di Massimo Palozzi – Mercoledì Rieti ha vissuto una giornata storica (e una volta tanto l’aggettivo non è usato a sproposito). Con l’inaugurazione al teatro Flavio Vespasiano dell’anno accademico 2024/2025 dell’Università di Roma La Sapienza, si è infatti interrotta una tradizione plurisecolare, visto che nei 722 anni dalla fondazione il più grande ateneo d’Europa non aveva mai celebrato l’evento al di fuori della sua sede romana.
La cerimonia si è svolta con la solennità del caso, dalla sfilata in ermellino della rettrice Antonella Polimeni e dei rappresentanti del corpo accademico, fino alla presenza in sala di tutte le autorità locali. Mancavano i ministri (impegnati in un consiglio a Palazzo Chigi), ma solo fisicamente. Perché la stessa rettrice ha letto un messaggio della titolare dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, mentre il collega alla Salute, Orazio Schillaci, ha inviato un video di saluto.
Superfluo riportare i commenti, unanimemente e a giusto titolo entusiasti, sia delle personalità politico-istituzionali sia degli esponenti della società civile: dal vescovo ai sindacati ai rappresentanti degli studenti.
In effetti l’inaugurazione dell’anno accademico della Sapienza vale come particolare riconoscimento della vocazione universitaria di Rieti. Forse persino sovradimensionato rispetto alla reale presenza di facoltà sul territorio, ma per questo ancora più importante sul piano dell’investimento.
Nel suo intervento e nelle interviste rilasciate a margine, la stessa Polimeni ha insistito molto sullo sforzo di decentralizzazione compiuto dal suo ateneo. Uno sforzo iniziato trentacinque anni fa con il polo di Latina e potenziato più di recente con quello reatino, dove quest’anno è stato istituito il corso di laurea in Medicina e chirurgia, mentre nel 2023 era partito quello in Economia dell’innovazione in collaborazione con la Tuscia di Viterbo.
Ad oggi sono in totale quattrodici i corsi erogati dalla Sabina universitas. Per il prossimo anno si conta di ampliare l’offerta formativa con la laurea in Psicologia, per la quale il senato accademico della Sapienza ha già espresso parere favorevole in attesa del via libera definitivo dell’Anvur (Agenzia per la valutazione del sistema universitario e della ricerca). Parallelamente si sta lavorando per l’apertura del corso di Scienze agrarie da parte della Tuscia, da ospitare nel Centro sperimentale Strampelli di Campo Moro oggetto di una procedura di riqualificazione.
In prospettiva, il rafforzamento dell’università offrirà dunque una preziosa opportunità ai nostri ragazzi non più costretti ad emigrare per motivi di studio, sebbene l’ambizione debba essere ben altra e rivolta a una platea di giovani molto più ampia. Motivo per cui l’evento di mercoledì va necessariamente catalogato come un punto di partenza e non come la celebrazione di un successo acquisito.
La Sapienza prevede di dislocare al di fuori di Roma il 10% dei suoi iscritti. Il che significa che a Rieti potrebbero arrivare circa 11mila studenti. Un numero di grande suggestione e altrettante potenzialità, ma ad oggi in concreto insostenibile. Attualmente il polo reatino conta 1223 iscritti, distribuiti tra i corsi di laurea e laurea magistrale delle facoltà di Economia (41), Ingegneria civile e industriale (476), Medicina e odontoiatria e professioni sanitarie (706).
Smaltita l’euforia dell’inaugurazione al Flavio, occorre un bagno di realismo per fare i conti con l’esistente e con le richieste avanzate dalla stessa rettrice Polimeni. Finora la città non si è dimostrata preparata a fronteggiare appieno le esigenze legate all’insediamento universitario, tanto in relazione alle infrastrutture per la didattica e gli uffici, quanto in termini di accoglienza agli studenti. E questo è un handicap non da poco.
L’idea di un’università diffusa, che tanto piace a Palazzo di Città, nei fatti è una scelta obbligata, perché al momento non esiste un distretto dove concentrare le lezioni. Alla fine potrebbe anche rivelarsi una soluzione vincente, ma il rischio del disordine organizzativo e di un’articolazione fortemente dispersiva non deve essere sottovalutato. Così come non vanno minimizzate le insidie della formula interateneo, sicuramente utile per attrarre corsi da università diverse, ma esposta in astratto a una mancanza di coordinamento potenzialmente esiziale.
L’impulso dato all’immagine di Rieti dalla decisione di celebrare qui l’inaugurazione dell’anno accademico è stato straordinario. Ma è un effetto destinato inesorabilmente a perdersi se non seguiranno azioni adeguate per confermare al resto d’Italia e del mondo che da queste parti si può venire a studiare bene, in un ambiente comodo e in grado di corrispondere alle aspettative di ragazzi di vent’anni che stanno investendo sul loro futuro. In una parola, per fare di Rieti una vera città universitaria.
L’autoreferenzialità è un nemico subdolo. In questa settimana giornali, televisioni, siti e social non hanno fatto altro che magnificare l’evento celebrato mercoledì al Flavio. Giusto e comprensibile che i protagonisti ne raccolgano le meritate ricadute agli occhi dei cittadini elettori, ma senza perdere di vista che fuori dalla cinta muraria il messaggio deve continuare a passare, al di là e al di sopra delle legittime aspirazioni promozionali dell’amministratore di turno. Altrimenti sarà stato tutto vano.
Viene in mente una celebre scena del Marchese del Grillo, quando Alberto Sordi liquida l’ebanista Aronne Piperno con poche, sprezzanti battute: “Aronne, tu lavori bene. Bella la boiserie, bello l’armadio, belle le cassapanche, bello tutto. Bravo, grazie. Adesso te ne poi anna’”. Ecco, al Flavio mercoledì erano belli gli stucchi, belli i decori, belli i velluti e belli pure gli invitati. Evitiamo però che finisca come con il povero falegname ebreo: non pagato e mandato perfino in galera.
23-02-2025



