Nel ricordo di due grandi innovatori
di S. Santoprete – Abbiamo ricordato quest’anno, nel mese di marzo, gli 80 anni di due grandi artisti e innovatori della musica italiana, Lucio Battisti e Lucio Dalla. Per il ‘nostro’ caro Lucio, un convegno a Poggio Bustone, suo paese natio, con Luciano Ceri storico della musica e giornalista, Francesco Coniglio editore, storico della musica e Giuliano Compagno scrittore. Rieti ha invece celebrato il concittadino illustre con un evento di alta qualità promosso dal Comune di Rieti in collaborazione con la Questura di Rieti e il supporto della Fondazione Varrone: 70 elementi sul palco del Teatro Flavio Vespasiano, maestri musicisti della Banda della Polizia diretta dal maestro Roberto Granata, e tre interpreti d’eccezione: Mario Lavezzi, compositore, cantautore e grande amico di Lucio Battisti, Cristina Di Pietro, cantautrice e pianista riminese (con Lavezzi ha appena pubblicato “Una storia infinita”) e la soprano Federica Balucani. Manca certamente ancora qualche evento fortemente caratterizzante in ricordo del legame di Lucio con le proprie radici. Eventi che nacquero spontaneamente subito dopo la sua improvvisa scomparsa e che nella piazza di Poggio Bustone dapprima e poi, in versione itinerante, portarono artisti da tutta Italia su un palco condiviso e alla sua musica dedicato (da chi scrive presentati), prima che una brutta vicenda giudiziaria basata sui diritti d’autore fermasse un bel carrozzone diretto dai ragazzi di allora, unitisi in un’associazione. Eppure la musica di Lucio, tutti ribadirono, è patrimonio di tutti e chiunque imbracci una chitarra prima o poi si ritroverà a suonare una sua canzone. E noi sogniamo ancora un bel flash mob universale che porti tutti il 9 settembre in questo territorio, sarebbero… ‘Innocenti evasioni’!
Non sognò invece chi oggi ha la fortuna di ricordare un concerto di piazza degli anni Settanta a Villa Reatina, protagonista un Lucio Dalla senza gli allori conquistati nel secondo tempo della sua carriera. Ci aiuta a parlarne Roberto Peron, figlio del gestore storico del bar di Villa Reatina: “Ero un bimbetto eppure guardavo con curiosità quell’ometto seduto al tavolino in ciabatte ed una camicia bianca aperta sul davanti, che mi aveva indicato papà e che tanta attenzione richiamava. All’epoca il nostro quartiere contava su un gruppo di ragazzi molto attivi organizzatori di diverse iniziative, quello che oggi i miei fratelli tentano di replicare proprio sulla base della storia e della vivacità di quegli anni”. Come ci ricorda Piera Proietti, Lucio arrivò a Rieti per una delle tante Feste dell’Unità grazie all’interesse del fratello Franco, allora non ancora deputato ma sempre nelle file del PCI: “Lo ricordo bene era vicino a casa mia e io ero sotto il palco. Era insieme a mio fratello, ma Lucio non era ancora tanto famoso come qualche anno dopo. Ricordo anche Caterina Caselli che si cambiò il vestito a casa, come si evince da questa foto in cui è ritratta in compagnia di mio padre”.
La presenza di Lucio, con l’aumentare della sua popolarità, diventò motivo di orgoglio e l’evento passò alla storia, ricordato negli anni da Marisa, moglie di Torquato Cocuccioni allora organizzatore con Cominotto, con Franco Proietti e suo fratello, di vari festeggiamenti: “Lo rivedo con il cappellino in testa ma la canottiera al posto della camicia – ricorda il figlio Ugo Cocuccioni – era lì, seduto in sala nella nostra casa di Villa Reatina ed aspettava di essere pagato. Ma come spesso capitava negli eventi di quartiere i soldi erano pochi e non bastavano. Lucio disse che ne aveva bisogno per curare la mamma che era malata, si mise in azione un tam tam di richieste e grazie probabilmente all’intervento della famiglia Peron fu esaudito.”
