di Stefania Santoprete – Siamo in guerra. Una guerra per cui chiamiamo le mamme a imbracciare le armi. Seguite dai padri. Non siete disperate nel vedere morire le nostre figlie, le nostre sorelle? Non siete stanche e avvilite nel leggere lo strazio di vite massacrate in nome di un amore malato che toglie progettualità, visione e futuro, per mano di un egocentrico, narcisista? Che lascia orfani tanti bambini segnati per un’intera esistenza da tragedie che hanno tolto loro entrambi i genitori, per morte o detenzione? Il corollario di queste famiglie non resta mai incolume: nonni segnati dalla macchia del peccato, parenti colpiti dal lutto senza possibilità di restituire un minimo di quotidianità alle piccole vittime secondarie di ogni femminicidio. E’ una sfilza senza fine quella che scorre sotto ai nostri occhi: ci sorridono dalle foto tratte dai loro profili social, si raccontano attraverso le parole di ieri, qualcuna lancia un monito tra le righe, un timore, la voglia di libertà e riscatto, poi… più nulla.
E allora dove sono tutte quelle del “E’ 8 marzo ogni giorno”? quelle che guardano con aria di sufficienza la Giornata Internazionale della Donna, quelle convinte che non ci sia più nulla per cui combattere? Dovremmo scendere in strada ogni giorno perché qui rischiamo di perdere tutto ciò che faticosamente è stato conquistato: il diritto alla autodeterminazione, quello di scegliere liberamente il proprio percorso nella vita, sia nel lavoro che nella vita personale.
Libere di lasciare un uomo senza subirne le punizioni conseguenti, di dire no senza doverci giustificare, di vestirci come vogliamo senza essere giudicate o colpevolizzate, di uscire la sera senza paura che qualcuno attenti alla nostra incolumità, di camminare per strada senza stringere le chiavi tra le dita, di lavorare e fare carriera senza dover dimostrare il doppio, di vivere una relazione senza controllo, gelosia ossessiva o isolamento. Libere di scegliere. Punto.
E allora, mamme, papà, genitori, dire “No” non è solo un capriccio. È un atto di amore coraggioso. Dire no significa educare i propri figli a non accettare compromessi sulle proprie vite, a non rinunciare a ciò che è giusto, a non sottovalutare mai ciò che conta. Non è facile: richiede energie, spiegazioni, pazienza. Quante volte avremmo voluto dire semplicemente: “Ho detto no, e basta!”? Eppure quel no faticoso costruisce personalità più forti, più autonome, più libere: alle nostre figlie insegna a proteggersi e a difendere i propri diritti; ai nostri figli maschi insegna a rispettare, a non imporsi con violenza, prepotenza o controllo, a crescere uomini responsabili e consapevoli. Oggi noi genitori ci sentiamo perennemente colpevoli: colpevoli per la nostra assenza, per non seguire un modello tradizionale, per non poter sempre accontentarli. Così cerchiamo di placare subito ogni richiesta, soffocando il senso di colpa con l’immediato soddisfacimento dei loro desideri.
Occorre insegnare anche a rispettare la cadenza del tempo: c’è il tempo del desiderio, il tempo dell’attesa, il tempo della soddisfazione. Volere tutto e subito, non accettare la rinuncia, sono atteggiamenti oggi legati a piccole cose, oggetti, ma domani possono riguardare l’oggetto più importante del desiderio: un’altra persona, una donna.
Imparare la pazienza, il rispetto dei tempi e dei confini altrui è un atto di civiltà e di protezione, prima ancora che di educazione. Ogni no oggi è una protezione per le donne di domani.
Ogni scelta educativa consapevole è un mattone che impedisce che le nostre figlie diventino vittime, che i nostri figli diventino carnefici.
E mentre contiamo le morti, qualcosa si muove sotto traccia. Non sempre è violenza esplicita. È una regressione silenziosa. È il ritorno di frasi che pensavamo superate. È la normalizzazione della gelosia come prova d’amore. È l’idea che l’autonomia femminile sia un eccesso, che l’indipendenza sia una minaccia. Nelle pieghe del web crescono sottoculture come quella degli incel o ambienti della cosiddetta “manosphere”, dove il rifiuto diventa umiliazione, l’autonomia femminile una minaccia, e il risentimento si trasforma in ideologia. Non sono fenomeni folkloristici: sono spazi che alimentano una narrazione pericolosa del rapporto tra uomini e donne (ringrazio i miei figli per avermeli segnalati). Non è nostalgia. È terreno fertile.
Se non interveniamo ora, nelle nostre case, nelle scuole, nei discorsi quotidiani, continueremo a indignarci dopo. Continueremo a scrivere nomi.
Siamo in guerra. Una guerra silenziosa, quotidiana, che parte dalla nostra famiglia e arriva alle strade, alle scuole, ai posti di lavoro. E se non la combattiamo qui, chi la combatterà fuori?



