londra. Volevo vedere come se la sarebbe cavata un provinciale frustrato in una delle più grandi metropoli del mondo.”
Ma tu avevi già fatto qualcosa nella musica, prima di Londra.
“Sì, negli anni ’70 volevo fare il cantautore. Partecipai a una specie di Cantagiro per voci nuove con Corrado. Arrivai secondo, Dora Moroni prima. Incidemmo all’Ariston il mio primo disco, Gedeone – Introspezione. Con quest’ultima andai anche a Disco Ring. Poi però tornavo in fabbrica. Era stata solo una parentesi. Passarono sette anni e non scrissi più nulla. E allora decisi di andare a Londra”
E cosa cambiò?
“Tutto! In tre mesi scrissi otto canzoni. Non scrivevo più da anni. Andai ai concerti di Elton John, Peter Gabriel, i Genesis. Furono tre mesi spettacolari. Lì capii che me ne dovevo andare dalla fabbrica. Dentro di me c’erano due voci: una diceva “vai”, l’altra mi tratteneva. Ci misi tre mesi solo per firmare le dimissioni. È stata la prima frattura vera tra il quotidiano e quello che sentivo di dover esprimere.”
A cosa è servita quella frattura?
“Ho iniziato a fare il cantautore davvero. Feste dell’Unità, il furgone, le piazze, la strada. Poi, dopo due anni, è arrivato lo Zecchino d’Oro. Io non sono uno che chiede, però insistetti per due anni con Antonio Coggio e Roberto Davini. Finalmente mi diedero un appuntamento. Portai alcune canzoni. Me ne bocciarono tante ma erano tutte destinate al pop, poi ne tirai fuori due indirizzate al mondo dei bambini. Una di quelle (che nacque come sigla di uno spettacolino con i bambini con cui lavoravo) piacque, era “Riprendiamoci la fantasia”. Ci vollero puntare all’Antoniano e vinse, era il 1985. Da lì partì tutto.”
Poi arrivò il teatro. Entra prima o dopo nella tua vita?
“Prima, verso la fine degli anni ’70. Il Teatro di Roma organizzò a Rieti un corso triennale. Lo feci. Da lì nacque la passione. Iniziai con teatro impegnato, politico. Poi, Con Roberto Lorenzetti misi in scena Il Cristo dell’Amiata e della Sabina, di Davide Lazzaretti. Facevo anche la regia. Oggi, dopo quarant’anni, abbiamo ripreso quello spettacolo in una versione nuova scritta da me.”
Gli anni d’oro allo Zecchino cambiano tutto?
“Moltissimo. Prima per scrivere una canzone impiegavo un anno, dopo ne scrivevo una dietro l’altra. “Cane e Gatto” vince nell’88. “Corri Topolino” nell’89. “Un Papero Nero” vince lo Zecchino d’Argento nel ’90. In quell’edizione c’erano Ruggeri, Concato, Lavezzi, Pino Daniele, Dalla. Poi Lucio ritirò la sua canzone e chiamarono me all’ultimo momento.”
Hai anche adattato testi stranieri.
“Sì, più che tradurre, mettevo un testo italiano su una canzone straniera. Mi dicevano: può anche cambiare tutto, basta che il senso sia coerente. Io però ho sempre rispettato il significato originale.”
La rottura con quel mondo… qualcosa si incrina.
“La RAI mi chiamava spesso per scrivere sigle per trasmissioni per bambini. Ne ho fatte una decina. Ero diventato un punto di riferimento. Ma c’era qualcuno che aspirava a fare il compositore e si sentiva in concorrenza con me. A un certo punto mi sono ritrovato con le porte chiuse… ovunque. Tutto bloccato.”
Ti ha fatto male?
“Sì. Perché non era una questione artistica, ma di dinamiche interne. Mi demoralizzai anche nella scrittura di brani per bambini: ne mandai delle altre all’Antoniano di Bologna, ma senza convinzione.”
Negli anni ’90 cosa nasce dentro Francesco?
“Ho lavorato molto nelle scuole. I ragazzi facevano ricerche sulla storia del paese, io trasformavo quei materiali in canzoni. Facevamo il saggio finale con le canzoni nate in classe. Poi ho lavorato in un progetto di deospedalizzazione psichiatrica. Portavamo persone che uscivano dal manicomio nelle scuole. Facevamo “grammatica della fantasia”: come si scrive una fiaba, una filastrocca. All’inizio i genitori avevano paura, ma il direttore fu irremovibile, ed ebbe ragione lui: fu un successo. Era un progetto serio, sostenuto dall’ENAIP.”
Il tuo impegno politico ha inciso sulla tua vita?
