L’intreccio del destino: nonno Elio, la Paganini e una cerimonia inattesa

17/10/2025 | Notizie in evidenza, Rieti misteriosa

Ci sono strade invisibili disegnate ad arte nella nostra vita, che ci ritroviamo a percorrere inconsapevolmente per arrivare dove mai avremmo immaginato. Questa è la storia del primo disastro italiano della Seconda Guerra Mondiale, di Claudio e di quel suo nonno mai conosciuto: un incontro capitato qualche mese prima che il destino scompigliasse le carte e strappasse alla famiglia Mostarda uno dei suoi affetti più cari, la figlia Silvia.

 

La tragedia della Paganini

Il 27 giugno 1940, a Bari, si imbarcarono circa 950 militari italiani destinati in Albania per l’imminente offensiva contro la Grecia. L’imbarco avvenne in condizioni di estrema confusione, senza elenchi attendibili: questo rese poi difficile stabilire il numero esatto delle vittime. All’alba del 28 giugno 1940, mentre la nave era ormai in vista del porto di Durazzo, si verificò una violenta esplosione nella stiva n. 2, seguita da un devastante incendio, probabilmente causato da un sabotaggio. In poche ore il fuoco dilagò, alimentato dal carburante, e dopo circa sei ore la Paganini affondò. Il bilancio della tragedia fu di almeno 220 caduti e dispersi, ma le cifre restano incerte a causa della mancanza di registri precisi. Molti altri rimasero feriti e mutilati.

L’affondamento della Paganini segnò l’inizio di una lunga serie di sciagure nella campagna di Grecia, che si rivelò subito molto più difficile del previsto per l’Italia fascista, nonostante gli ottimistici piani di Galeazzo Ciano.

Il racconto di Claudio

“Dopo aver raccontato a Format il mio viaggio in Nepal, per pura curiosità andai in cerca della possibile prossima destinazione: un viaggio che mi portasse a conoscere territori nuovi. Sebbene gli algoritmi in questo caso entrino in ballo, ce n’era uno che tornava con maggiore prepotenza: da Tirana a Trikala. Durante un pranzo con mia madre, il primo maggio, le dissi che stavo pensando a un viaggio in moto nei Balcani. Quando nominai Durazzo come porto di arrivo, lei mi ricordò stupita che proprio lì, 85 anni prima, era morto mio nonno sull’affondata motonave Paganini. Sulla foto di famiglia infatti compariva esattamente quella data, la stessa del mio arrivo previsto. Una serie di coincidenze strane da quel momento mi hanno portato a credere che ci fosse bisogno di una testimonianza, di un atto di riconoscenza, perché no? Un gesto, che desse un valore a un soldato, che di fatto rappresenta tutta una generazione che non è tornata dalla guerra. Decisi di intraprendere questo viaggio quando la mia vita era ancora ‘ordinata’, ‘normale’.”

La partenza

“Parto prima del previsto. Arrivo a Durazzo senza meta, senza punti di riferimento. Vago per la città sperando di trovare qualcuno che mi aiuti. Mi dirigo infine verso Capo Pali e Punta Romani: avrei almeno visto da lontano il luogo di cui avevo le coordinate. Mi ritrovo su una strada sterrata con cantieri aperti, polverosa e fangosa. Scendo verso il mare. Provo a chiedere informazioni, parlo poco l’inglese, ma lì incontrerò la persona risolutiva per ogni mio problema. È un ragazzo gentile, Sergio, 19 anni. Gli spiego i motivi per cui sono lì, con il traduttore sul telefono. Gli chiedo se conosce un pescatore, uno scafista. Chiama un suo amico: abbiamo bisogno di un motoscafo e di un pescatore, con ecoscandaglio. Loro sanno bene dov’è: ci portano subacquei, escursionisti; i pescatori sanno dove non gettare le reti per non strapparle. Questo amico si rende disponibile. Chiedo anche dove comprare una corona di fiori. Mi trova pure quello. “Non so dove dormire”, gli dico. Detto, fatto.

 

La cerimonia

In Italia avevo chiesto a tutti i miei familiari di scrivere un pensiero: ognuno ha riportato ciò che sentiva nel cuore. Ho messo i biglietti in una bottiglia appesantita con la sabbia del mare di Durazzo. Il mare quella mattina era mosso, abbiamo fatto fatica ad arrivare con il motoscafo sulla verticale ma, con l’ecoscandaglio, abbiamo visto perfettamente il relitto. E lì è cominciata la piccola cerimonia: una preghiera, una corona di fiori con i colori della nostra bandiera, un lancio in acqua.” Claudio si interrompe, l’ennesima volta durante un racconto che lo coinvolge profondamente, che lascia emergere tutta la commozione legata a un momento non facile della propria vita, che lo rende fragile e che parla attraverso il corpo, con quei terribili lividi procuratisi dopo una caduta accidentale.

“Mi chiedi quale fosse la mia sensazione mentre ero lì. Non ho conosciuto mio nonno, eppure ero estremamente coinvolto. Io sono una persona di fede, ma non un credulone. Ho avuto importanti segni nella vita, segnali tangibili di presenze… Credo ci sia un legame molto profondo, qualcosa che vada oltre le intenzioni degli esseri umani: un legame che attraversa il tempo.

Nonostante le recenti difficoltà, mi considero fortunato: ho vissuto esperienze belle e dolorose che custodisco come un tesoro. Mi sento ricco non di denaro, ma di sensibilità ed esperienze umane. La vita è solo un percorso, una dimensione tra le molte possibili: anche la fisica quantistica ci dice che la realtà può assumere forme diverse. La nostra origine è probabilmente molto più lontana di quanto dicano i testi biblici. Ma la Bibbia resta una narrazione simbolica del cammino dell’uomo. Non a caso mi chiamano “Giobbe”: me lo diede per scherzo la sorella del mio ex socio, vedendomi tornare da un appostamento dei Carabinieri, stanco e trasandato. “Ecco Giobbe Covatta!”, disse. Ma Giobbe, l’uomo che ringrazia Dio nonostante le prove più dure, è diventato per me un esempio di pazienza e fede assoluta. La sua frase «Dio dà e Dio toglie, sia benedetto Dio» racchiude il senso profondo dell’accettazione e del riconoscimento della grandezza divina. È così che mi sento: in cammino, con le mie ferite e le mie ricchezze interiori, cercando di dare un senso a ciò che ho vissuto.

Tornando a quella mattina, con me c’era solo il pescatore con l’ecoscandaglio. Ed è lì che ho sentito, profondamente, che mio nonno non era più soltanto una fotografia.”

(continua)

Nel 1959 la salma di Elio Mostarda, insieme a quelle di altri soldati, fece ritorno a Poggio Bustone dove si celebrarono solenni Funerali.
Hai qualche ricordo legato a questo evento? C’era tra loro un tuo congiunto?

Aggiungi la tua testimonianza scrivendo a: rietiformat@gmail.com

 

 

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