di Massimo Palozzi – Nella settimana in cui il Senato ha approvato il disegno di legge per l’introduzione del delitto di femminicidio, torna alla mente il titolo di un articolo di Repubblica dello scorso 17 maggio: “La Sapienza non dimentica il tema della violenza contro le donne e apre a Rieti Scienze psicologiche”. Il riferimento era all’attivazione dal prossimo anno accademico del nuovo corso di laurea presso il polo reatino all’interno della facoltà di Medicina e chirurgia.
Per il 2025/2026 saranno offerti agli studenti 16 corsi di laurea: uno in Medicina e chirurgia, otto dedicati alle professioni sanitarie, uno in Psicologia e tre in Ingegneria (due dei quali in lingua inglese) da parte della Sapienza; un corso interateneo in Economia e infine i corsi di laurea in Scienze della montagna e Scienze dell’agricoltura, promossi dall’Università viterbese della Tuscia.
Il palinsesto dell’offerta formativa continua dunque ad ampliarsi e il prossimo anno accademico potrebbe superare i già lusinghieri numeri dell’attuale, a sua volta in crescita del 17% rispetto al precedente. Secondo un’analisi di Open Rieti pubblicata ad aprile, il polo universitario reatino nel 2024/2025 conta 1.348 iscritti, di cui 516 matricole (455 alla Sapienza e 40 alla Tuscia, il resto ai corsi interateneo). La proporzione è valida anche in senso assoluto, visto che ben l’89% degli studenti appartiene alla Sapienza (1.197 contro i 108 della Tuscia, l’1% dell’intero corpo studentesco dell’ateneo romano). I due indirizzi che maggiormente richiamano l’attenzione sono Ingegneria e Infermieristica. Il primo annovera addirittura il 33% degli iscritti (445), grazie anche agli insegnamenti in inglese focalizzati sulla transizione ecologica. Non a caso gli studenti stranieri rappresentano oltre un terzo del totale. Ovviamente l’opportunità di studiare vicino a casa è molto apprezzata dai giovani reatini e infatti uno studente su tre è originario di Rieti e delle zone limitrofe.
Con 279 iscritti e 107 nuove immatricolazioni, Infermieristica conferma la tradizione nell’ambito della formazione sanitaria, dove invece sorprendentemente Medicina non fa il pieno, nonostante si confermi un traino importante per l’insediamento universitario reatino. Dei 100 posti a disposizione sono solo 88 gli studenti che la frequentano, di cui 74 al primo anno. Al momento è difficile capire perché la domanda non abbia saturato l’offerta. Dall’introduzione del numero chiuso e dei test di accesso (ora aboliti), le facoltà di Medicina e chirurgia hanno sempre registrato in tutta Italia un eccesso di candidati in confronto ai posti disponibili. La non ancora compiuta clinicizzazione dell’ospedale potrebbe spiegare almeno in parte il fenomeno. Negli ultimi tempi il de Lellis è stato oggetto di profondi interventi e notevoli investimenti. Proprio mercoledì il presidente della Regione Francesco Rocca ha visitato i nuovi reparti di Radioterapia, Radiologia e Terapia subintensiva già in funzione da qualche mese con apparecchiature all’avanguardia, tra cui un acceleratore lineare, tre risonanze magnetiche e due Tac. Il tutto per un investimento complessivo di 8,7 milioni di euro da parte della Regione Lazio.
A fronte delle misure adottate per il potenziamento dei servizi dedicati al paziente, rimane invece irrisolta la questione del nuovo ospedale, sulla quale lo stesso Rocca non si è sbilanciato. “Ci stiamo lavorando”, si è limitato a dire il governatore, senza anticipare dettagli circa la localizzazione e la tempistica.
Oltre ad essere un luogo di cura, il nuovo ospedale potrebbe costituire la vera occasione di svolta sia per abbattere le liste di attesa e fermare la mobilità passiva, sia per assemblare un sistema universitario in sinergia con la facoltà di Medicina, che diverrebbe dal canto suo ancor più attrattiva chiudendo così un ciclo realmente virtuoso.
Lo sforzo è necessario, anche alla luce di altri indicatori. La settimana scorsa un’indagine di Demoskopika ha messo Rieti all’ultimo posto tra le 107 province italiane per sovraffollamento turistico. L’overtourism in molte località è diventata una vera e propria piaga, tanto da aver stimolato misure di contenimento da parte delle autorità locali. L’eccesso di visitatori rappresenta un aspetto negativo del turismo di massa e non soffrirne è indice per lo meno di tranquillità. Il punto è che non si può stabilire un’equazione tra l’assenza di overtourism e una qualità della vita migliore rispetto ad altre aree del paese. In primis perché, banalmente, luoghi brutti e mal tenuti non richiamano i turisti. Dando per scontato che questo non sia il caso di Rieti, la mancanza di una pressione insostenibile dovrebbe far sorridere soltanto in presenza di numeri per lo meno congrui ad alimentare il comparto. Invece, dall’analisi dei dati Istat condotta sempre da Open Rieti, emerge che la nostra provincia nel 2024 si è collocata in quartultima posizione nazionale per flussi turistici, davanti solo a Enna, Benevento e Isernia.
Anche la tipologia dei vacanzieri segnala una scarsa conoscenza delle bellezze locali al di fuori di circuiti promozionali piuttosto ristretti. Appena il 14,9% arriva dall’estero e ben 48mila dei complessivi 158.650 visitatori registrati proveniva dal Lazio.
Se un impatto pressoché nullo dei viaggiatori consente di vedere il bicchiere mezzo pieno sul fronte della tutela ambientale e della vivibilità di una provincia fatta per la gran parte di natura e piccoli borghi, lo sviluppo di un turismo sostenibile non entra né in conflitto né in contraddizione con la visione di un territorio da preservare.
Il limite che lega a fattor comune i (relativamente) pochi studenti iscritti a Medicina con gli scarsi turisti in visita alle nostre zone sta forse proprio nell’atavica incapacità di proporre una progettualità integrata, mirata a promuovere il territorio oltre le piccole beghe di una politica troppo impegnata a guardarsi l’ombelico e a rivendicare successi più mediatici che di prospettiva.
27-07-2025



