David Cronenbgerg: melodramma dell’orrore

23/05/2025 | Cultura, Notizie in evidenza, Piccolo grande schermo

David Cronenbgerg

di Andrea Carotti – Chi lo avrebbe mai detto… Una carriera nel cinema all’insegna della malattia dello sguardo, della mutazione dei corpi e dello spirito, di mostruose messe in scena degli istinti repressi perpetuati dalla medicina antidogmatica e insistenti riflessioni, film dopo film, sulla psicanalisi. Chi lo avrebbe mai detto che il centro di gravità dell’opera del maestro canadese David Cronenberg fosse proprio il mélo…?

Eppure ce lo ha sempre mostrato sullo schermo, forse era più evidente di quello che sembrava ma inevitabilmente eravamo troppo occupati a tenere gli occhi fissi sulla visionarietà della tecnica, in trepidante attesa di un nuovo sconvolgente escamotage orrorifico che ci proiettasse in un altrove futuristico alla ricerca di segnali preveggenti sul mondo e riflettendoci, una delle caratteristiche travolgenti di tutta l’opera cronenbergiana è quella di essere in costante sfida con sé stesso, di mettersi sempre in discussione, essere capace di colpire lo spettatore in punti diversi stordendolo come fosse un pugile all’angolo del ring chiamato a reagire colpo su colpo per rimettere in equilibrio il match. In un’intervista del 1983 confessa “Bisogna vivere una vita in equilibrio tra sicurezza e disastro. Non credo che lo scopo della vita sia quello di trovare una nicchia che sia totalmente sicura e protetta, perché penso che questa realtà sia la morte. D’altra parte, personalmente non voglio vivere in mezzo al caos e al disastro. Non voglio una cosa né l’altra, e questo significa che sono costantemente in equilibrio.”

Di recente tornato al Festival di Cannes 2024 con il suo ultimo lavoro intitolato “The Shrouds – Segreti Sepolti”, Cronenberg è uno dei cineasti che a partire dagli anni ’80 ha intuito con più lucidità e preveggenza la centralità del corpo senza separarlo, però, dalla dimensione cerebrale e tecnologica (carne-metallo). Il suo stile glaciale e granitico, chirurgico e patogeno evoca la paranoia e il delirio, istanze mortifere aleggiate da complottismo e fantasmi del passato. Il Professor Canova direbbe inoltre “Non è uno stimolatore clitorideo del visibile” poiché non c’è traccia di empatia, l’approccio con il quale indaga il corpo, sesso e mutazioni è tanto più fisico sul piano del visibile quanto in quello concettuale. Dramma più musica, lo iato, ovvero l’abisso che separa il desiderio dal reale: si ottiene questa definizione scomponendo i significanti del genere tanto caro alle Hollywood degli anni ’50, il melodramma, che il regista di Toronto riesce a declinare utilizzando un registro eccessivo e raffreddato (fuoco e ghiaccio) e a costruire, così, una coincidenza degli opposti.

I personaggi tratteggiati da Cronenberg non sanno più riconoscere cosa sia e cosa non sia la realtà, sono tutti messi in condizione di vedere troppo o troppo poco: vittime dell’incapacità di distinguere la finitezza del loro corpo e l’infinità del mondo che li circonda attraverso le forme del gore sono teatro dell’impianto di vere e proprie mostre degli orrori psichici, labirinti e scatole cinesi dentro cui perdersi. Sono, quindi, soggetti che non si tengono, smarriti nella loro soggettività, che conoscono troppo bene diversi aspetti del reale da non riuscire a vederlo a pieno: scienziati, politici, artisti, medici, psicologi.

The Shrouds (I sudari in italiano), in sala dal 3 Aprile 2025, racconta di un produttore canadese di video industriali che ha perso sua moglie Rebecca (inevitabile ripensare ai sospetti fantasmatici e alle ossessioni tanto care a Hitchcock) quattro anni prima e decide di fondare un cimitero futuristico nel quale ogni salma è avvolta in un sudario con installate microcamere con uno schermo che permette ai cari di osservare il progressivo disfacimento dei loro defunti. Siamo di fronte a un ennesimo confine tra vita e morte, visione e cecità in questa storia di fantasmi personale e autobiografica che contiene tutto il cinema di Cronenberg: voyerismo, pulsione del desiderio, riflessioni sulla condizione post-mediale. Un astratto e affascinante melodramma dell’orrore che ancora una volta ci fa fare i conti con amori impossibili, fantasmi che ci tormentano e punti di vista alternativi sulle modalità di pensare il cinema oggi.

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