Villa Reatina era allora ancora il quartiere fuori porta, famosa all’epoca più per il gelato di Spartaco che come estensione naturale della città. La piazza quindi, allora enorme (prima di essere completamente occupata dall’opera dello ‘Gnomone) e particolarmente adatta a manifestazioni, non si riempì del tutto. Lucio affascinò i presenti riproponendo ‘Paff Bum’ cantata con gli Yardbirds a Sanremo e la struggente Itaca con il coro dei presenti, poi si esibì nel suo inconfondibile e geniale stile scat inventando incredibili parole in un inglese maccheronico. “Gruppo di spalla ‘Quelli del Piano di sopra’ – come ricorda Virgilio Bonafaccia – Ci chiese gentilmente di suonare con i nostri strumenti e ne fummo onorati”.
Se è vero che Dalla presentò in quella occasione la versione senza veli di ‘4 marzo 1943’, questo colloca il concerto ad una data coincidente o successiva al ’71, anno in cui la eseguì per la prima volta al Festival di Sanremo posizionandosi al terzo posto.“Arrivò con una Giulia super blu, dopo il concerto si fermò a chiacchierare con alcuni di noi – dice Giancarlo Lunari – Era tardi, ci salutò, per poi riposarsi in macchina prima di ripartire.”
Fu la prima volta di Dalla a Rieti? Probabilmente sì, ma il legame con questa città fu soprattutto stretto grazie alla passione per la pallacanestro e all’amicizia con Tito Cheli “Avevo conosciuto Lucio grazie alla mia passione per il jazz, seguendo a Roma Carletto Loffredo, Gianni Sanjust, Romano Mussolini, Roberto Spizzichino, Michele Pavese, a cui lui si aggiunse con la “Second Roman New Orleans Jazz Band”. La conoscenza si approfondì alla Parata di Primavera, ma Lucio era soprattutto appassionato della pallacanestro, innamorato della sua Bologna (basket city), in cui quello sport era quasi una religione. Quando la Virtus giocava a Rieti veniva ad assistere alle partite, arrivava il sabato a notte fonda, dopo un concerto, e alloggiava da me. La domenica mattina ci recavamo insieme a pranzo in qualche paesino dei dintorni per sfuggire all’attenzione della gente. Una volta fui costretto a lasciarlo solo per mezza giornata e mi raccontarono di averlo visto in chiesa al Santuario de la Foresta. Un suo punto di riferimento importante erano i frati di Assisi, gli stessi che diedero per primi la notizia della sua morte dopo aver ricevuto l’ultima sua telefonata. Estremamente legato alla fede, nel suo repertorio troviamo ‘INRI’ , ‘Francesco’ di Alda Merini da lui musicato oltre a ‘Se fossi un Angelo’, ‘Henna’… La ricerca spirituale era assai presente nella sua vita, avendo respirato la religiosità sin da piccolo”.
Per la sua particolare storia personale, Lucio Dalla ebbe frequenti contatti con la Puglia e, particolarmente con San Giovanni Rotondo dove, ancora bambino, veniva regolarmente condotto dalla madre, affidandolo ai frati, mentre lei era occupata in paese come sarta a domicilio. “Anni dopo avvicinò Padre Pio che a testa china era in preghiera. – racconta ancora Tito – Lucio cominciò a parlare e confessare i suoi peccati come spesso aveva fatto anche in passato. Il frate estremamente provato lo assolse senza aggiungere nulla, nessuna solita raccomandazione, nessun rimprovero, lasciandolo andare via nella convinzione di non essere stato affatto riconosciuto. Aveva fatto pochi passi quando una voce profonda lo rassicurò “T’aggje canusciute… t’aggje canusciute!”.”
Fu quello il loro ultimo incontro. Anni dopo Dalla scrisse ancora qualcosa di estremamente intenso ‘Francesco fammi volare’ dedicandola ad Assisi, parlando del suo rapporto personale con il Poverello. “L’avevo sentito l’ultima volta che partecipò alle Millemiglia, mi confidò di aver voglia di venire a Rieti, gli risposi che doveva semplicemente comporre il mio numero, io lo aspettavo”. Di questa bella amicizia Tito Cheli, giornalista ed ex corrispondente Rai, non possiede neanche un’immagine “Non mi piaceva chiedergli una foto, la nostra era un’amicizia autentica, non volevo pensasse che volessi approfittarne”.
da Format mar-apr 2023



