di L. Volpone – Ieri guardando la Luna non abbiamo visto nulla di nuovo ma abbiamo comunque avuto una bella lezione di fisica.
Nelle ultime settimane si è parlato molto del previsto impatto del secondo stadio di un razzo Falcon sulla superficie lunare. Molti appassionati hanno puntato i telescopi verso la Luna e alcuni osservatori astronomici hanno persino organizzato dirette in attesa di mostrare il lampo dell’impatto, la nube di materiale espulso o addirittura il nuovo cratere.
L’impatto, però, non è stato osservato. E non è una sorpresa.
La Luna si trova a circa 384.400 chilometri dalla Terra. Anche i più grandi telescopi terrestri sono limitati sia dalla diffrazione, sia dalla turbolenza dell’atmosfera. Nelle migliori condizioni riescono a distinguere dettagli dell’ordine di qualche centinaio di metri, mentre nella pratica, anche con strumenti professionali, la risoluzione reale è spesso dell’ordine di 500, 1000 metri o più. Un cratere prodotto dall’impatto di uno stadio di razzo, invece, avrebbe probabilmente un diametro di poche decine di metri. Semplicemente troppo piccolo per poter essere risolto da Terra.
Ed è qui che in tutta onestà mi sono stupito. Gli stessi divulgatori che spiegano, giustamente, come sia impossibile osservare con un telescopio terrestre i siti degli allunaggi Apollo, i rover o gli strumenti lasciati dagli astronauti, tutti oggetti che possiamo vedere soltanto grazie alle sonde in orbita bassa come il Lunar Reconnaissance Orbiter, ieri lasciavano intendere che sarebbe stato possibile assistere agli effetti di un singolo impatto sulla superficie lunare. La geometria dell’osservazione, però, è la stessa. Se non possiamo distinguere un modulo lunare di quattro metri, né un rover lungo tre metri, non possiamo aspettarci di osservare direttamente un cratere di poche decine di metri, né tantomeno la sua struttura.
Rimane il lampo.
Gli impatti meteoritici sulla Luna vengono effettivamente registrati da osservatori specializzati, ma solo quando coinvolgono corpi che raggiungono velocità di decine di chilometri al secondo e producono un brevissimo flash luminoso. Anche in quei casi servono telecamere ad alta sensibilità, acquisizioni video dedicate e successive analisi fotometriche. Non sono fenomeni normalmente percepibili all’oculare di un telescopio.
Nel caso di un razzo, inoltre, la velocità d’impatto è inferiore rispetto a quella tipica dei meteoroidi e l’energia viene convertita in gran parte nella formazione del cratere e nell’espulsione di regolite. Pensare di osservare una spettacolare nube di polvere dalla Terra significava attribuire all’evento dimensioni che semplicemente non poteva avere.
La divulgazione scientifica ha un compito importante: trasformare la curiosità in conoscenza, non l’attesa in spettacolo.
L’astronomia ci insegna, prima di tutto, il senso delle proporzioni. Le distanze sono immense, gli oggetti incredibilmente piccoli e ciò che possiamo osservare è sempre determinato dalle leggi della fisica, non dalle aspettative.
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