Due anni di cammino e speranza: il Giubileo del vescovo Vito

21/02/2025 | Notizie in evidenza, Storie e persone

vescovo Piccinonna01
di Stefania Santoprete – Due anni fa la consacrazione episcopale, ma il tempo intercorso non è stato sufficiente a mons. Vito Piccinonna per studiare e comprendere appieno il nostro territorio. E’ ancora il momento dell’ascolto, una forma di rispetto – tiene a sottolineare – per questa terra e per la gente che la abita. “Senza pregiudizi, senza schemi pregressi: è facile avere la tentazione di realizzare certi progetti a prescindere dal contesto nella sua complessità, ma non credo sia quella la giusta modalità”.  Non ama apparire, né essere fotografato, preferisce incontri in piccoli gruppi piuttosto che assemblee. È il Giubileo che ci porta da lui, per capire come questo evento, che già vede attivamente in azione le città vicine, coinvolgerà anche Rieti, non solo da un punto di vista spirituale.

Confidiamo a ‘don Vito’ che l’immagine di sacerdote-social, che aveva preceduto il suo arrivo, sembra essere venuta meno. Un sacerdote presente su Facebook, che condivideva riflessioni spirituali e stava al fianco dei ragazzi con la chitarra al collo.

“C’è sicuramente bisogno di maggiore riservatezza – spiega – ma cerco di vivere quella parte di me soprattutto quando sono con gli studenti, durante le visite alle scuole che ho in programma in questi giorni”. I giovani sono un tema centrale nei suoi discorsi. La differenza di partecipazione che caratterizza questa diocesi rispetto a quella di provenienza, Bari-Bitonto, lo rammarica, spingendolo a riflettere sulla necessità di trovare il modo migliore per entrare nel loro mondo e sostenerli in un’epoca storica particolarmente faticosa. “Mi manca una certa condivisione di vita – afferma con sincerità – Vorrei trovare dei luoghi in cui poter dare loro appuntamento un giorno al mese non per fare adepti, ma per studiare insieme, leggere un libro, riflettere, ascoltare…”  Aggiunge che lascia volentieri il suo numero a chi ha necessità particolari, ma che è anche facilmente raggiungibile attraverso la segreteria. “Vorrei che venissero a cercarmi anche nel cuore della notte, se necessario, perché conosco le difficoltà dei giovani: hanno bisogno di presenze, non di risposte. Se potessi essere ‘gancio’ in qualche situazione, mi presterei volentieri alla causa”.

Terni si prepara ad accogliere un numero enorme di giovani per il Giubileo, ma Rieti?

“Ci sono diversi giovani che arriveranno attraverso il Cammino neocatecumenale internazionale anche da noi. Purtroppo, però, non abbiamo grandi strutture di accoglienza che rispettino i requisiti di agibilità e sicurezza. Stiamo cercando famiglie in grado di ospitarli, attraverso le parrocchie. Lo preferirei rispetto a creare un dormitorio in palestra.”

La voglia di andare incontro al prossimo è apparsa chiaramente durante le due Processioni di Sant’Antonio, quando ‘rompeva le righe’ correndo a benedire, dare un abbraccio, accarezzare un bambino…

“Non avrei voluto essere oggetto di tanto interesse. Oggi più che mai non c’è tempo per protagonismo, autoreferenzialità. Ho lavorato per vent’anni con i tossicodipendenti ed ho scoperto che la madre di ogni povertà è la solitudine. Ho ben chiaro che solo un ‘noi’ può salvare, non un ‘io’ che non può bastare per una crescita reale”. Parla anche della sua esperienza come direttore della Caritas a Bari, dove accoglieva ogni notte 40 persone senza fissa dimora. “So cosa significa avventurarsi in un buonismo che, in realtà, lascia ancora più sole le persone, rimettendole poi in strada. A volte, ho imparato che è meglio dire un ‘no’. Tornando all’argomento ‘processione’, porto con me l’esperienza di quella enorme dedicata ai Santi Medici Cosma e Damiano. Vi partecipano moltissimi ammalati provenienti da ogni dove. Un percorso coperto a passo svelto in mezz’ora, richiede circa 12 ore per essere completato da persone con una grande devozione, che chiedono o ringraziano per una grazia ricevuta con ceri immensi, ed anche i bambini vengono avvicinati alla statua per una benedizione. Quando ero giovane seminarista – ricorda – avrei giudicato con severità queste esternazioni popolari. Ma con il tempo ho capito che davanti al dolore delle persone, non c’è teologia che tenga. Attraverso le lacrime, non solo l’uomo, ma anche Dio si fa presente. Mi è venuto così naturale anche in quella in onore di Sant’Antonio, di evitare di sfilare incolonnato sotto lo sguardo di tutti”.