“Nasce in fabbrica, ero una sorta di sindacalista interno quando facevo parte dell’esecutivo del consiglio di fabbrica alla Texas. Lì ho maturato coscienza politica e sociale. Ma c’era anche rabbia: io volevo fare altro, sentivo di avere qualcosa dentro ed il ruolo di operaio mi stava sempre più stretto.
La mia visione è sempre stata di sinistra, ma più che l’etichetta mi muove la giustizia sociale. Il mio potenziale non deve servire a esibire me stesso, ma a essere utile.”
Anche le canzoni per bambini hanno questo colore?
“Certo. Cane e Gatto parla di culture diverse che possono incontrarsi. Corri Topolino nasce dopo il massacro di Sabra e Shatila: mi chiesero una canzone sui bambini sotto le bombe. Come parli di guerra ai bambini? Con una metafora. Il gatto che aspetta il topolino come le bombe che aspettano i bambini quando escono dal rifugio.
Con i bambini capii che puoi dire cose enormi, ma devi trovare la chiave giusta.”
Oggi, di tutto questo, che cosa resta?
“Resta quella voce che mi diceva: devi tirare fuori quello che hai dentro. E ogni volta che l’ho ascoltata, anche pagando un prezzo, è nato qualcosa di vero.”
Guardando al tuo percorso, si ha l’impressione che tu abbia sempre agito in coerenza con una coscienza politica molto marcata.
“Sì, tutto quello che ho fatto è sempre stato coerente con quella coscienza. Le canzoni, il teatro, le parole, perfino quelle più scomode: sono state tutte imprese di quel “colore”. Non è una cosa nata a un certo punto, probabilmente era già dentro di me ed è stata alimentata nel tempo.”
Qual è stata la spinta interiore che ha guidato il tuo percorso?
“La giustizia sociale e la possibilità di essere utile. Il mio potenziale non deve servire a nutrire il narcisismo o a ostentare capacità personali, ma ad essere messo a disposizione degli altri.”
Oggi il tuo lavoro si è concentrato molto sulla ricerca storica e teatrale. Come nasce ‘Il Circolo dei Rapari’?
“Nasce quasi in contrapposizione a una certa idea di teatro dialettale tradizionale, talvolta associato a una dimensione più leggera o folkloristica. Io sentivo il bisogno di raccontare la vita vera, quella vissuta, evitando stereotipi. Non personaggi-tipo, ma persone. Ricostruisco il contesto storico reale, ma faccio parlare figure comuni, anche di fantasia, che quella storia l’hanno attraversata. È un modo per restituire autenticità, perché spesso i protagonisti ufficiali della storia non parlavano nemmeno il dialetto.”
Qual è la missione di questo lavoro?
“Restituire alla comunità un patrimonio storico enorme che spesso resta appannaggio di pochi studiosi. Voglio raccontarlo in una forma ludica, accessibile, divertente. Dalla storia delle fabbriche agli scioperi, dalle lotte operaie alle trasformazioni urbane: tutto è successo qui, ma molti non lo sanno.”
Un lavoro di scavo, quindi.
“Di esumazione e restituzione. Per il Novecento, ad esempio, ho potuto raccogliere anche testimonianze dirette; per l’Ottocento e periodi precedenti ho lavorato su una vasta documentazione storica. Ho la fortuna di avere più di 1000 libri su Rieti in casa.”
Perché il nome ‘Circolo dei Rapari”?
“Perché volevo dare centralità a chi conta poco agli occhi della storia ufficiale. Sono loro che ce la raccontano da una prospettiva diversa: quelli che non l’hanno fatta, ma l’hanno subita.”
Hai sempre seguito tutto in prima persona.
“Troppo, forse. Scrivevo, dirigevo, organizzavo. Ora ho deciso di delegare, anche la regia. Gestire una commedia significa coordinare settanta persone: attori, musicisti, ballerini. Serve una struttura. Preferisco limitarmi nella scrittura e non interessarmi ad altro.”
C’è però un rischio nel delegare.
“Sì, c’è il rischio di ridurre i personaggi a macchiette. Io questo non lo accetto. I miei personaggi hanno un nome, una storia, un ruolo. Anche se inventati, restano autentici. Se diventano gag fini a se stesse, la commedia perde il senso.”
Il tuo teatro più che far ridere, deve fare riflettere.
“Esatto. Non punto sulla battuta facile. Punto sullo spiazzamento, su situazioni che sorprendono lo spettatore. Il pubblico sa che da me non viene solo per ridere “di pancia”, ma per portarsi a casa delle idee.”
Tutto questo rientra nel progetto di Orizzonti Sabini?
