di Lucia Ricciardi – L’incontro del 13 febbraio con Alessandro D’Avenia al Teatro Vespasiano si è rivelato un’esperienza intensa, trasformativa, capace di risvegliare le coscienze attraverso il potere della parola antica.
Difficilmente mi toglierò dalla mente l’immagine di quel proscenio, il logeion, propriamente ‘luogo della parola’, dove la figura di Alessandro D’Avenia, stagliata come una fiamma contro la notte, ha dato vita a “Resisti, cuore”.
Il fondale, scuro e silenzioso, si è trasformato in un vuoto fertile, e così per novanta minuti le sue parole, invece di essere inghiottite dal buio, hanno volteggiato su quello sfondo limpide e fluide.
Più che un monologo, ho vissuto l’evento come un “rito iniziatico”: un’esperienza da cui si esce trasformati, rinunciando al semplice “ascolto” per lasciarsi letteralmente attraversare dal racconto.
Le parole sono fluite come onde antiche, partendo dal primo verso dell’Odissea per condurci, quasi senza accorgercene, fino all’approdo finale.
Non è stata una semplice narrazione, ma una dettatura interiore sul senso del vivere, del destino e delle scelte eroiche e coraggiose necessarie per non farsi passivamente “vivere dalla vita”.
Mentre D’Avenia parlava, ho avuto netta la sensazione di essere salita a bordo della sua nave: le riflessioni gonfiavano le vele, permettendoci di attraversare l’oceano aperto, toccando temi esistenziali, paure ancestrali e i desideri più nascosti dell’uomo.
L’Odissea si è rivelata, così, in tutta la sua potenza: attuale nei contenuti, ma radicalmente controcorrente nelle risposte.
Domande scomode e provocatorie più volte sono risuonate verso la platea, onde concentriche di pensiero che hanno generato in me esplorazione e nuove domande sempre più ampie.
Per quale “pezzetto di mondo” siamo disposti a morire, passando da una morte in vita ad una vita in presenza della morte?
Qual è il nostro, il mio vero nostos, la destinazione verso cui il nostro cuore desidera davvero tornare?
In quell’uomo solo sul palco ho riconosciuto una grandezza culturale che non era ostentazione, ma dono: la voce si è fatta ponte e il pensiero carezza, vibrando di un amore ostinato per la vita in ogni sua declinazione.
Ci ha ricordato, con la sua lezione, che nessun sapere è autentico se non diventa illuminante, che la Parola antica non appartiene ai libri polverosi, ma al respiro di chi la pronuncia e al cuore di chi, ascoltandola, la trasforma in frutto.
Come un moderno cantore capace di ammaliare senza ingannare, ci ha convinti infine che “farcela” è possibile: si può resistere, si può scegliere. Si può tornare a casa dentro se stessi se si lascia da parte l’illusione di voler diventare ciò che si vuole, e avere il coraggio di diventare ciò che si è.
Nota a latere: Nell’anno che vede Rieti protagonista insieme a L’Aquila come Capitale della Cultura, il palco del Teatro Vespasiano non avrebbe potuto ospitare un interprete più giusto e ispirato.
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