Quale ruolo può avere il Giubileo nella promozione del turismo a Rieti?

“La Chiesa – dice mons. Vito – non ha la priorità della promozione turistica ma certamente ha quello di concentrarsi sulla dimensione spirituale come centro e sostanza. A partire da questo centro ben venga ciò che favorisce e sviluppa conoscenza del territorio, pellegrinaggio e turismo. Nella Valle Santa, come Pastore devo far sì che i Santuari, che ho voluto anche come sedi giubilari (Cattedrale come sede giubilare unica della Diocesi, e poi per un’attenzione particolare ai pellegrini, Terminillo, Poggio Bustone e Greccio) possano garantire un’esperienza di fede e interiorità. È l’interiorità che fa maturare le domande sul senso della vita. Parlare di turismo in senso lato, come ci trovassimo a Roma o ad Assisi, non è possibile per rispettare le caratteristiche dei nostri posti”.

Facciamo notare al vescovo Vito che questo territorio nel corso degli anni ha rispettato fin troppo la sacralità di certi luoghi, rimanendo sempre ai margini del turismo religioso rispetto ad altre città.
E il tema Giubileo ci spinge a chiedere, oltre come i fedeli debbano raccogliere l’invito del Papa, come questa città possa prepararsi ad accogliere un evento che pur essendo spirituale costituisce un volano enorme per un’economia che, risanata, aiuterebbe anche lo spirito.

“Una domanda più che lecita. Rispettando sempre però la tipicità dei luoghi, la loro grande dignità, una sorta di povertà innata, non è un caso che Francesco li amasse particolarmente. E con sguardo critico di chi arriva da fuori, debbo dire che qualcosa in più potrebbe essere fatto. Parlo di locali d’accoglienza, di stanze per riunioni, di pensiline che riparino dalla pioggia, di cammini strutturati più agevolmente per i pellegrini, ma non può occuparsene la diocesi”.

Anche da queste pagine abbiamo difeso strenuamente la Valle del Primo Presepe, che negli anni ha svolto un’azione educativa senza precedenti, mettendo in luce l’importanza di Greccio e accogliendo migliaia di visitatori in una città invasa dai presepi, restituendoci un’identità mai affermata prima nel mondo della Chiesa e della spiritualità.

“Inserendomi in questo percorso ho apprezzato le intuizioni avute da don Domenico su questo aspetto. Finito l’ottavo centenario del Presepe mi interessava però costruire in quella che è l’ordinarietà, qualcosa che raggiungesse anche la sensibilità delle realtà interne della Diocesi (Ufficio Pastorale, Pastorale del Turismo, Pastorale Giovanile) nel rispetto, anche in questo caso, dello stile francescano, scegliendo quindi delle priorità. Ho affidato a Stefania Santarelli il ruolo di coordinatrice de “La Valle Santa Reatina”, per capire come creare un progetto anche sostenibile nel tempo che non abbia bisogno di eccessive risorse per andare avanti.”

Il significato di questo Giubileo

“Il primo Giubileo cristiano fu indetto da Papa Bonifacio VIII nel 1300. Con l’inizio del nuovo secolo, il popolo sentiva un forte bisogno di sicurezza, che solo il perdono di Dio poteva colmare. In ogni Giubileo, i Papi sono stati capaci di cogliere le difficoltà del momento storico, scegliendo con attenzione i temi più appropriati – spiega mons. Piccinonna – Credo che il messaggio più forte risieda nella decisione di Papa Francesco di dedicare questo Giubileo alla speranza. Oggi, infatti, il vero dramma è la ‘disperazione’. In un’età, solitamente vista come piena di fiducia, la giovinezza, ci troviamo di fronte all’ossimoro ‘giovani senza speranza’. L’intuizione del Papa è straordinaria: sono proprio loro, i più giovani, i più vulnerabili. Un giovane senza futuro non dovrebbe esistere, eppure in molti non riescono a vederlo.

