La Proboscide d’Elefante, dove nascono nuove stelle

21/08/2026 | Notizie in evidenza, Sotto questo cielo

Di Luca Volpone – Ci sono oggetti del cielo profondo che colpiscono subito per i colori, altri per la geometria. E poi ce ne sono alcuni nei quali è soprattutto l’oscurità a disegnare ciò che vediamo. È il caso della protagonista di questa nuova puntata di Sotto questo cielo: IC 1396A, la Nebulosa Proboscide d’Elefante, una lunga struttura di gas e polveri che emerge dentro l’enorme regione nebulare IC 1396, nella costellazione di Cefeo. Nella fotografia realizzata da Rieti la sua forma è piuttosto evidente. Una struttura scura e sinuosa attraversa la luminosità rossastra dell’idrogeno e termina in una sorta di estremità ricurva. È proprio questa curiosa geometria ad averle regalato il soprannome con cui è conosciuta dagli astrofili di tutto il mondo. Ma quella che sembra soltanto una suggestiva figura cosmica è in realtà qualcosa di molto più interessante: un luogo nel quale stanno nascendo nuove stelle.

IC 1396A è un denso globulo di gas e polveri immerso nella più vasta regione H II IC 1396, un complesso situato a circa 2.400–2.500 anni luce dalla Terra. La Proboscide si estende per alcune decine di anni luce e rappresenta soltanto una parte di una regione nebulare enormemente più vasta. ìCon M27 e M57, nelle scorse puntate della rubrica, abbiamo osservato ciò che rimane quando stelle simili al Sole raggiungono le fasi finali della propria esistenza. Con la Nebulosa Farfalla abbiamo incontrato un altro spettacolare esempio di materia espulsa da una stella morente. Con M17, invece, ci eravamo trovati dalla parte opposta del ciclo cosmico, dentro una grande regione di formazione stellare. Con la Proboscide d’Elefante torniamo proprio lì: all’inizio della storia. La parte scura che attraversa l’immagine non è uno spazio vuoto. È esattamente il contrario. È materia. Gas molecolare e polveri sono talmente densi da assorbire la luce proveniente da ciò che si trova alle loro spalle. Per questo ai nostri occhi quella struttura appare quasi nera, stagliandosi contro il fondo luminoso della nebulosa. Intorno ad essa agisce però un ambiente estremamente energetico. La radiazione ultravioletta proveniente dalle stelle massicce della regione ionizza il gas circostante, mentre radiazione e venti stellari contribuiscono a erodere e modellare la nube. Alcune delle sue regioni interne riescono però a mantenersi sufficientemente dense e fredde da diventare luoghi favorevoli alla formazione stellare. Ed è proprio all’interno di queste zone protette che accade qualcosa di straordinario. La gravità comincia a vincere. La materia si concentra, alcune condensazioni collassano e possono dare origine a nuove stelle. Le osservazioni nell’infrarosso hanno permesso di penetrare la cortina di polvere che nelle immagini in luce visibile appare scura, rivelando sorgenti stellari molto giovani e protostelle ancora immerse nel materiale dal quale si stanno formando. Quello che fotografiamo, quindi, non è semplicemente un bel disegno nel cielo. È una nursery stellare. Ed esiste un aspetto particolarmente affascinante di questo processo. Le stelle già formate modificano l’ambiente circostante attraverso la loro radiazione e i loro venti stellari, erodendo progressivamente le nubi dalle quali sono nate. Allo stesso tempo, l’interazione tra questa radiazione e il gas può comprimere alcune zone della nube, creando condizioni che possono favorire ulteriori episodi di formazione stellare. È uno dei grandi equilibri dinamici del cosmo: le stelle modificano il luogo nel quale sono nate mentre altre stelle stanno ancora nascendo.

Nella fotografia realizzata con il Seestar S50 domina la caratteristica tonalità rossastra della regione. Non è un colore arbitrario aggiunto durante l’elaborazione. Una componente fondamentale di questa emissione proviene dall’idrogeno ionizzato, abbondantissimo nella nebulosa. Quando protoni ed elettroni si ricombinano e gli elettroni passano tra determinati livelli energetici, vengono emessi fotoni a precise lunghezze d’onda. Una delle più importanti per l’astrofotografia delle regioni H II è la linea H-alfa, a circa 656,3 nanometri, nel rosso dello spettro visibile. Le strutture nere, invece, corrispondono alle zone nelle quali gas e soprattutto polveri assorbono e oscurano la luce proveniente da dietro. L’immagine diventa così quasi una mappa del rapporto tra materia e radiazione: il rosso ci mostra il gas ionizzato, il buio ci rivela dove la materia è abbastanza densa da nascondere ciò che si trova alle sue spalle. C’è infine un pensiero che accompagna inevitabilmente questa fotografia. La luce raccolta dal telescopio nella più calda delle notti d’estate a Rieti, 8 Agosto 2026, ha impiegato circa 2.500 anni per raggiungerci. Quando quei fotoni hanno lasciato IC 1396A, Roma era ancora agli inizi della propria storia. Nel frattempo la Proboscide ha continuato a cambiare, il fronte di ionizzazione ha continuato a modellarne le pareti, il gas ha continuato a muoversi e nelle regioni più dense nuove stelle hanno proseguito lentamente il loro processo di formazione. Noi non possiamo sapere come appare oggi. Possiamo soltanto vedere com’era quando quella luce ha iniziato il viaggio verso di noi. Ed è forse questa una delle cose più belle dell’astrofotografia. Ogni volta che puntiamo un telescopio verso il cielo non stiamo semplicemente guardando lontano, stiamo guardando indietro nel tempo. E questa volta, dentro una struttura scura sospesa nel rosso di una nebulosa, stiamo osservando uno dei luoghi in cui l’Universo fa ciò che fa da miliardi di anni: trasformare una nube apparentemente oscura nella luce di nuove stelle.

Info

IC 1396A – Nebulosa Proboscide d’Elefante

Costellazione: Cefeo

Distanza: circa 2.400–2.500 anni luce

Regione: IC 1396

Tipologia: globulo denso di gas e polveri all’interno di una regione H II

Caratteristica: regione attiva di formazione stellare

Ripresa: Rieti, 8 Agosto 2026. Seestar S50

Integrazione: 72 minuti

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Format Rieti Maggio-Giugno 2026

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