di Massimo Palozzi – L’interrogazione presentata giovedì dal consigliere Carlo Ubertini ha acceso i riflettori su un argomento di enorme rilevanza, benché finora passato sorprendentemente sotto silenzio.
Un paio di settimane fa è stato definito un accordo di programma tra Regione Lazio, enti di governo d’ambito di Rieti (Ato 3) e Viterbo (Ato 1) e i due gestori idrici Acqua Pubblica Sabina e Talete per una proposta unitaria da presentare al Piano nazionale degli interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico (Pniissi) nel quale il dossier Peschiera-Sabina-Tuscia è già stato inserito.
L’intesa prevede la realizzazione di un’opera definita strategica per interconnettere gli schemi idrici della Bassa Sabina con quelli della Tuscia, mettendo in rete il sistema acquedottistico del Peschiera-Le Capore con queste aree. In pratica, si tratta di creare un collegamento con l’acquedotto del Peschiera, all’altezza di Salisano, allo scopo di indirizzare un importante flusso d’acqua verso il viterbese alle prese da tempo con alti livelli di arsenico e altre sostanze inquinanti.
Come rileva Ubertini nel suo atto ispettivo, la realizzazione del progetto implicherebbe 120 chilometri di tubazioni dalla Sabina alla Tuscia, dal costo di circa 313 milioni di euro. A regime il prelievo si attesterebbe sul metro cubo al secondo e andrebbe a sommarsi ai circa 9 metri cubi già prelevati da Acea per le esigenze del territorio romano. Secondo i dati forniti dal consigliere, i valori medi di portata del Peschiera si aggirano intorno a 17/18 metri cubi al secondo, con cali a 14/15 nei periodi di magra e con tendenza a decrescere a causa del cambiamento climatico.
L’interrogazione mira pertanto a conoscere la fondatezza della notizia, l’eventuale stato di avanzamento del progetto e i risvolti che avrebbe per Rieti.
A stare alle parole del presidente della Provincia di Viterbo, Alessandro Romoli, il piano sembrerebbe ben instradato. “Questo progetto rappresenta un investimento strutturale sul futuro del nostro territorio. L’obiettivo è offrire ai cittadini un servizio idrico più solido e stabile nel tempo, capace di rispondere alle criticità che da anni caratterizzano alcune aree della provincia. La sicurezza idrica è una priorità assoluta e richiede scelte lungimiranti”. Parole inequivocabili, raccolte dal sito Viterbonews24, che danno conto di un progetto strutturato in diverse fasi e suddiviso in cinque lotti funzionali di cui solo il primo interesserà il Reatino, mentre gli altri quattro ricadranno nella provincia viterbese. Secondo i piani, la messa in servizio della derivazione dovrebbe garantire l’erogazione iniziale di circa 200 litri al secondo. Al termine degli adeguamenti programmati sul sistema Peschiera-Le Capore, si raggiungerà la capacità complessiva massima di mille litri al secondo.
Dal canto suo, l’amministratore unico di Talete (l’equivalente viterbese della nostra Aps) ha presentato l’intervento all’assemblea dei sindaci di Ato 1 Lazio Nord-Viterbo come il più importante dei prossimi decenni per la Tuscia. Il problema al momento non sarebbero quindi gli aspetti tecnici né quelli politici, sui quali sembrano tutti d’accordo, La vera criticità è rappresentata dai costi molto elevati e, soprattutto, dalla loro copertura. La sostenibilità finanziaria dell’opera non può infatti essere garantita solo dalle erogazioni pubbliche. Sarà quindi necessaria la creazione a Viterbo di una società mista pubblico-privata con capitale a maggioranza pubblico.
Se i piani dei viterbesi sono chiari, in tutti questi giorni non una voce, a parte quella di Ubertini, si è levata dal fronte reatino. La politica, solitamente pronta a commentare qualsiasi quisquilia, non ha finora preso posizione. Tace anche Aps, ma avendo partecipato all’accordo di programma, è ragionevole pensare che abbia dato il proprio assenso all’opera.
L’aiuto ai viterbesi sarebbe sostanzioso, sia in termini di qualità della materia prima (quella purissima ricevuta dal Peschiera diluirebbe in modo determinante l’acqua ora immessa nelle tubazioni della Tuscia), sia in termini economici. È stato infatti calcolato che la dismissione dei dearsenificatori comporterebbe un risparmio del 98% sulle potabilizzazioni, che oggi rappresentano una delle voci di spesa più rilevanti a carico degli utenti.
Questa vicenda conferma come Viterbo sia diventato un partner consolidato di Rieti, nei cui confronti va anzi assumendo da tempo il ruolo di primus inter pares, in virtù di una maggiore vivacità culturale e della forza delle sue strategie di politica territoriale. Qualcuno potrebbe parlare addirittura di una colonizzazione. Un’esagerazione, certo, ma ormai non si contano gli indizi di una posizione sempre più dominante.
Nonostante la Sapienza di Roma sia il referente principale del polo universitario reatino, la Tuscia costituisce ad esempio l’altra faccia del duopolio al quale sono appese le sorti dell’insediamento accademico a Rieti.
A seguito della riforma delle Camere di commercio, quella reatina è stata annessa a quella viterbese, che esprime il presidente e ha di fatto fagocitato la Camera reatina, visto che la sede sta a Viterbo e che per l’appunto non si è trattato di una fusione ma di un accorpamento.
Un percorso analogo è stato seguito nel 1998 con la soppressione dell’Archivio notarile reatino e il trasferimento a Viterbo delle relative attribuzioni.
L’Ufficio di Sorveglianza competente per il Tribunale di Rieti si trova presso quello di Viterbo.
Un caso a parte riguarda infine il conferimento dei rifiuti raccolti a Rieti, che a caro prezzo viaggiano da Casapenta fino alla discarica di Viterbo. Per il trasporto dell’indifferenziata ogni anno Asm spende all’incirca quattro milioni di euro per le quasi 11mila tonnellate di rifiuti trattati (350 euro a tonnellata più i costi vivi e di manutenzione dei mezzi). Un bell’affare per i viterbesi, anche se essere la pattumiera del Lazio non è proprio il massimo, come ha di recente messo in evidenza lo stesso presidente della Regione Francesco Rocca.
01-02-2026



