Gambe in spalla. Saliamo ai 2.108 metri del Terminilletto, per intervistare Emanuele Ludovisi, gestore del Rifugio Rinaldi, appena tornato dal Tor des Glaciers, una delle gare di corsa in montagna più dure, selvagge e selettive al mondo in Valle d’Aosta: ben 450 chilometri con un dislivello di 32.000 metri, pari quindi a quasi quattro volte il Monte Everest. Una gara riservata ogni anno a soli 200 atleti selezionati da tutto il mondo, nella quale Emanuele si è classificato 26° in 160 ore.
Partiti per raccontare una storia di sport, ci ritroviamo a raccogliere racconti di autoconsapevolezza, di amore per la montagna in generale e per il Terminillo in particolare.
Emanuele viene dal mare, da Lido dei Pini, e dieci anni fa la sua vita cambia completamente.
“Vengo a gestire il Rifugio Rinaldi, raggiungibile esclusivamente a piedi attraverso il Sentiero CAI 401. Vinco il bando con il mio curriculum da runner di montagna e maniscalco e, con i miei asini, inizio a portare circa 600 chili di cibo e vettovaglie ogni settimana.”
Un cambio di vita che lo porta anche, per alcuni anni, a gestire un secondo rifugio, il Sebastiani. Poi arriva la scelta definitiva: dedicarsi soltanto al Rinaldi, quello che ama.
“Il prossimo anno parte il mio decimo anno di gestione del rifugio, spero di proseguire minimo altri dieci. Io vivo questo rifugio con amore verso la montagna. Apriamo i weekend in primavera e autunno, e tutti i giorni durante l’estate.”
Che cosa rappresenta per te il Terminillo, questo ambiente che ti circonda?
Dal momento in cui è arrivato, racconta, si è legato a questa montagna in maniera importante. Per lui il Rinaldi è diventato quasi una missione: preservare quel posto, rappresentare una struttura che identifica la montagna e offrire un punto di riferimento a chi la frequenta.
“Accogliere chi arriva dalla montagna e chiede una birra, mi fa piacere, perché c’è il bisogno, anche se è uno sfizio: sei stanco, sei assetato e mi piace questa cosa, è proprio un legame che ho con la montagna e con le persone che la frequentano.”
Il legame con il Rinaldi, dunque, passa anche attraverso le piccole cose e attraverso le persone che arrivano al rifugio dopo una salita. Emanuele vorrebbe continuare a gestirlo ancora a lungo e, se ci saranno le condizioni, anche affrontare il discorso dell’apertura invernale.
“Vorrei poter gestire anche per il discorso invernale, ma dovrei avere una sicurezza di conferma dell’affidamento e adeguare almeno il sistema di riscaldamento.”
È un lavoro impegnativo, soprattutto dal punto di vista fisico, ma dice di non essersi mai pentito della scelta.
“È un lavoro che mi piace tanto. Mai in questi anni, salendo anche con zaini da 30-35 chili, ho avuto dubbi, perché non mi è mai pesato. Finché il mio fisico riesce a fare questo, lo farò.”
La fatica, però, fa parte concretamente della gestione del rifugio. Tutto ciò che serve deve essere portato lassù.
“Io porto tutta la roba con i miei muli. Anche se è vero che salgono i muli, io devo preparare tutti i sacconi, metterli su.”
Un lavoro che può lasciare il segno anche sul fisico. Prima del Tor des Glaciers, per esempio, Emanuele ha avuto uno stiramento proprio sollevando un sacco.
“Poi fortunatamente è passato. Quindi comunque anche fisicamente è duro.”
Per i prossimi anni non esclude di cambiare almeno in parte il sistema di approvvigionamento.
“Magari all’inizio stagione potrei pensare di fare un po’ di magazzino con elicottero. Però l’idea di gestirlo con i miei muli in questo modo mi piace e mi rende orgoglioso.”
Dal rifugio alla corsa il passo è breve. Il Terminillo, infatti, è anche il luogo nel quale Emanuele si allena e dove può prepararsi alle sue sfide semplicemente vivendo la montagna.
“Qui posso allenarmi anche con il semplice venire su con lo zaino.”
Quel rapporto con il territorio è così forte che anche l’uso dell’auto diventa, per lui, una questione di sensibilità verso l’ambiente. Oggi è arrivato in macchina, indicando più in basso, a circa 400 metri, il punto in cui si trova la struttura dell’Aeronautica, ma dice di farlo raramente.
“Io raramente arrivo là con la macchina, perché non mi piace, è come se stessi deturpando il posto.”