È necessario riflettere sul concetto di ‘tempo’. Viviamo a ritmi accelerati, nonostante creati per vivere con più lentezza. Senza tempo, come possiamo coltivare le relazioni? Come può una famiglia sostenersi con i carichi di lavoro, studio e svago? Resistiamo, ma ci trasformiamo in automi, in attesa delle vacanze o dei weekend, senza renderci conto che, una volta arrivati, ci lasciano ancora più vuoti. Carichiamo questi momenti di aspettative, come se dovessero compensare il tempo perduto nel resto dell’anno. È un fenomeno di spersonalizzazione impressionante.

Mi interrogo come sedersi ad un tavolo, come le diverse agenzie educative possano – pur nelle loro specificità ma andando oltre i ruoli individuali – convergere con gli altri attori sociali su una piattaforma comune di valori per individuare le priorità per ogni realtà della nostra città. Questa è la vera sfida: rispettare la vita delle persone, pensando a loro, non nel nostro interesse.”­

Le iniziative

Il 29 marzo, la diocesi vivrà il pellegrinaggio a Roma. Mons. Vito ha deciso di portare tutti insieme i fedeli, unendo le differenze in un territorio frammentato. “La sfida è unire, accogliere le nostre differenze. Vivremo un momento di riflessione nella Basilica di San Lorenzo al Verano, poi passeremo la Porta Santa a San Pietro per partecipare alla celebrazione eucaristica delle 18”. Aggiunge che sta già incontrando le parrocchie in preparazione a questo grande evento.

Qual è il suo augurio per la diocesi e la città?

“Nel Giubileo del 2000, ero seminarista e andai in Africa per un mese, sentendo la necessità di un cambiamento radicale. Se Dio mi perdona con la sua grazia, la mia vita non può rimanere la stessa, e lo dimostro trasformando le mie relazioni. Sebbene il Giubileo faccia riferimento alle indulgenze come un dono intimo del Signore, è il cuore che deve cambiare, mettendoci in cammino insieme agli altri. Non è casuale che il Papa abbia scelto lo slogan ‘pellegrini di speranza’, al plurale.

Il vero dramma oggi è la solitudine, che si respira a tutti i livelli. La forza di un percorso vincente sta da parte della Chiesa nel mettere insieme, prestando particolare attenzione a categorie come i malati, i religiosi e altre realtà fragili. La prima lectio che terrò sarà nel Carcere di Rieti, nella prima domenica di Quaresima.

Ho chiesto alla diocesi di uscire dal Giubileo con un segno tangibile, un simbolo concreto, come attenzione a realtà di fragilità e povertà, accanto a quelle già presenti. Dobbiamo riflettere insieme sulle proposte che stanno arrivando.”

Ultima domanda, personale questa volta. Traspare da ogni sua parola l’amore per le tante realtà vissute nel mondo da cui proviene (Caritas, Hospice, Comunità terapeutica, Azione Cattolica, i suoi parrocchiani) quanto pesa umanamente lasciare tutto per rispondere ad una chiamata diventando il vescovo più giovane d’Italia?

“Lo leggo come un vero e proprio mandato affidato dal Signore, che richiede un cambiamento radicale. Abramo aveva 75 anni quando ricevette l’invito a lasciare tutto. Pensando alla testimonianza di Francesco d’Assisi penso che ciascuno di noi diventa ciò che ama e porta con sé ciò che soffre. Nulla di ciò che è davvero prezioso passa perché ti segna per sempre. Avverto tutta la piccolezza (che il mio stesso cognome testimonia), la fragilità, e la vivo come una Missione ricevuta dal Signore attraverso la Chiesa. Questo tempo che mi sono preso, che agli altri potrebbe sembrare perduto, lo considero un atto di conoscenza e di amore per questa realtà, soprattutto nella dimensione dell’incontro e dell’ascolto. Vede? Porto sempre con me il Breviario francescano e mi chiedo continuamente come poter essere fedele a questo messaggio”.

Condividi su:

Format Rieti Maggio-Giugno 2026

Categorie

Archivio