“Sì. È un’associazione che ho fondato nel 2005 per valorizzare il territorio dal punto di vista storico, culturale, paesaggistico e antropologico. Facciamo teatro, visite guidate, mostre, presentazioni di libri, spettacoli itineranti con canti e flash teatrali.”
C’è qualcosa che non hai ancora realizzato? Un progetto che ti ronza in testa da anni?
“Sì, c’è. E non è una cosa che ho già fatto in altre forme. È un’idea che mi accompagna da tempo. Mi piacerebbe creare un personaggio nuovo. Non io in prima persona, ma un personaggio vero, riconoscibile, che possa dare dignità alla canzone per l’infanzia.”
In che senso “dignità”?
“Perché la canzone per bambini spesso viene vista solo come intrattenimento. Un modo per attirare l’attenzione, per riempire uno spazio. Ma non si guarda al contenuto, a quello che si sta dicendo davvero. Io invece credo che la canzone possa insegnare. Può essere uno strumento formativo potentissimo. Oggi tutto è velocissimo, l’attenzione dura pochissimo. La canzone arriva subito, entra in testa, si ripete.”
E quindi questo personaggio cosa farebbe?
“Canterebbe canzoni mie con uno scopo chiaro: educativo, formativo. Non moralista, ma consapevole. Uno che si muove, che vive, che comunica. Non il classico cantastorie generico.
Sto pensando anche a un giovane interprete, una voce nuova, qualcuno che abbia la sensibilità giusta. Non basta sposare la causa: devi saper trasmettere quello che canti.”
Sei soddisfatto della vita che hai costruito fino a oggi?
“Sì. Sono contento, perché faccio cose che sento utili. Che vengono capite, recepite. Questo mi fa sentire una persona utile. Ed è gratificante.”
E c’è un ritorno in tutto questo?
“Sì, c’è assolutamente, perché quando quello che fai serve a qualcuno, ti torna indietro.”
Hai altri progetti in testa?
“Sto pensando ad una cosa molto semplice: io con la chitarra, da solo, a raccontare i grandi personaggi della storia di Rieti. Ho già il materiale. Sarebbero recital dedicati, uno alla volta.”
Chi, ad esempio?
“Nazareno Strampelli ed il suo percorso di ricerca e sperimentazione nel settore del grano, un uomo che ha portato Rieti nel mondo. Poi… San Francesco, naturalmente. Ed anche Lucio Battisti.”
Lucio Battisti… per te non è un nome qualsiasi.
“Assolutamente no. Io sono suo cugino. Come lui, anch’io ho origini ‘poiane’. Ho aneddoti vissuti, ricordi, le sue fragilità da ragazzo, le frustrazioni, il percorso che l’ha portato a diventare quello che è diventato. Mi piacerebbe raccontarlo con le sue canzoni, ma anche con la sua umanità.”
È un modo per valorizzare il territorio?
“Più che valorizzare, puntare un faro, illuminare realtà indiscusse ed indiscutibili che restano, immeritatamente, nel buio e nell’indifferenza generale. Dare a Cesare quel che è di Cesare, insomma. Perché nelle piccole città c’è spesso invidia, poca riconoscenza, non sempre si è capaci di sostenere i propri talenti. E questo a volte limita le persone, le frena.
Abbiamo avuto risorse enormi: lo zuccherificio, il grano, la Valle Santa, le correnti ascensionali: il nostro è un territorio straordinario. Ma non sempre ce ne rendiamo conto, magari abbiamo la memoria corta”
Francesco, se non fossi diventato quello che sei oggi, cosa avresti voluto fare?
“Da bambino volevo fare o il Papa o il cantante.”
Al cantante ci sei arrivato, al Papa?
“In verità, ho fatto il chierichetto. Sono stato in seminario, in convento, in collegio dalle suore. La strada era tracciata… poi il comunismo mi ha portato fuori dalla Chiesa. (Ride). In altri ruoli, non mi vedrei: sono sempre stato attratto dallo spettacolo. Comunicazione, palco, racconto. Quello sì, è sempre stato il mio mondo.”
Un sogno nel cassetto, oggi?
“Non lo so. Forse no. O forse continuo semplicemente a fare quello che ho sempre fatto.”
Rivisitando la tua vita, hai dei rimpianti?
“Forse sì: avrei potuto fare di più. Mi dissero che avrei dovuto frequentare certi ambienti, come quelli della RAI, ma significava viaggiare continuamente, spendere molto, vivere lontano. Non ho avuto la forza di farlo. E poi non sono mai riuscito a trovare un impresario: oggi so che è fondamentale nel mio settore.”