E da qui si arriva naturalmente alla sua storia sportiva. Perché cosa spinge una persona a scegliere gare che, per chi le guarda da fuori, sembrano quasi impossibili da affrontare? È più forte l’avventura o la sfida sportiva?
La risposta di Emanuele parte da molto lontano. La sua passione nasce proprio dall’avventura.
“Questo viaggio nel mondo io l’ho riscoperto 15 anni fa con il Cammino di Santiago, che mi ha riacceso la scintilla per l’avventura: questo è quello che mi piace fare, voglio fare questi viaggi lunghi per montagne, per deserti.”
Poi, però, la sfida e l’agonismo hanno preso progressivamente il sopravvento.
“Ancora ne porto gli strascichi, perché comunque ho un’indole competitiva, e le sfide sportive erano diventate pura prestazione fisica, ansia della prestazione non vissuta bene.”
A un certo punto decide quindi di fermarsi.
Poi qualcosa cambia nuovamente. Sono soprattutto le distanze dai 200 chilometri in su a risvegliare quella dimensione iniziale, quella del viaggio.
“Più recentemente, queste distanze dai 200 chilometri in su hanno risvegliato qualcosa in me: il viaggio, non più la prestazione. Quindi proprio il godersi il viaggio senza questa ambizione dei risultati. L’agonismo ci sta, non lo nego, però diventa secondario.
In queste distanze estreme, che vivo molto serenamente, ho trovato sfide più personali, vissute dentro un viaggio, assolutamente.”
Ma come si porta avanti la preparazione di una sfida come il Tor des Glaciers nella quotidianità di una vita “normale”?
Anche qui la risposta è meno scontata di quanto si potrebbe pensare. Paradossalmente, racconta Emanuele, oggi vive la preparazione molto meglio rispetto a quando aveva una mentalità esclusivamente agonistica.
“Perché una gara di 70 chilometri, fatta in un certo modo, curando tutti gli aspetti, è più impegnativa di un Tor des Géants come preparazione, molto più metodica.”
Le gare come il TOR, invece, hanno distanze talmente lunghe da far emergere qualcosa che va oltre la semplice preparazione atletica.
“Esce fuori quello che siamo, non quello che prepariamo. Cioè la resilienza di cui siamo dotati, non solamente la prestazione fisica, perché a 100 chilometri siamo tutti pareggiati, in qualche modo.”
È una dimensione nella quale, andando avanti per decine e decine di ore, il corpo sembra quasi cambiare il proprio rapporto con la fatica. Emanuele sa riconoscere anche il momento in cui questo accade a lui.
“Sono sfide talmente lunghe per cui esce fuori la natura che abbiamo. Quindi io so che intorno alla quindicesima ora entro in una fase, il mio corpo ‘cambia’ e comincia a percepire la fatica in modo differente. Cioè accetta la fatica e la sa riusare, la sa sfruttare.”
La preparazione serve, ma non può spiegare tutto quello che accade durante una prova di queste dimensioni. In gare così lunghe, alla fine, emerge soprattutto quello che una persona ha dentro. Una dimensione che certamente si può allenare, ma che non può essere preparata o controllata fino in fondo: così Emanuele ci racconta come ha affrontato le difficoltà del Tor des Glaciers
“Ci sono stati molti alti e bassi. Ho vissuto dei momenti di poca lucidità, quindi mi sono chiesto diverse volte perché stavo lì e stavo facendo quella cosa, che paradossalmente mi sono sempre detto è la rincorsa all’inutile. Ma ognuno dà un valore al proprio inutile, che può essere stare qui a guardare l’orizzonte. O andare a volare con l’aliante, andare col parapendio.
Ognuno gli dà il proprio senso. E il mio è che quello stato di fatica mi mette una pace interiore verso il mondo che quando arrivo, rimane viva nei mesi dopo.
Nei momenti di difficoltà della gara ho ricalcolato tutto, ho detto a me stesso che arrivare, è quello che dovevo regalare a me stesso. La serenità di affrontare un viaggio, si può fallire è se c’è un motivo reale, perché a un certo punto ho avuto anche un problema fisico e mi sono detto: c’è questo problema, mi metto a dormire sei ore, se domani mattina mi sveglio e c’è il dolore, senza nessun rimpianto, mi fermo, senza nessun problema.
Arrivare a traguardo è una lezione che voglio dare a me stesso. Che comunque è la vita.
Nella vita non è che possiamo dire che va sempre a crescere e non ci siano momenti di alti e di bassi, stringere i denti e andare avanti è la cosa fondamentale. E rivedo in questi mega viaggi una vita compressa.”
Daniele Rinaldi
foto Rinaldi



