Di Alessandro Toniolli – Qui staremo benissimo, lo diceva Tito Livio nella sua Storia romana. Questione di opinioni. La Poule Promozione sembra aver emesso la sua sentenza: la dimensione degli Arieti è quella della Serie C. Nelle ultime 6 partite 4 sconfitte, di cui 3 in casa, una vittoria e un pareggio. Gli infortuni di Daniele Pica, Giuseppe Carotti e Damiano Santoni si sono fatti sentire, ma non basta. É il momento per ognuno di fare il suo esame di coscienza, e chi scrive lo fa per primo. Nell’ultima occasione da queste pagine invocavo la discesa sui nostri giocatori di quello spirito salvifico che è la garra, speciale determinazione individuale che nel gruppo diviene grinta pervasiva. Un bel concetto, meno astratto di quello che appare, credere però che, seppure si fosse manifestata sarebbe bastata, è stato un errore. Il giorno in cui gli Arieti hanno affrontato L’Aquila 2021 c’era il sole, la tribuna del Fulvio Iacoboni era in quella costante primavera che la contraddistingue nelle belle giornate. C’era la gente del rugby reatino e qualche amico aquilano. Era chiaro che per tutti ci fosse ancora molto da lavorare, ma quando allo Iacoboni c’è il sole e gli Arieti vincono siamo tutti felici, e la seppur sofferta vittoria per 20 a 16 pareva giustificare un cauto ottimismo. Poi Abruzzo Rebels – Arieti: 25-14, Arieti – Anzio: 5-22, Fiumicino – Arieti: 24-24, Arieti – Nea Ostia: 25-37 e, per finire, Arnold – Arieti: 33-0. E a questo punto è giusto si metta da un lato l’ottimismo, si ripongano in un cassetto le disquisizioni, e si cerchi di capire. I risultati negativi si sono spesso concretizzati nel finale di partita, abbiamo visto una mischia leggera che spesso si trova a soffrire, touche quasi mai impeccabili e un gioco al piede latitante, cosa che l’infortunio di Daniele Pica può giustificare solo in parte. Si può provare a spiegare questa situazione con un allenatore, Gino Rossetti, che spesso si trova a fare i conti con un gruppo che nel corso dei mesi ha perso di numerosità e costanza nella presenza. Qui, forse, arriviamo all’essenza. Il nostro rugby è uno sport dilettantistico. Ma questa definizione non soddisfa, almeno le mie intenzioni. E allora diciamo che è uno sport volontario. Lo si pratica volontariamente, sapendo che non ci sarà ristoro materiale, ma questo non esime dall’impegno. Non ci si può esimere dall’impegno verso se stessi, è infatti necessaria cura e allenamento costante del proprio corpo, non ci si può esimere dall’impegno verso i compagni, cosa che vale in allenamento tanto quanto in partita, non ci si può esimere dall’impegno verso quel complesso mondo che chiameremo società, e che più che da presidente e organi direttivi, è fatta di tante persone che si dedicano ai nostri colori. Soprattutto i membri della “prima squadra” hanno il dovere di essere da esempio per tutto il settore giovanile, e farlo innanzitutto con il loro impegno quotidiano. Solo in questo modo potranno dire di aver dato il loro contributo per costruire una squadra che possa ambire a lasciare questa serie C che, oggi, sembra proprio essere la nostra dimensione.
ph Emanuele Miceli



